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Non sparate sul pianista Bernanke

Fondamentalmente sono le forze del mercato, non la politica monetaria, a portare avanti il riequilibrio globale, perché il settore privato cerca di investire dove vede opportunità.

 

 

Non c'è più religione, strillano gli isterici: la Federal Reserve pompa dollari nell'economia in quantità tali che ben presto non avranno più valore. Non c'è nulla di più lontano dalla realtà. Com'è successo in Giappone, la politica nota come "espansione quantitativa" ha molte più probabilità di rivelarsi inefficace che letale. È un tubo che perde, non un diluvio universale monetario.


Ma allora cosa sta facendo la Fed? Perché lo fa? Perché le critiche che le piovono addosso sono risibili? E cosa dovrebbe fare invece? La risposta alla prima domanda è evidente. Come ha dichiarato la stessa Fed il 3 novembre, «per garantire un ritmo più sostenuto alla ripresa economica e contribuire ad assicurare che l'inflazione rimanga su livelli coerenti con il nostro mandato, abbiamo deciso di espandere il portafoglio titoli. Proseguiremo nella politica attuale di reinvestire i rimborsi di capitale dei titoli detenuti. Inoltre, intendiamo acquistare altri 600 miliardi di dollari in titoli di stato a lungo termine entro la fine del secondo trimestre del 2011, al ritmo di circa 75 miliardi di dollari al mese».
Ben Bernanke, presidente della Fed, ha spiegato le ragioni di questa scelta in un discorso tenuto il mese scorso. Ha sottolineato che la disoccupazione negli Usa è al di sopra di qualunque ragionevole stima di equilibrio, e la crescita economica prevista rende improbabile che il dato possa mutare nel corso del 2011. Come se non bastasse, l'inflazione strutturale è scesa quasi all'1%, nonostante la tanto criticata espansione del bilancio della Fed. L'inflazione attesa è sotto controllo, ha aggiunto, ma le cose potrebbero cambiare se sopravvenisse la deflazione, e con l'attuale stagnazione economica potrebbe non mancare molto. La Fed, ha aggiunto Bernanke, ha un doppio mandato: creare le condizioni più favorevoli per l'occupazione e favorire la stabilità dei prezzi. Non fare niente sarebbe in contraddizione con questo dovere.

L'unico dubbio è cosa fare. La risposta sta nell'acquisto proposto di buoni del Tesoro, che non fa altro che estendere verso l'alto lungo la curva dei rendimenti le classiche operazioni di mercato aperto. Il bilancio della Fed crescerebbe solo del 25%, cioè il 4% del prodotto interno lordo. Gli Stati Uniti sono veramente avviati lungo uno scenario da Repubblica di Weimar? No.

Naturalmente il ministro dell'Economia tedesco, Wolfgang Schäuble, la pensa diversamente e dice che il modello di crescita americano è «in crisi profonda», aggiungendo che «non è giusto che gli americani accusino la Cina di manipolare il tasso di cambio e poi facciano scendere il valore del dollaro aprendo i rubinetti». Presumibilmente, Schäuble è convinto che in un mondo giusto gli Stati Uniti sarebbero costretti a seguire il percorso deflazionistico imposto a Grecia e Irlanda. Ma non succederà. E per fortuna. Alla fin fine le critiche alla Fed si riducono a due cose: le sue politiche stanno portando a un'iperinflazione e stanno scaricando il costo della crisi sugli altri paesi, nelle conseguenze se non nelle intenzioni.


La prima è assurda. L'essenza dell'attuale sistema monetario è la creazione di denaro attraverso l'attività di credito, spesso irresponsabile, delle banche. Perché questa privatizzazione di una funzione del settore pubblico è cosa buona e giusta mentre le iniziative della Banca centrale per venire incontro alle esigenze dei cittadini sono una strada verso la catastrofe? Quando le banche non prestano denaro e la massa monetaria in senso ampio quasi non cresce, la Banca centrale deve fare esattamente questo.
Gli isterici aggiungono poi che è impossibile restringere il bilancio della Fed abbastanza in fretta da impedire un'eccessiva espansione monetaria. Anche questa è una sciocchezza. Se l'economia decolla, è la cosa più facile del mondo. La Fed ha spiegato con precisione che cosa farebbe in un rapporto al Congresso lo scorso luglio. Nella peggiore delle ipotesi potrebbe semplicemente innalzare i livelli delle riserve obbligatorie. Dal momento che molti dei critici della Fed sono convinti sostenitori del full-reserve banking (il mantenimento da parte delle banche di riserve equivalenti ai depositi), non dovrebbero avere nulla da obiettare.


Passiamo all'argomento secondo cui la Fed starebbe deliberatamente indebolendo il dollaro. Tutti sanno che il mandato della Fed non include il valore esterno del dollaro. Quei governi che hanno accumulato dal 2000 a oggi 6.800 miliardi di dollari di riserve in valuta estera in più (in buona parte in valuta americana), sono maggiorenni e vaccinati. Nessuno ha chiesto a Pechino (l'esempio più eclatante), di incrementare le sue riserve fino alla colossale somma di 2.400 miliardi di dollari, anzi molti gli hanno chiesto con forza di non farlo.
È falso, inoltre, sostenere che il dollaro debole sia dovuto esclusivamente alla Fed. Al contrario: chiunque dovrebbe rendersi conto che il forte deficit commerciale Usa non è più compatibile con una posizione sostenibile dei conti pubblici. Chi vuole che i propri titoli di stato Usa non perdano di valore dovrebbe accogliere con piacere qualunque misura che aiuti gli Stati Uniti a espandere la domanda interna e riequilibrare la posizione esterna. Le attuali politiche monetarie statunitensi, contrariamente a quello che pensa Schäuble, sono semplicemente lo yang dello yin protezionista dell'Asia orientale.


Fondamentalmente sono le forze del mercato, non la politica monetaria, a portare avanti il riequilibrio globale, perché il settore privato cerca di investire dove vede opportunità. Le politiche della Fed non fanno altro che dare una spintarella. Invece di tutte queste lamentele serviva una rivalutazione coordinata delle monete dei paesi emergenti. E qui la colpa non è degli americani. Simpatizzo fortemente con il Brasile o con il Sudafrica, ma non con la Cina.
Tutto questo non significa che le politiche della Fed siano le migliori possibili. Sarebbe molto meglio se la Fed potesse spingere in alto l'inflazione attesa, impegnandosi a compensare un periodo prolungato d'inflazione al di sotto del target con un periodo d'inflazione al di sopra del target. La decisione di finanziare spesa pubblica addizionale potrebbe essere uno strumento ancora più efficace. Altrettanto necessario è un piano per accelerare la ristrutturazione della massa di debito in eccesso. Ma in assenza di collaborazione da parte del nuovo Congresso, quello che la Fed sta facendo purtroppo è più o meno il massimo che ormai si può sperare, anche se avrebbe dovuto osare di più. Forse è ragionevole chiedere di riconsiderare il sistema monetario globale, come ha fatto il presidente della Banca mondiale, Robert Zoellick. Ma qualcuno si aspetta che i politici dicano che gli dispiace di questa stagnazione, ma prima devono placare il mercato più speculativo di tutti, quello delle materie prime? Gli dei accecano coloro che vogliono perdere.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
© THE FINANCIAL TIMES LIMITED 2010

 

 

http://www.ilsole24ore.com  10 novembre 2010

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