Noi e loro; la lingua in questi tempi di guerra.
Se la forma di potere imposta viene chiamata «democrazia», allora ci si presenta un problema ancora più grande: «democrazia» può essere il nome di una forma di potere politico imposto in modo antidemocratico?
Vorrei cogliere l’occasione per riflettere insieme sul problema della responsabilità affrontato in termini globali. Non è facile trattare la questione della responsabilità, dal momento che il termine stesso è stato utilizzato per finalità e intenzioni contrarie a quello che è invece il mio scopo qui. Per esempio, in Francia e in altri paesi europei, come ben sapete, hanno ridotto i sussidi sociali per i poveri e i nuovi immigrati.
Il governo esige un nuovo senso di «responsabilità», intendendo con ciò che gli
individui non dovrebbero contare sul governo per i sussidi, ma solo su se
stessi. Esiste addirittura una parola creata per descrivere il processo di
produzione di individui che fanno affidamento su se stessi -
«responsabilizzazione». Ora, non sono certo contraria alla responsabilità
individuale, e ci sono casi in cui, indubbiamente, dobbiamo tutti assumerci la
responsabilità di noi stessi.
Ma si presentano alcune domande per me cruciali alla luce di questa
formulazione: sono responsabile solo verso me stesso? Ci sono altri di cui sono
responsabile? E come faccio, in generale, a determinare le dimensioni della mia
responsabilità? Sono responsabile di tutti gli altri o solo nei confronti di
alcuni, e su che base potrei tracciare questo limite?
Ma questo è solo l’inizio delle mie difficoltà. Confesso di avere problemi con
i pronomi personali. È solo come «io», cioè, in qualità di individuo, che sono
responsabile? Potrebbe essere che quando assumo la responsabilità, ciò che
diventa chiaro è che chi sono «io» è legato inevitabilmente agli altri? Sono
forse immaginabile senza il mondo degli altri? Può essere che, effettivamente,
attraverso il processo di assunzione di responsabilità l’«io» si dimostri,
almeno parzialmente, un «noi»?
Chi è incluso nel «noi» che io, apparentemente, sono o di cui sembro essere
parte? E infine, per quale «noi» sono responsabile? Non è lo stesso che
chiedersi: a quale noi appartengo? Se identifico una comunità di appartenenza
nel concetto di nazione, territorio, lingua e cultura, e se poi baso la mia
responsabilità su quella comunità di appartenenza, allora implicitamente
sostengo la teoria che sono responsabile solo verso coloro che riconosco come
me.
Ma qual è la nostra responsabilità nei confronti di chi non conosciamo, verso
quelli che sembrano mettere alla prova il nostro senso di appartenenza? Forse
apparteniamo a loro in modo diverso, e la nostra responsabilità verso di loro
non si basa sul concetto di similitudine.
Prima di suggerirvi un modo di riflettere sulla responsabilità globale in
questi tempi, che sono indubbiamente tempi di guerra, voglio prendere le
distanze da alcuni modi erronei di affrontare il problema. Ad esempio, quelli
che intraprendono una guerra nel nome del bene comune, quelli che invadono le
terre sovrane altrui in nome della sovranità, ritengono tutti di «agire
globalmente» e addirittura di compiere una certa «responsabilità globale».
In questi ultimi anni, ad esempio, negli Stati Uniti sentiamo parlare di
«portare la democrazia» a paesi dove apparentemente manca; sentiamo espressioni
come «insediare la democrazia» e in questi momenti dobbiamo chiederci: cosa
significa democrazia se non si fonda sulla decisione popolare e sulla regola della
maggioranza? Può una potenza «portare» o «insediare» la democrazia a un popolo
sul quale non ha giurisdizione? Se si impone una forma di potere a un popolo
che non sceglie quella forma di potere, allora quello è, per definizione, un
processo antidemocratico.
Se la forma di potere imposta viene chiamata «democrazia», allora ci si
presenta un problema ancora più grande: «democrazia» può essere il nome di una
forma di potere politico imposto in modo antidemocratico? La democrazia deve
definire i mezzi con cui viene realizzato il potere politico così come il
risultato di quel processo. E questo crea una certa difficoltà, dal momento che
una maggioranza può certamente eleggere una forma non democratica di potere
(come fecero i tedeschi quando elessero Hitler nel 1933), ma le potenze
militari possono anche cercare di «insediare» la democrazia ignorando o
sospendendo le elezioni e altre espressioni della volontà popolare, o con altri
mezzi palesemente antidemocratici. In entrambi i casi manca la democrazia.
