Nelle braccia dell’Occidente
Molti haitiani sperano in un protettorato straniero. Usa e Brasile in prima fila. Obama non vuole ripetere gli errori di Bush e ribadire la leadership americana nel giardino di casa.
“Questa
tragedia è una cosa buona per noi, perché ci fa pubblicità”. La frase
sfuggita a George Samuel Antoine, console di Haiti a San Paolo del Brasile,
davanti alle telecamere dell’emittente Sbt, a prima vista appare un distillato
di puro cinismo. Ma rivela probabilmente la speranza di molti haitiani
sopravvissuti al terremoto: assoggettarsi a un protettorato internazionale. Nel
senso pieno del termine. Meglio un governo di stranieri che l’anarchia e le
vessazioni dei banditi. Se poi questi stranieri sono americani, capofila di una
cordata con Brasile, Francia e Canada, investiti delle responsabilità primarie
in quanto potenze più influenti sull’isola, tanto meglio.
Le assicurazioni della Casa Bianca di non voler governare
Haiti, obbligate dal bon ton diplomatico, passano in second’ordine di fronte
all’immediato, robusto e assai esibito impegno americano nel dopo-terremoto.
Per il primo paese indipendente dell’America Latina (1804), nel quale Simon
Bolivar trovò rifugio e assistenza, sperare nella colonizzazione nordamericana
è un bel paradosso. E forse si rivelerà una chimera, quando fra non molto i
riflettori dei media saranno spenti. Ma nell’ora più triste e insieme più
globale di quella terra miserrima, come negare ai sopravvissuti il sogno di un
futuro diverso? Di diventare un altro Puerto Rico?
La catastrofe che il 12 gennaio si è abbattuta su
Port-au-Prince e su milioni di haitiani ha scatenato una nobile competizione
fra nazioni, organizzazioni internazionali e associazioni private a chi
soccorre prima e meglio i superstiti. La solidarietà di cui siamo testimoni
esprime quel senso di appartenenza al genere umano - al di là di razza, credo,
storie e frontiere - che solo le grandi emergenze sanno suscitare. Nelle scelte
dei maggiori leader mondiali e regionali si possono però intravvedere anche le
strategie geopolitiche che segnano questa competizione non solo umanitaria.
A cominciare da Obama: “Questo è un momento che richiede
la leadership dell’America”. La mobilitazione militare e civile, l’impegno
personale del presidente, la formidabile eco mediatica rivelano che lo spirito
missionario degli americani, pur in tempi di crisi, resta vivo. Su questo
slancio, Obama si propone di raggiungere tre obiettivi.
Primo e principale: non ripetere l’errore di Bush, che di
fronte allo tsunami asiatico del 2004 e soprattutto al disastro provocato
l’anno dopo dall’uragano Katrina, si mostrò torpido e distratto. Confermando
l’immagine di una superpotenza egoista e declinante. E destando il sospetto che
asiatici e neri americani – le vittime “invisibili” dello tsunami e di Katrina
– non fossero per Bush meritevoli di attenzione. Da quella pessima performance
del suo predecessore, più ancora che dal disastro iracheno, Obama trasse la
convinzione di poter competere per la Casa Bianca. Oggi che la sua stella non brilla
come i suoi sostenitori speravano un anno fa, il presidente non poteva farsi
cogliere impreparato da una simile emergenza.
Secondo: dare profilo specifico alla sua
visione - finora piuttosto retorica - degli Stati Uniti come potenza capace di
esprimere la propria egemonia non attraverso l’esibizione o peggio l’impiego
della forza, ma raccogliendo intorno a sé ampie coalizioni internazionali. E
assumendosi la responsabilità di guidarle. Sotto questo profilo, Haiti è il
caso perfetto: un’impresa umanitaria dall’eco planetaria, circoscritta nel
“cortile di casa” americano, lo spazio caraibico. Dove non esistono potenze in
grado di competere con il colosso a stelle e strisce. La Cina è lontana. Degli europei
conta solo la Francia,
sollecitata in questo caso dal richiamo storico e culturale della francofona
Haiti. Riferimento che spiega anche l’interesse canadese, o meglio del Québec,
che per rafforzare la sua impronta francofona ha importato una vasta colonia
haitiana. Parigi e Ottawa peraltro si muovono di concerto con Washington.
Terzo: impedire che forze nemiche o inaffidabili prendano
piede a Haiti. Un classico Stato fallito, di fatto non governato da nessuno.
Haiti non è la Somalia,
certo. Ma i recenti corteggiamenti venezuelani al presidente Préval,
sostanziati da forniture energetiche e progetti infrastrutturali, miravano a
calamitare Haiti nell’Alba, l’asse antiamericano guidato da Caracas e L’Avana.
L’intervento di Obama, che intende porre gli haitiani sotto la provvisoria (?)
tutela statunitense, serve anche a stroncare tali velleità. Intanto, Cuba ha
aperto il suo spazio aereo ai voli di soccorso americani. Mentre la base di
Guantanamo – più nota come prigione per terroristi che Obama prometteva di
chiudere e non ha chiuso – funge da hub logistico per le operazioni Usa
nell’isola terremotata, da cui la separa solo uno stretto di un centinaio di
chilometri, il Windward Passage.
Il principale partner degli Stati Uniti in questa operazione è
il Brasile. Insieme ai primi soccorsi, Lula ha inviato sul posto il ministro
della Difesa Nelson Jobim. A Haiti sono schierati 1.266 soldati brasiliani
impegnati nella missione Onu di stabilizzazione (Minustah), a guida verde-oro.
L’impegno che si protrae da sei anni, con scarso successo, non è unicamente
volto a riportare l’ordine a Haiti. Vuole anche illustrare le ambizioni
brasiliane di potenza non solo sudamericana ma tendenzialmente panamericana.
Dunque proiettata anche verso i Caraibi e l’America centrale. In un rapporto di
cooperazione/competizione con gli Stati Uniti, da cui pretende un trattamento
paritario. Brasilia peraltro resta refrattaria alle gesticolazioni
neobolivariste di Chavez e alla sinistra radicale di Ortega (Nicaragua),
Morales (Bolivia) e Correa (Ecuador).
Quando l’emergenza haitiana sarà trascorsa, speriamo con
duraturo sollievo per quella popolazione, potremo procedere a una doppia
verifica geopolitica. Per l’America, vedremo se avrà dimostrato con successo
che non intende tollerare Stati falliti nell’”estero vicino”. Destinati forse
un giorno a fungere da trampolini di lancio di potenze ostili od organizzazioni
terroristiche. Quanto al Brasile, stabiliremo se la sua proiezione di potenza
oltre la frontiera sudamericana può sostanziarsi in una sfera d’influenza privilegiata,
magari in coabitazione con gli Stati Uniti. Così ponendo fine all’assoluta,
bisecolare egemonia a stelle e strisce sull’emisfero occidentale.
http://www.repubblica.it 16/1/2010

Precedente: Marzabotto, perché solo adesso diventa un film








