Nuovo realismo, vecchio dibattito Tutto già conosciuto da millenni
Fatti e interpretazioni: Eco, Ferraris e Vattimo rischiano la leggerezza
Questa estate, dopo un incontro alla Milanesiana, mi son trovato a cenare con
Umberto Eco e Maurizio Ferraris. A un certo punto il discorso è caduto sul modo
di intendere i «fatti». Molto difesi da Eco e Ferraris. E anche il «senso
comune» era molto difeso da Eco. Ho avuto l'impressione che per lui e, credo,
anche per Ferraris, la «verità» fosse il cosiddetto «senso comune». Il loro
primo bersaglio era l'affermazione di Nietzsche, che «non esistono fatti ma
solo interpretazioni». Nietzsche non è un «realista». Ma implicitamente il
bersaglio si allargava a Heidegger e a Gadamer e anche a chi, come Gianni
Vattimo e Pier Aldo Rovatti, ha lavorato sulla scia di questi pensatori, a
partire appunto da Nietzsche.
Poi, su «la Repubblica»
Ferraris ha scritto che è ora di far rivivere su scala mondiale i «fatti», la
«verità», il «realismo» e ha discusso la cosa con Vattimo che però non è
d'accordo. Sul «nuovo realismo» si annunciano già convegni in varie parti del
mondo a cui auguro di evitare una certa leggerezza purtroppo occhieggiante.
Anche Benedetto XVI, a Madrid, ha invitato i giovani a «cercare la verità» (si
capisce, per poterla trovare) e lo ha fatto citando il Parmenide di Platone. Se
mi è lecito annotarlo, c'è anche chi, da più di mezzo secolo, va dicendo che il
senso autentico della verità non è investito dalla crisi inevitabile a cui è
andata incontro la «verità», quale è intesa lungo la storia dell'Occidente.
Ma Ferraris, che peraltro stimo, vuol far rivivere «fatti», «verità» e
«realismo» dando come cosa per sé evidente (almeno così mi è sembrato) che la
realtà esista indipendentemente dalla coscienza umana, la quale sarebbe però
capace di conoscerla con verità, scorgendo appunto i «fatti» ed essendo quindi
una certezza che ha come contenuto la verità. Con fatica, si potrebbe far
rientrare questo modo di pensare in ciò che Hegel chiamava appunto «identità di
certezza e verità». Non dubito che Ferraris e Eco l'abbiano presente. Con
fatica, dico, perché — lo comunicavo a Eco anche quella sera — il senso comune
non è la conferma filosofica del senso comune.
Anche per le scienze della natura la realtà esiste indipendentemente dall'uomo.
Da qualche millennio questo è anche il comune modo di pensare dei popoli, il
loro «senso comune». Ma ben prima della scienza è la filosofia, sin dai suoi
inizi, a riflettere sul rapporto tra l'essere umano e la realtà — e sul
significato di queste due dimensioni. Prevale, con la grande filosofia classica
(Platone, Aristotele) la conferma del senso comune. E più tardi tale conferma
sarà chiamata «realismo». La prospettiva espressa dal principio di Protagora
che «l'uomo è la misura di tutte le cose» (e che quindi la realtà dipende dal
modo in cui l'individuo pensa e vuole) resta a lungo emarginata.
Ma, proprio perché conferma il senso comune, il «realismo» filosofico non è il
senso comune. La filosofia, infatti, viene alla luce evocando un senso prima
sconosciuto della parola «verità» — il senso che domina l'intera tradizione
dell'Occidente dai Greci a Hegel, ad Einstein; cioè la verità come «scienza»
(epistéme) incontrovertibile, fondata su principi primi innegabili e per sé
evidenti —; e il realismo filosofico ritiene che il senso comune abbia verità.
Ma è la filosofia a conoscere la verità del senso comune, non il senso comune.
Per avere un esempio della potenza e complessità concettuale del realismo
filosofico si tenga sott'occhio questo passo dell'Etica nicomachea di
Aristotele: «Ciò di cui abbiamo scienza non può essere diversamente da come è;
le cose che possono essere diversamente, invece, quando siano fuori della
nostra osservazione, ci rimane nascosto se esistano o no». (La parola
«osservazione» traduce la parola theoréin, che significa la manifestazione del
mondo, che accade con l'esistenza dell'uomo). Si può dire che in questo passo
sia addirittura anticipato quell'importante atteggiamento del pensiero
contemporaneo che è la «fenomenologia» fondata da Edmund Husserl, per la quale
è verità tutto, ma anche solo ciò che è osservabile (manifesto, immediatamente
presente, sperimentabile); e quindi non è possibile che, con verità, venga
affermato qualcosa intorno a ciò che non è osservato. Proprio per questo la
«fenomenologia» non è una conferma del nostro senso comune. Aristotele non
riconoscerebbe ciò che pure si è sviluppato dal proprio seme; eppure la sua è
una critica radicale del senso comune in quanto sussistente al di fuori della
conferma che l'epistéme gli dà: tutto ciò che esso dice non è scienza
(epistéme). Inoltre, per Aristotele, la realtà di cui c'è scienza e che quindi
esiste indipendentemente dall'uomo è più ampia della realtà di cui, secondo la
«fenomenologia», c'è scienza (e anche Husserl intende la filosofia come
«scienza rigorosa»). La scienza è infatti per Aristotele (come per l'intera
tradizione occidentale) anche scienza di Dio, «metafisica».