Come possono influire queste brevi riflessioni intorno ai pericoli della
democrazia sul nostro modo di pensare alla responsabilità globale in tempi di
guerra? Innanzitutto, penso che dobbiamo diffidare di quegli appelli alla
«responsabilità globale» fondati sul presupposto che un paese abbia una
particolare responsabilità per portare o insediare la democrazia in altri
paesi.
Sono certa che ci siano casi in cui l’intervento sia importante per prevenire
un genocidio, ad esempio. Ma sarebbe un errore paragonare un simile intervento
a una missione globale o, anzi, a una politica arrogante in cui vengono attuate
con la forza forme di governo che rispondono all’interesse politico ed
economico del potere militare artefice di quell’attuazione.
In questi casi, probabilmente, ci viene voglia di dire - quantomeno, a me - che
questa forma di responsabilità globale è irresponsabile, se non apertamente
contraddittoria. Potremmo dire che qui la parola «responsabilità» è usata
impropriamente o abusata. E io sarei d’accordo.
Ma questo, forse, può non essere abbastanza, dal momento che le circostanze
storiche ci richiedono di dare nuovi significati alla nozione di
«responsabilità»; in realtà, ci troviamo davanti a una sfida, quella di
ripensare e di riformulare un concetto di responsabilità globale che possa
controbattere questa appropriazione imperialistica o ciò che abbiamo descritto
come politica di imposizione.
Per fare questo, voglio prima tornare alla questione del «noi» e pensare a cosa
accade a questo «noi» in tempi di guerra. Quali sono le vite considerate degne
di essere salvate e difese, quali non lo sono? In secondo luogo, voglio
chiedere come possiamo ripensare il «noi» in termini globali con criteri che
confutino la politica di imposizione che ho appena descritto. Infine,
considererò perché opporsi alla tortura è obbligatorio e come possiamo derivare
un importante senso di responsabilità globale da una politica che è contraria
all’uso della tortura in ogni sua forma.
Dunque, possiamo cercare un modo di porre il quesito su chi siamo «noi» in
questi tempi, cominciando col domandarci: quali vite stimiamo degne di
considerazione, quali vite piangiamo, e quali riteniamo indegne di lutto?
Potremmo pensare alla guerra come a qualcosa che crea una divisione fra
popolazioni da compiangere e popolazioni da rinnegare. Una vita indegna di
lutto è una vita che non può essere compianta perché non ha mai vissuto, cioè,
non è mai stata considerata una vita. Possiamo vedere questa divisione del
mondo in vite degne o indegne di lutto dalla prospettiva di coloro che fanno la
guerra per difendere le vite di certe comunità e per difenderle contro le vite
di altri.
Dopo gli attacchi dell’11 settembre sui media ci siamo imbattuti nelle immagini
di coloro che sono morti: i loro nomi, le loro storie, le loro famiglie. Il
lutto pubblico era destinato a fare di queste immagini icone per la nazione, il
che significava, naturalmente, che per le vittime non americane il lutto
pubblico era considerevolmente minore, e addirittura inesistente per i lavoratori
clandestini. La distribuzione differenziale del lutto pubblico è una questione
politica di enorme implicazione.
Lo è fin dal tempo di Antigone, se non prima, quando lei scelse di piangere
manifestamente la vita di uno dei suoi fratelli, anche se in infrazione alla
legge sovrana.
Perché accade che così spesso i governi cerchino di tenere sotto controllo e
regolare la concessione o il divieto al lutto pubblico? Nei primi anni della
crisi dell’Aids negli Stati Uniti, le veglie pubbliche e il Names project hanno
sfondato il muro della vergogna pubblica della morte per Aids, una vergogna a
volte associata all’omosessualità, specialmente al sesso anale, a volte alla
promiscuità. Ha avuto un certo significato dichiarare e mostrare i nomi,
mettere insieme i pochi residui di una vita, rivelare pubblicamente e
riconoscere quelle perdite.
Cosa succederebbe se coloro che vengono uccisi in queste guerre fossero
ricordati in questo modo, pubblicamente? Perché non ci vengono dati i nomi dei
caduti in guerra, quelli uccisi dagli Stati Uniti, e perché non avremo mai
un’immagine, il nome, la storia, mai una testimonianza di quelle vite -
qualcosa da vedere, da toccare, da conoscere?
(trad.Laura Pagliara)
DOPO L’11/9 Responsabilità e democrazia, ma anche affetti e pronomi personali:
una filosofa statunitense usa queste parole per analizzare lo scenario globale
di questo inizio millennio. E demolisce i fondamenti della «dottrina» che il
suo Paese impone al pianeta
- L'Unità 17 settembre 2008

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