Noi, illusi della Tigre celtica
Gli scompensi di una nazione che, abituata alla miseria e alla frugalità, sia stata improvvisamente messa di fronte a una prospettiva di prosperità e benessere
La recessione ormai doveva essere quasi finita. Questa era
l’opinione generale, anche secondo le voci più scettiche e critiche verso le
maldestre risposte del governo irlandese alle prime avvisaglie della crisi, nel
2008.
Avremmo avuto davanti a noi, ci dicevano, due anni difficili, di sacrifici.
Avremmo dovuto accettare cambiamenti radicali del nostro stile di vita. Eccettuata
una manifestazione di piazza a Dublino, di pensionati che protestavano contro i
tagli dei loro redditi, nessuno ha fatto molto di più che lamentarsi.
Sabato prossimo ci sarà un’altra manifestazione, organizzata dal congresso
irlandese dei sindacati, contro il contenuto delle prossime misure di bilancio
per far fronte alla crisi. L’approvazione del bilancio è prevista per il 7
dicembre, e il Taoiseach (primo ministro) ha già annunciato che le elezioni si
terranno non appena il programma di ripianamento sarà approvato dal parlamento
nazionale. È stato costretto a questa decisione lunedì quando il partner
minoritario della coalizione, il Partito dei Verdi, ha annunciato che non
appoggerà più il governo del Fianna Fail dopo l’approvazione del bilancio. La
gente ci sta ancora pensando: a che servirà il voto dopo che tutto è stato
deciso? Il presunto popolo sovrano sarà invitato a votare per rifare il trucco
alla squadra al comando incaricata di eseguire le istruzioni del Fondo
monetario internazionale e della Banca centrale europea? Non sembra
corrispondere ai concetti di democrazia fissati dalla Costituzione irlandese. E
tuttavia, quale potrebbe essere l’alternativa? Nell’urgenza, la prospettiva di
un vuoto amministrativo mentre il sistema politico entra nel processo
elettorale, senza che il popolo abbia alcuna possibilità di intervenire sugli
aspetti più vitali delle fortune nazionali, non minaccia di peggiorare ancora
di più la situazione? Potremmo trovarci, nel giro di altri due anni, in una
situazione ancora più precaria? Nessuno è disposto a prevedere il contrario.
Gli irlandesi sono sconcertati, addolorati e arrabbiati, ma più semplicemente,
confusi. La maggior parte delle persone, quando parla onestamente, ammette di
avere solo una vaga idea di quanto sta accadendo. Soprattutto, non capiscono
perché le cose sono peggiorate dopo due anni di austerità. Non capiscono perché
non è stato possibile fermare la deriva del sistema bancario o almeno eliminare
gli elementi più deboli. Si chiedono anche perché la situazione economica
dell’Irlanda sia oggetto di tanta preoccupazione internazionale. Come abbiamo
fatto a legarci a tal punto agli obbligazionisti internazionali e perché non
sono stati chiamati a subire le conseguenze delle loro speculazioni sbagliate? Perché
anche se l’economia nazionale sembra funzionare un po’ meglio di quanto abbia
fatto da diversi anni a questa parte, ciò non sembra contare nulla? Quanto di
questo ha a che fare con la nostra appartenenza alla zona euro?
Tra molti cittadini gira il sospetto che la spiegazione abbia a che fare con
l’incompetenza del governo. I politici irlandesi - e non solo quelli al potere
- hanno davvero una buona ragione per sentirsi in imbarazzo per non essere
riusciti a prestare la dovuta attenzione alla squilibrata e inopportuna
dipendenza dell’economia irlandese dalle tasse generate dalla bolla immobiliare
negli anni del boom. Il primo ministro e il ministro delle Finanze hanno motivo
di sentirsi in colpa per il modo in cui hanno gestito la crisi negli ultimi due
anni, respingendo bruscamente a ogni fase le iniziative che poco dopo sarebbero
sono stati costretti ad adottare. Mentre loro tergiversavano un problema
gestibile è diventato un Armageddon economico.
