Ora basta populismi, si alimentano in una spirale che va fermata con le riforme
Il prevalere del populismo riduce gli spazi della politica.
Onorevole D’Alema, in Parlamento ci si azzuffa un giorno
sì e un giorno no, tanto per dare il buon esempio alle piazze.
«Non si tratta del venir meno del "bon ton", abbiamo un problema
serio: l’elemento del populismo è diventato un dato strutturale del sistema
politico italiano in questi ultimi quindici anni per cui il Parlamento ha
cessato di svolgere la sua funzione di luogo della mediazione ed è diventato
puro luogo di rappresentazione teatrale dello scontro. In Parlamento non si
discute più nulla, vi è solo un susseguirsi di votazioni di parata, come la
fiducia. Perciò è stata cancellata quella dialettica tra maggioranza e
opposizione che portava all’assunzione di una comune responsabilità. E questo è
il frutto di uno svuotamento del sistema democratico».
I conflitti potrebbero inasprirsi ulteriormente?
«Potrebbe esserci un’escalation. Il prevalere del populismo riduce gli spazi
della politica, cancella l’idea che i conflitti vengono regolati perché c’è un
bene comune che comunque non può esser distrutto. Sono stati i partiti, il
Parlamento, insomma la politica, ad aver consentito nel dopoguerra a questo
Paese di governare scontri di natura ideologica e sociale ben più radicali di
quelli di oggi. Allora c’era una classe dirigente che incanalava dentro le
istituzioni i conflitti, che così venivano governati. Se ne riduceva in questo
modo la pericolosità. L’eccesso di personalizzazione della politica ha invece
portato alla distruzione dei partiti e allo svuotamento del Parlamento, che è
ormai ridotto ad uno stadio: c’è la curva nord, c’è la curva sud, manca
qualsiasi dialettica governo-Parlamento. Fini a mio parere giustamente
rivendica questo meccanismo elementare e difende le istituzioni».
Secondo lei Berlusconi è responsabile di questo clima?
«Berlusconi è sicuramente un elemento di questo processo. Di quello che Piero
Ignazi chiama, con un termine efficace, il “forzaleghismo”. In Italia c’è ormai
una frattura tra politica e antipolitica che attraversa gli schieramenti. Da
questo punto di vista, ci sono delle similitudini tra il populismo di
Berlusconi e quello di Di Pietro: sono speculari e si alimentano a vicenda, nel
senso che Di Pietro è l’opposizione ideale per Berlusconi. Mi ricordo che nel
2002 partecipai ad un’assemblea di studenti a Firenze, dove spiegai che parlare
di regime era sbagliato, affrontando anche le dure critiche di quella platea.
Non ho mai visto Berlusconi affrontare i suoi elettori per dire loro che la sinistra,
nel nostro paese, è democratica. Queste considerazioni politiche non possono
assolutamente giustificare una violenza barbara e insensata che colpisce non
solo la persona di Berlusconi, ma l’istituzione Presidente del Consiglio che
lui rappresenta. Abbiamo espresso la nostra solidarietà e Bersani ha fatto
benissimo ad andare a trovarlo. Ci sono gesti che contano più di mille
discorsi. Bisogna fermare la spirale dei due populismi che si alimentano a
vicenda. Bisogna avere il coraggio di dire che le riforme istituzionali
comportano una comune assunzione di responsabilità, senza temere l’accusa di
voler fare inciuci. E respingo l’idea che il maggioritario debba essere una
rissa. In questo senso il discorso di Cicchitto, con quell’incredibile elenco di
“colpevoli”, aveva elementi di autentica irresponsabilità».
E qual è, secondo lei, onorevole D’Alema il modo in cui si può uscirne da
questa situazione?
«L’unico modo di uscirne è quello di ripartire dal rispetto per le istituzioni
e dalla necessità di correggere le distorsioni, come questa sorta di
presidenzialismo di fatto a cui siamo giunti. Sul piano istituzionale il
governo non ha mai avuto tanta forza. Il paradosso è che questo meccanismo non
produce decisioni efficaci né riforme significative. Ci avevano raccontato che
tolti di mezzo i partiti e la mediazione politica avremmo avuto finalmente una
democrazia governante. Non era vero. Altro che aggiustamenti tecnici, qui c’è
bisogno di rifondare il sistema politico e questo è l’unico spazio in cui il Pd
può agire, tra gli opposti populismi. Non è facile, però Bersani lo sta facendo
bene. Certo, per disegnare quest’altra idea di opposizione ci vorrà tempo, ma è
l’unico cammino che possiamo intraprendere, interloquendo con quelle componenti
riformiste presenti anche nel centrodestra. Spero che anche Berlusconi cominci
a rendersi conto di tutto ciò. Ma non c’è solo lui da quella parte. C’è Fini,
che appare consapevole dei rischi che ho descritto, non perchè sia diventato di
sinistra, ma perchè è un uomo politico e ha senso dello Stato. Questo può
avvicinare persone che hanno opinioni politiche tra loro diverse. In questi
giorni non c’è stata solo violenta strumentalizzazione, abbiamo ascoltato anche
considerazioni molto ragionevoli, come quelle, ad esempio, di Gianni Letta».
Certe prese di posizione di Di Pietro non le piacciono, ma che cosa pensa
delle dichiarazione di Bindi su Berlusconi, dopo l’aggressione.
«Bersani ha detto cose sagge e giuste. A lui gli iscritti e gli elettori hanno
assegnato il compito di rappresentarci. Ad altri consiglierei maggiore
prudenza».
Fu lei il primo a rimettere in gioco Di Pietro candidandolo al Mugello.
«Di Pietro era in gioco. Ritenni, e non da solo, che il posto per un
protagonista della politica fosse il Parlamento».
Lei parla di riforme ma per Berlusconi è preliminare la riforma della
giustizia.
«La riforma della giustizia, per renderla migliore per tutti i cittadini, ci
interessa e abbiamo le nostre proposte. Viceversa, quelle per fermare i
processi a Berlusconi non sono riforme e non si può certo pretendere che
l’opposizione le faccia proprie. Se per evitare il suo processo devono liberare
centinaia di imputati di gravi reati, è quasi meglio che facciano una leggina
ad personam per limitare il danno all’ordinamento e alla sicurezza dei
cittadini. Ma una vera emergenza democratica è sicuramente quella della riforma
del Parlamento, a cui occorre restituire autorità e centralità, riducendo il
numero dei parlamentari e superando il bicameralismo perfetto in senso
federalista. Ci vuole una legge elettorale che restituisca ai cittadini il
potere di scegliere i propri rappresentanti. Ripartiamo dalle proposte della
Commissione Violante, che indicano la via per un governo forte in un quadro di
poteri democratici e non di un populismo plebiscitario».
Il Corriere della Sera 17 Dicembre 2009

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