Non basta la fede a salvarci dalla tecnica
«Ellul sbagliò a sottovalutare la forza della filosofia» Per trovare una via d' uscita occorre mettere in questione l' essenza stessa dell' Occidente
Oggi si parla soprattutto di crisi del capitalismo. Ma, da tempo, anche di quella della religione e della politica. Capitalismo, religione, politica non intendono certo farsi da parte. Nemmeno quando si propongono di riformarsi: tentano di eliminare i propri errori, ma tenendo ferma la propria struttura di fondo. Una parte rilevante della cultura attuale è invece convinta della loro irriformabilità - come irriformabile era stato il socialismo reale. Questa convinzione è espressa con grande acutezza negli scritti di Jacques Ellul (1912-1994) e in particolare nel suo saggio Il sistema tecnico (1977). «Ci sono pochi dubbi sul fatto che ci troviamo di fronte a uno dei massimi pensieri dei nostri tempi», si è detto di queste pagine (un giudizio da condividere in buona parte). Ne appare ora la traduzione italiana, di cui ha scritto su queste pagine Armando Torno (Il sistema tecnico. La gabbia delle società contemporanee, Jaca Book, pp. 406, 42, traduzione di Guendalina Carbonelli). L' importanza di questo saggio sta nella descrizione: descrive con penetrazione illuminante il prevalere, nel nostro tempo, del «sistema tecnico»: la situazione in cui la tecnica sta vanificando il capitalismo, la religione, la politica. Che dunque sono irriformabili. La debolezza del saggio sta invece nell' apparato teorico in base al quale viene condannata la tecnica: essa distrugge la «libertà» dell' uomo. Questo discorso (come del resto per lo più accade) dà per scontato che la libertà sia un valore indiscutibile, irrinunciabile. Il senso globale della prospettiva di Ellul è dunque: nessuna forza pratico-teorica (quali appunto il capitalismo, la religione, la politica, ma con l' eccezione implicita di cui dirò tra poco) si illuda di vincere e controllare il «sistema tecnico»; e tuttavia questo sistema è il pericolo estremo perché distrugge la libertà dell' uomo - la sua libertà di «scegliere» veramente, e non apparentemente come quando si sceglie tra «prodotti» forniti dal sistema tecnico. Tuttavia, quanto più qualcosa - la libertà - sembra irrinunciabile, tanto più si deve evitare di presentarla come un dogma. E invece si può dire che l' apparato teorico esplicito di Ellul si riduca all' affermazione che nelle scienze sociali la migliore teoria sia l' assenza di teoria, cioè la descrizione accurata e capace di scorgere l' unità che conferisce la forma di «sistema» alle singole tecniche. Ma condannare la tecnica perché distrugge la libertà non è più una semplice descrizione. È un giudizio che presuppone una teoria capace di mostrare il valore della libertà. E la teoria implicita di Ellul è la sua fede protestante - la religione storica essendo invece per lui ormai completamente «determinata» dall' «ambiente tecnico». La fede è l' eccezione: l' unica forza capace di smascherare la non verità della tecnica e di tener viva la speranza in un mondo diverso, in un «ambiente, umano e naturale, "non programmato", vario, attivo, un ambiente pieno di difficoltà, di tentazioni, di scelte difficili, di sfide, di sorprese, di ricompense inattese». (p. 382) Nel 1975, al Convegno del Centro Internazionale di Studi Umanistici di Roma, rivolgendomi anche a Jacques Ellul, oltre che a Paul Ricoeur e ad altri partecipanti, dicevo invece che «il dominio scientifico-tecnologico dell' ente e la conseguente distruzione di ogni universo mitico e di ogni kérygma non sono solo un fatto, ma sono il destino richiesto dall' essenza del tempo», ossia della dimensione in cui si svolge l' intera storia dell' Occidente. Il tempo è inteso, dai suoi abitatori, come separazione delle cose (uomini, piante, stelle, pensieri, affetti) dal loro essere, ed è soltanto sul fondamento di questa separazione che è possibile ogni volontà