E tuttavia, sotto traccia rispetto al complesso nodo di pubblica rabbia, dolore
e incomprensione, si trovano alcuni altri elementi più sottili che potrebbero
fare sì che il popolo irlandese si arrenda semplicemente al proprio destino.
Uno di questi ha a che fare con i postumi lasciati nell’opinione pubblica dallo
scoppio di euroscetticismo diffusosi tra l’elettorato irlandese durante gli
ultimi anni di prosperità. Un iniziale rifiuto del trattato di Lisbona al
referendum dell’estate 2008, poco prima che iniziasse la crisi, fu rovesciato
da un elettorato piuttosto bovino un anno più tardi, dopo che l’arroganza nata
dal benessere aveva lasciato il posto a un rinnovato realismo sulla nostra
dipendenza dai partner europei. Ora, c’è questa strana situazione: la
dipendenza irlandese dall’Ue non è mai sembrata maggiore, mentre la fede
nell’istituzione non è mai stata così in declino.
Il leader del Partito dei Verdi ha parlato lunedì dell’«inaccettabile erosione
della sovranità irlandese» implicita nell’arbitrato di Fmi e Ue, ma la maggior
parte della gente sospetta che la perdita della sovranità sia avvenuta da
tempo. Per molti anni gli irlandesi sono stati rassicurati dai loro capi
politici e culturali: la sovranità era una vacca sacra che vigilava
sull’Irlanda e i suoi interessi. Ma sotto questi tentativi di razionalizzazione
sacche di vergogna e di colpa servono a diluire la pubblica rabbia, il dolore e
le recriminazioni. La maggior parte della gente ha una o due colpe segrete che
riguardano gli anni buoni: una casa delle vacanze in Bulgaria, uno di quei
conti di risparmio speciali a cui bizzarramente il governo accettò di
attribuire il tasso del 26 per cento (al costo di 3 miliardi di euro per il
Fisco). Questi segreti possono garantire una relativa passività tra il pubblico
irlandese mentre ci si avvia goffamente all’austerità. Uno dei pochi successi
del governo negli ultimi tempi è stato l’impianto nella coscienza pubblica
dell’idea che tutti abbiano avuto un ruolo nella caduta dell’Irlanda. I dati di
raffronto non lo confermano ma l’idea stessa porta molte persone a sentirsi un
po' incerte nel dare libero sfogo alla rabbia. Nel profondo dei loro cuori,
malgrado l’evidenza sia diversa, sospettano che l’accusa possa contenere un
minimo elemento di verità. In verità, il debito complessivo di 400 miliardi
accumulato dal settore bancario irlandese ha poca o nessuna base in
qualsivoglia beneficio concesso al grande pubblico. È innegabile che molti
cittadini siano caduti vittima di una vertigine consumistica durante gli anni
della Tigre celtica, ma questi peccati erano veniali rispetto a quelle dei
banchieri, dei promotori finanziari e dei leader politici. Anche sommando tutte
le nostre follie private non si arriva che a una frazione del conto da pagare
per la banca più tossica d’Irlanda, la Anglo-Irish bank, con i suoi 50 miliardi di euro
di debito, in gran parte derivanti da enormi progetti di sviluppo.
Inoltre, guardando più da vicino le condizioni di fondo, appare evidente che,
qualunque follia si possa essere impadronita degli irlandesi, questa è stata
quasi un inevitabile sottoprodotto dei vistosi cambiamenti economici innescati
dall'introduzione dell’euro.
Bisognerà scrivere un libro un giorno, raccontando come alcuni complessi
malfunzionamenti del desiderio umano abbiano inciso drammaticamente a livello
psicologico, come una nazione abituata alla miseria e alla frugalità sia stata
improvvisamente messa di fronte a una prospettiva di prosperità e benessere e
abbia fatto ciò che gli esseri umani quasi invariabilmente tendono a fare. Tale
analisi dimostrerà probabilmente che non si trattava di un problema individuale
ma di una forma di spericolato stimolo imposto dall’esterno. Ma per ora, una
tale analisi è un lusso che difficilmente possiamo permetterci.
(traduzione di Carla Reschia)
http://www.lastampa.it 24/11/2010

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