Non lasciate i mercati senza le giuste regole.
Il disoccupato può anche avere la libertà di trovarsi un lavoro, ma se il lavoro non c'è, gli viene tolto un aspetto rilevante della sua libertà
Professor Sen, il suo ultimo libro, "L'idea di
giustizia" (Mondadori, 2010), a ben vedere sostiene tesi che a noi
italiani suonano familiari: il vecchio sogno politico di coniugare giustizia e
libertà, che tanta importanza ebbe tra gli uomini della resistenza al fascismo.
Quali sono i tratti principali della sua idea di libertà? E perché la
cosiddetta libertà economica non può dirsi tale se non include altre libertà e
altri valori?
La libertà ha, credo, due aspetti principali, che io chiamo libertà di
realizzare opportunità e libertà di processo. Il primo riguarda ciò che siamo
realmente liberi di fare e in grado di fare. Senza dover chiedere permesso.
Anche se nessuno impedisce a un disoccupato o a una disoccupata di cercare un
lavoro retribuito, potrebbe non essere in grado di trovarlo se l'economia va
male e i posti di lavoro sono pochi. Quindi la visione cosiddetta
"libertarista" della libertà è inadeguata. Il disoccupato può anche
avere la libertà di trovarsi un lavoro, ma se il lavoro non c'è, gli viene
tolto un aspetto rilevante della sua libertà: è la capacità di ottenere
qualcosa che è molto ragionevole desiderare. Allo stesso modo, la povertà, la
denutrizione, l'analfabetismo, l'assenza di accesso alla sanità sono esempi di
violazioni della libertà di realizzare opportunità. Dobbiamo superare
l'orizzonte limitato del libertarismo per rendere giustizia all'aspetto delle
opportunità. Per quanto riguarda il secondo aspetto cioè la libertà di
processo, invece la posizione libertarista ha qualcosa da offrire. Una persona
deliberatamente affamata - perché è torturata, per esempio, o discriminata
politicamente - non solo è privata dell'opportunità di mangiare abbastanza ma
lo è a causa delle azioni tiranniche altrui. Questo aggiunge una dimensione
ulteriore all'idea di libertà. Quando in Afghanistan, per esempio, i Talebani
impediscono alle ragazze di andare a scuola, le ragazze perdono la libertà di
opportunità (non sono libere di andare a scuola), ma anche di processo (di
fatto è impedito loro di andare a scuola da un'organizzazione politica tirannica
dominata da maschi). Abbiamo bisogno di entrambi gli aspetti per capire la
portata dell'idea fondamentale di libertà difesa in modi diversi da pensatori
tanto diversi tra loro quanto Aristotele, Buddha o Ashoka in un passato
lontano, e più vicino a noi Adam Smith, Condorcet, Mary Wollstonecraft, Marx,
John Stuart Mill. In Italia la resistenza contro il fascismo comprendeva
entrambi gli aspetti: resistere alla tirannia e insieme eliminare privazioni
sociali ed economiche.
A che punto è la crisi economica che il mondo sta
vivendo ormai quasi da quattro anni? Come uscirne veramente?
Credo proprio che si sia fermata la "caduta libera"
dell'economia, iniziata con la crisi del 2008, grazie anche alla riunione del
G-20 a
Londra su invito di Gordon Brown. Ma la ripresa è ancora molto debole e
fragile. I problemi si possono superare solo se si considera lucidamente quello
che è andato storto e ha portato alla crisi. C'era una deregolamentazione
eccessiva (ben oltre quella che poteva essere giustificata) come illustra per
esempio, negli Stati Uniti, l'eliminazione delle regole per le assicurazioni
che dovrebbero applicarsi a una forma diffusa di contratti assicurativi come i
"credit default swap". Sui mercati finanziari mondiali ne circolava
una quantità enorme, insostenibile. Ed è solo un esempio dei problemi causati
dalla deregolamentazione. Un altro fattore è la perdita di fiducia delle
imprese, la situazione sta migliorando ma c'è ancora molta strada da fare. Si è
aggiunta una perdita di fiducia, più generale, della gente nel proprio futuro
economico per cui spende di malavoglia. Ovviamente c'è molta gente che ha poco
denaro da spendere, ma perché tutti abbiano un reddito sufficiente per una vita
confortevole, l'economia va resa dinamica. Fissarsi sul taglio del deficit
subito e di gran carriera non contribuisce affatto a rilanciare la crescita
economica.
Lei sostiene da molto tempo che il Pil non è un
indicatore attendibile per valutare il reale benessere degli Stati. Lo ha fatto
in relazione ai Paesi in via di sviluppo e più di recente, nella commissione
Sarkozy, relativamente ai Paesi ricchi. Che differenze ci sono nella
definizione dell'indice tra i primi e i secondi?
Di per sé il Pil non è una buona misura della prosperità delle persone, sia
nei Paesi ricchi che in quelli più poveri. In entrambi i casi dobbiamo valutare
come viene usato il reddito generato. Nelle economie più povere, va eliminata
la miseria di base, la fame, l'analfabetismo, l'assenza di cure sanitarie e
così via. Nei Paesi ricchi esistono tuttora sacche di miseria, gente senza
neppure quelle libertà elementari, ma nell'insieme la maggioranza non ne
soffre. Quindi nei Paesi ricchi occorre garantire cure sanitarie più
sofisticate o affrontare problemi di coesione sociale. Tutte le libertà sono
parimenti importanti dappertutto, ma l'impegno, l'enfasi devono variare in
funzione delle circostanze locali, di quello che la gente ha già e delle sue
ragionevoli aspettative. È importante sia nei Paesi ricchi che in quelli poveri
coltivare istituzioni sociali, quelle dello Stato così come quelle del mercato,
efficienti ed eque, ma le priorità saranno per forza diverse. Tuttavia ci sono
elementi comuni. Per esempio va riconosciuta e combattuta ovunque la
non-libertà della disoccupazione. E ogni assenza di libertà che assume la forma
di una qualche esclusione sociale.
La libertà di stampa è una libertà fondamentale. Si
può mostrare una correlazione precisa tra essa e la prosperità economica? È
vero che, a dispetto di internet, le vendite dei giornali cartacei aumenta
sempre più a livello globale?
Sì, globalmente aumenta la circolazione della carta stampata e non bisogna
credere il contrario solo perché è crollata negli Stati Uniti e in molti Paesi
europei. In effetti non ci sono ostacoli alla diffusione della stampa, malgrado
la crescita di internet. In India, per esempio, dove si vendono ogni giorno più
quotidiani che in qualunque altro Paese del mondo, si espandono velocemente sia
l'uso di internet che la diffusione dei giornali. Si tratta di suscitare
interesse negli argomenti di cui i due diversi media si occupano: politica,
società, arti, intrattenimento. Ma non conta solo la circolazione. Come
sostengo nell'articolo su India e Cina,
gli indiani possono essere soddisfatti, la circolazione aumenta e i
giornali sono tutt'altro che noiosi. Eppure è lecito ritenere che i media
dovrebbero dedicare più spazio alla miseria che affligge tuttora quelli che
hanno tratto pochi vantaggi e a volte nessuno dal rapido sviluppo economico del
Paese. Le violazioni della libertà di stampa sono fatti gravi, ma non sono un
problema in India, dove ci sono pochi limiti a quello che si può scrivere o
dire in pubblico, nonostante i tentativi occasionali di questo o di quel
Governo di imporre restrizioni. Semmai il problema riguarda la cultura e
l'etica dei giornali, non il loro controllo da parte della politica.
Intervista di Armando Massarenti
Il Sole 24 Ore, 24 Maggio 2011

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