di assegnare e di togliere l' essere alle cose, e quindi anche quella forma radicale di volontà in cui la tecnica del nostro tempo consiste. Ero d' accordo con la tesi di Ellul della capacità della tecnica di imporsi sulle forze che intendono ridurla a semplice mezzo; ma non ero d' accordo su quel che più conta perché stabilisce il significato stesso di una tesi: il modo in cui egli giustificava la propria, riducendo a fede il fondamento della sua critica alla tecnica. Ma Ellul diffida della filosofia. Tanto da scrivere che la scomparsa di ogni «punto di riferimento intellettuale, morale, spirituale» a partire dal quale l' uomo «possa giudicare e criticare la tecnica» è attestata dalla «sociologia della morte delle ideologie» e dalla «teologia della morte di Dio» (pp. 387-88) - dimenticando ciò che sta sotto gli occhi, ossia che, della morte di Dio e delle ideologie, sociologia e teologia hanno potuto parlare perché innanzitutto ne aveva parlato la filosofia per bocca di Nietzsche (e di Leopardi e Gentile). Inoltre, la sociologia può descrivere le morti, non indicare la loro necessità, e nemmeno può farlo la teologia, fondata com' è sulla fede. Nonostante l' intelligenza della sua analisi, Ellul ha della tecnica la stessa percezione ingenua che ne hanno i suoi attuali sostenitori (che egli duramente condanna): di essere un agire che crede di non aver nulla a che fare con la filosofia. Disinteressandosi della filosofia, Ellul non ne può sfruttare le risorse. Scrive che «secondo la solita mania dei filosofi» si fa «un discorso sulla Tecnica in sé, in qualsiasi epoca, qualsiasi ambiente, come se fosse possibile assimilare la tecnica occidentale precedente il XVIII secolo con la tecnica attuale» (p. 52). Ma da quella mania è necessario farsi prendere ancora di più e più radicalmente: scorgendo, come ho rilevato, che sin dal suo inizio l' Occidente separa l' uomo e le cose dal loro essere e che ogni tecnica dell' Occidente si fonda su questa separazione. Ma in due modi profondamente diversi. La tradizione filosofica ha inteso sviluppare una Teoria inconfutabile, in cui vengono stabiliti i Limiti che nessun agire umano e dunque nessuna tecnica possono superare. Sono costituiti dall' ordinamento divino del mondo. Più o meno direttamente, le religioni e le altre forme culturali e istituzioni dell' Occidente si inscrivono in questa Teoria. Essa è quindi riuscita ad arginare a lungo la volontà di potenza della tecnica. Invece la filosofia degli ultimi due secoli ha mostrato l' impossibilità di quella Teoria. Ha quindi indicato lo spazio libero dove la tecnica può oltrepassare ogni Limite e dominare il mondo. Questo che sto richiamando non è dunque un «discorso sulla Tecnica in sé», che vada incontro agli inconvenienti espressi da Jacques Ellul. Per un verso, esso consente di dare consistenza alle descrizioni. Ma spegne anche le speranze improprie. Perché sino a che ci si limita a descrivere la situazione in cui ogni aspetto della vita umana è «tecnicizzato» - e dunque in cui Dio è morto - non si può escludere che un Dio abbia a ritornare e che dall' «ambiente tecnico» si possa uscire. Dimenticando la filosofia, Ellul può sperare in questo ritorno. Ma poi bisogna fare i conti con la filosofia del nostro tempo - o meglio col suo sottosuolo che per lo più si fatica a raggiungere. E allora ci si rende conto che il pessimismo di cui Jacques Ellul è stato accusato durante la sua vita è ancora una forma di ottimismo improprio, giacché per oltrepassare la dominazione tecnica del mondo occorre ben altro che il richiamo ai valori del passato: occorre mettere in questione l' essenza stessa dell' Occidente: quella separazione dell' uomo e delle cose dal loro essere, che è la radice della volontà di modificarli, manometterli, produrli, distruggerli, reinventarli al di là di ogni limite.
(4 luglio 2009) - http://www.corriere.it

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