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Non solo numeri.

Il benessere non è solo Pil parola di Joseph Stiglitz

 

 

«Basta con la religione delle cifre». L'appello è giunto ieri da Nicolas Sarkozy, alla presentazione di un rapporto sulla «misura delle performance economiche e del progresso sociale», frutto del lavoro di un gruppo di esperti, guidati da Joseph Stiglitz, l'economista apprezzato dalla sinistra e perfino dai no global. E che è stato coinvolto (a sorpresa) dal presidente (conservatore) francese per trovare nuovi strumenti di valutazione della ricchezza e del benessere di un paese. Per andare, in sostanza, al di là della "tirannia" del Prodotto interno lordo.
I lavori hanno avuto inizio nel febbraio 2008. E hanno coinvolto 25 economisti di fama mondiale, come Amartya Sen, altro premio Nobel al pari di Stiglitz; il francese Jean-Paul Fitoussi (frequentatore serale dell'Eliseo, vicinissimo a Sarkozy) e pure l'italiano Enrico Giovannini, presidente dell'Istat. Insomma, un lavoro non franco-francese, perché questo tipo di "rivoluzioni" non si può fare solo in casa propria. Ieri Sarkozy ha promesso che farà di tutto per attirare l'attenzione internazionale sul rapporto Stiglitz, a cominciare dalla Ue.
Il testo (291 pagine) fornisce dodici raccomandazioni e tre messaggi (che pubblichiamo a fianco) per determinare i cambiamenti statistici. Parte dal Pil e precisa che «per valutare il benessere materiale, bisogna analizzare i redditi e il consumo piuttosto che la produzione» (raccomandazione 1). Come dire: andiamo oltre il Pil («Il Pil non è falso, ma forse male utilizzato», soprattutto perché nasconde forti divari individuali). L'idea è aggiungere altri parametri per il calcolo della reale ricchezza di un paese. Altro consiglio: «rafforzare l'analisi dal punto di vista delle famiglie» (raccomandazione 2). Il rapporto incita così a prendere in considerazione tasse, prestazioni sociali e i servizi forniti dallo stato, come la sanità e l'istruzione.
Non solo: «bisogna tenere in conto il patrimonio delle famiglie» (raccomandazione 3). Occorre, quindi, distinguere fra i nuclei che spendono tutti i loro redditi annui tramite i consumi, accrescendo il benessere immediato, e quelli che riescono ad aumentare il patrimonio, a beneficio del benessere futuro. Secondo il rapporto Stiglitz, bisogna analizzare la situazione finanziaria delle famiglie con i medesimi strumenti applicati al bilancio di un'impresa, distinguendo attivo e passivo.
«Dare più importanza alla ripartizione dei redditi» è la raccomandazione 4. A questo proposito il rapporto propone di rinunciare in certi casi alle medie matematiche così da optare, invece, per il livello di reddito che divide il 50% della popolazione più povera dal 50% più ricco. Per Stiglitz e gli altri economisti bisogna «estendere gli indicatori alle attività non legate direttamente al mercato» (raccomandazione 5). Ce ne sono infatti alcune (come le pulizie in casa o accudire neonati) che vengono prese in considerazione solo se svolte da personale salariato, ma non da membri della famiglia.
Arriviamo, poi, alla qualità della vita. La raccomandazione 6 incita a «migliorare la valutazione di sanità, educazione e condizioni ambientali», mediante calcoli oggettivi ma pure strumenti a carattere soggettivo (sondaggi). Inoltre, si devono «valutare in maniera davvero esaustiva le ineguaglianze» rispetto alla qualità della vita (raccomandazione 7): significa calcolare le differenze fra persone, sessi, generazioni, fornendo una particolare attenzione alle condizioni di vita degli immigrati.
«Realizzare inchieste per capire come le evoluzioni in un settore della qualità della vita hanno ripercussioni su altri» è la raccomandazione 8, mentre la 9 consiglia di «creare una misura sintetica della qualità della vita»: come dire, fornire un valore aggregato per quanto definito sopra, un ruolo (assai difficile) che dovrà essere svolto dagli istituti nazionali di statistica. Questi saranno chiamati anche a cercare d'«integrare nelle inchieste sulla qualità della vita dati sull'evoluzione effettuata da ogni cittadino nel corso della propria esistenza» (raccomandazione 10). Infine, le ultime due raccomandazioni consigliano di «valutare la "sostenibilità" del benessere», ossia capire se si può mantenere nel tempo (11). E di stabilire indicatori precisi che «quantifichino le pressioni ambientali» (12).