Il «realismo» filosofico greco si è sviluppato nella filosofia patristica e
scolastica (Agostino, Tommaso, ecc.), e quindi nella dottrina della Chiesa
cattolica e delle altre Chiese cristiane, e poi nel Rinascimento e nella stessa
filosofia moderna prekantiana, che però procede a una forma più elaborata di
conferma del senso comune. E il «realismo» è stato messo in questione da Kant e
dall'idealismo, per poi riaffacciarsi in varie correnti della filosofia degli
ultimi due secoli, Marx e marxismo compresi. Si continua a dire che ci si è
liberati della cultura idealistica. Ma quanti conoscono l'idealismo da cui ci
si deve liberare? Per l'idealismo (e il neoidealismo italiano) è fuori
discussione (come per il realismo) che la natura esiste indipendentemente dalle
singole coscienze degli individui umani. È dalla coscienza «trascendentale»
(liquidata con troppa disinvoltura) che la natura non è indipendente.
La scienza, si diceva sopra, è realista. E la «filosofia analitica», che in
questi giorni si farà sentire all'Università San Raffaele di Milano, sostiene
per lo più che per sapere come sia fatto il mondo bisogna rivolgersi alla
scienza moderna (che non è più epistéme). Sennonché, se il «realismo» della
scienza moderna non vuol essere semplice, ingenuo «senso comune», allora è una
tesi filosofica, è cioè quel realismo filosofico la cui potenza e complessità
concettuale e i cui rapporti con le concezioni non realistiche sfuggono
completamente al moderno sapere scientifico — e sarebbe un peccato se
sfuggissero anche al «nuovo realismo», stando al modo in cui esso è stato presentato.
Si aggiunga che la scienza intende fondarsi sull'«osservazione». Ma la gran
questione è che la realtà, che per la scienza esisterebbe egualmente anche se
l'uomo non esistesse (l'uomo, dice la scienza, compare soltanto a un certo
punto dello sviluppo dell'universo), è per definizione ciò che non è osservato
dall'uomo, ciò di cui l'uomo non fa esperienza. Ciò significa: non può esserci
esperienza umana di ciò che esiste anche quando l'umano non esiste; e quindi
l'affermazione che la realtà è indipendente dall'uomo finisce anch'essa con
l'essere una semplice fede o quella forma di fede che è il grado anche più alto
di «probabilità».
Comune al «nuovo realismo» e al «pensiero debole» di Vattimo e Rovatti è
comunque l'istanza politico-morale messa in primo piano. Si accusano
reciprocamente di favorire il totalitarismo. Ora, la filosofia — come il mito e
poi la scienza moderna — è nata per difendere l'uomo dal dolore e dalla morte
dovuti alla natura e alla lotta tra gli uomini. In questo senso la filosofia (come
il mito e la scienza), nascendo dalla paura, è mossa da un'istanza
politico-morale. Ma la filosofia si accorge che il rimedio non può essere
quello inaffidabile del mito, ma deve avere «verità» e la «verità» non può
fondarsi sulla dimensione politico-morale. Per la sua assoluta spregiudicatezza
la «verità» deve chiedersi perché la violenza dei più forti debba essere
bandita. E deve saper rispondere. Altrimenti essa è semplice edificazione.
Un'ultima osservazione su Nietzsche. La sua tesi che non esistono fatti ma solo
interpretazioni non va intesa in senso assoluto: riguarda solo un certo insieme
di eventi. Infatti, che il divenire del mondo esista non è per Nietzsche
un'interpretazione affidata da ultimo alle decisioni storiche e quindi
cangianti dell'uomo: che il divenire (la storia, il tempo) esista è per
Nietzsche — anche per Nietzsche — l'incontrovertibile verità fondamentale in
base a cui è necessario negare ogni realtà eterna, immutabile, «divina» che
sovrasti il divenire e lo domini e guidi. Questa «verità» è la Grande Fede al cui
interno cresce l'intera storia dell'Occidente e, ormai, del Pianeta. La fede
che da tempo, nei miei scritti, si invita a dar conto del suo incontrastato
potere.
Corriere della Sera 31.8.11

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