I TRE MESSAGGI DELLA COMMISSIONE

1. La sostenibilità si misura con le proiezioni
Compito usuale degli statistici è cercare di misurare ciò che accade o che è accaduto in un passato più o meno remoto. Quando si parla di sostenibilità, il problema consiste nel produrre cifre riguardanti il futuro, ovvero non ancora osservate o osservabili nella realtà. Bisogna ammettere che, come sostengono alcuni, in un mondo ideale di mercati finanziari perfetti tutte le informazioni più importanti relative al futuro andamento dell'economia dovrebbero essere già espresse dal valore degli asset in quel preciso momento o dei servizi erogati in quel periodo. Se un asset sta per rendere scarsamente in futuro, si dovrebbe già evincere dal suo prezzo. Questa è l'opinione implicita di alcune applicazioni dell'indice Ans. Naturalmente, però, questa è una semplice interpretazione. I recenti avvenimenti hanno dimostrato fino a che punto mercati finanziari costituiti da tempo possono essere male interpretati nelle loro implicite previsioni dei futuri sviluppi economici. Ciò è tanto più vero nei settori nei quali i mercati sono notoriamente sottosviluppati o addirittura non esistenti, e questo è naturalmente il caso di buona parte degli ambiti ambientali.
Del resto, non è nemmeno plausibile contemplare l'idea di misurare la sostenibilità limitandoci esclusivamente a rivolgere domande in proposito alla gente, come talvolta si è propensi a fare per valutare il benessere di quel preciso momento. Simili domande riguardanti le prospettive individuali o globali sono rivolte di frequente, e le risposte sono evidentemente interessanti. Per esempio, secondo l'Eurobarometer Survey condotto nel 2006 per la Commissione europea, il 76% degli intervistati francesi dichiarò di prevedere una vita molto più difficile per i propri figli rispetto alla propria, contro soltanto un 8% che si espresse al contrario. Tali messaggi sono interessanti in ragione del loro significativo contrasto con le proiezioni standard a lungo termine del Pil/procapite sull'estrapolazione dei trend di produttività del momento. Essi rafforzano la convinzione che misurare la sostenibilità è un problema reale, ma naturalmente non forniscono un misuratore della sostenibilità stessa. Si limitano semplicemente a valutare quantitativamente le sensazioni o le idee riguardanti la sostenibilità. È chiaro che dobbiamo andare oltre: ciò che ci aspettiamo dalla statistica è che permetta di andare oltre tali percezioni soggettive o queste sensazioni legate al quotidiano.
Tutto ciò equivale a dire che è categoricamente impossibile rispondere alla domanda nello stesso modo in cui si fa usualmente con le statistiche contabili o sociali. A servire davvero sono le proiezioni, e non soltanto quelle dei trend tecnologici o ambientali, ma anche le proiezioni di come esse interagiranno con le forze socio-economiche o perfino politiche. Così prospettata, la sfida è immane. In pratica, le ambizioni rimarranno più contenute, per esempio fornendo soltanto cifre per segnalare un rischio di insostenibilità qualora i trend o i comportamenti del momento dovessero protrarsi. Ma anche questo va ben al di là del normale lavoro degli statistici e/o degli economisti, in quanto richiede un ambito di competenze ed esperienze più ampio di quello necessario per le consuete attività contabili.

2. Analizzare le questioni normative
Il coesistere di diverse valutazioni sulla sostenibilità può riflettere non soltanto diverse previsioni su quello che sarà il futuro, ma anche diverse opinioni in relazione a ciò che importerà davvero un domani per noi e per i nostri discendenti. Mettiamola così: in linea di principio, tutti dovrebbero concordare sull'idea che sostenibilità significa preservare il benessere futuro. Ma la questione, a questo punto, diventa capire che tipo di benessere vogliamo esattamente sostenere. Alcuni potrebbero affermare che dovremmo soltanto garantire la continuità del Pil procapite. Altri potrebbero anche accettare di mantenere l'attenzione sul reddito monetario, ma vorrebbero che fosse data maggiore enfasi alla distribuzione inter-generazionale delle risorse, come il rapporto Brundtland ha fatto. Di conseguenza, costoro affermerebbero che dobbiamo cercare di sostenere il reddito monetario per i segmenti più poveri della popolazione e le implicazioni politiche di tutto ciò potrebbero essere assai diverse da quelle desumibili dal primo obiettivo. Altri ancora, infine, potrebbero volere che si desse importanza molto maggiore alla tutela di questo o quell'altro fattore ambientale, quale la biodiversità o la qualità del paesaggio o altro ancora.
Effettuare scelte in questo ambito ancora una volta esula dal normale lavoro o dalle normali responsabilità della statistica: sicuramente, gli addetti ai lavori possono aiutare a far luce sulle opzioni praticabili o aiutare a rendere l'indice correttamente operativo una volta presa la decisione in merito, ma in nessun modo possono presumere di definire fino in fondo e nello specifico gli obiettivi.

3. Valutare riferimenti globali
Abbiamo constatato che affrontare questa dimensione è di fatto una delle principali cause di divergenze tra i diversi approcci alla sostenibilità e spiega i risultati contraddittori di questi approcci diversi. Da un certo punto di vista, i Paesi maggiormente sviluppati sono i più sostenibili, perché possono destinare risorse consistenti e significative ad accumulare capitale, sia sotto forma materiale sia sotto forma di risorse umane. Non c'è invece di che sorprendersi scoprendo che molti Paesi meno sviluppati si trovano per ciò che concerne l'aspetto economico proiettati su traiettorie molto più fragili. D'altro canto, sono i Paesi sviluppati che spesso contribuiscono all'insostenibilità ambientale globale, quanto meno nella sua dimensione climatica.
Ciò che è necessario è considerare sinergicamente questi tre messaggi: tutti offrono valide motivazioni a favore di uno sguardo non monodimensionale della sostenibilità. Indubbiamente, buona parte dei dati e delle informazioni raccolte risulta ostica e di difficile interpretazione per l'opinione pubblica, ma cercare di fornire troppe informazioni in una successione alquanto ristretta di cifre, o addirittura con un unico numero, può nello stesso modo portare a perdere di vista importanti aspetti dei fenomeni che cerchiamo di cogliere.
Nel complesso, i problemi relativi alla misurazione della sostenibilità sono grandi, ma dobbiamo saper offrire soluzioni, a prescindere da quanto imperfette esse possano essere. E a tal fine prospettiamo qui di seguito cinque raccomandazioni.

Traduzione di Anna Bissanti

http://www.ilsole24ore.com - 15 Settembre 2009

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