Nella terra di papi non c’è posto per papà
Non opporre la legge al desiderio
Da “Padre” a “papi”. Questo semplice passaggio lessicale (provate a pronunciare
le due parole a voce alta notando la differenza di solennità nel suono)
racconta un cambiamento epocale. Quello che va “dal regime edipico della
democrazia al sultanato post-ideologico di tipo perverso”, nelle parole di
Massimo Recalcati. Nel nuovo libro Cosa
resta del padre? la paternità nell’epoca ipermoderna, lo psicoanalista
lacaniano utilizza con originalità categorie analitiche per leggere la società.
E sostiene che la vicenda delle papi-girls riassume in forma pura i valori oggi
imperanti: “Il denaro elargito come puro atto arbitrario, l’illusione che si
possa raggiungere l’affermazione di sé senza rinuncia, l’enfatizzazione
feticistica dei corpi femminili, l’opposizione ostentata nei confronti della
Legge, il rifiuto di ogni limite e l’assenza di pudore”.
UNA TESI che nulla ha a che fare con la condanna moralistica. In realtà questo
insieme di comportamenti produce in chi li pratica, a partire da Berlusconi,
sicura angoscia e infelicità. Come guarire? La strada suggerita da Recalcati
per tornare a desiderare sembra una cattiva notizia per il premier: la
castrazione. Ma solo simbolica, ovviamente: nel senso della presenza di
qualcuno che ponga confini e divieti alla possibilità di godere di tutto. In
breve, papi, per essere felice, avrebbe bisogno di un Padre. Quel ruolo che non
è riuscito pubblicamente ad incarnare, il Padre della nazione, rivestendo al
massimo quello dello zio ricco e scapestrato che diseduca i figli altrui.
Attenzione, però: secondo Recalcati Berlusconi rappresenta l’espressione più
spudorata di una sceneggiatura che riguarda soprattutto noi, sul piano privato
e pubblico. E che sarebbe bene rileggere con cura, perché scorrendola con
attenzione noteremo che la scomparsa di uno dei principali protagonisti del
passato, il Padre (e insieme a lui la
Legge), – ucciso dai colpi inferti sia dalla sua
estremizzazione mostruosa durante il nazifascismo, che lo ha reso una
caricatura inutilizzabile, sia dalle grida studentesche del ’68 – è una
sciagura.
I MOTIVI sono due: il primo è che la
Legge, posta dal Padre, non costituisce una minaccia del
desiderio, anzi ne rappresenta la condizione. Una tesi davvero fuori moda e
pure un po’ ardita per chi, da psicoanalista, dovrebbe curare le ferite di
precoci e insensati divieti. Eppure, come ormai gran parte della teoria clinica
va dicendo, oggi gli individui (cittadini e pazienti), sono cambiati e i
sintomi che causano loro sofferenza non sono più quelli che affliggevano
l’austera borghesia viennese. Al contrario, le psicopatologie sono sempre più
l’effetto della scomparsa di qualsiasi divieto, che autorizza al godimento
artistico e seriale e conduce all’infelicità. Anche qui, il moralismo non
c’entra nulla. Provate a immaginare visivamente, sembra suggerire l’autore, una
terra senza alcun confine, senza alberi, fiumi, montagne, sentieri che
conducono da un punto all’altro. Il risultato sarà uno smarrimento mortale, lo
stesso che produce il consumismo: una “fede nell’oggetto come rimedio al dolore
di esistere”, che invece ci restituisce quel dolore nella sua forma più acuta.
Il secondo motivo per cui la scomparsa del Padre è un male è perché il Padre è
colui che dovrebbe trasmettere al figlio la più preziosa delle eredità: la
capacità di desiderare. Per spiegare in che modo possa riuscire nel compito,
occorre rapidamente addentrarsi nella mitologia psicoanalitica: il Padre ha la
funzione di proibire ciò che l’Edipo di Sofocle realizza, l’incesto con la Madre.
TRADOTTO per tutti, genitori e non: la sua funzione dovrebbe essere quella di
aiutare il figlio alla dolorosa separazione dal paradiso terrestre
rappresentato dalla fusione “emblema di un godimento assoluto e senza mancanze”
che si realizza nella pancia e poi durante l’allattamento. “Non puoi ritornare
da dove sei venuto!”, deve ricordare il Padre. Se questa operazione viene a
mancare, perché la madre vuole anch’essa restare fusa con il figlio
quest’ultimo sarà incapace di desiderare. Il desiderio comporta separazione,
esodo, erranza e insieme l’esperienza che non tutto è a portata di mano, che
l’oggetto del nostro amore sfugge al possesso.
Il Padre, dunque, è colui che sa unire e non opporre, la Legge al desiderio,
ammansendo sia Kant che Sade. E proponendo una nuova alleanza tra i due, che
impedisca sia che il desiderio degeneri “nell’inconsistenza dissipativa del
godimento”, sia che si restauri “l’ordine della morale repressiva e
patriarcale”. Certo, la parola del Padre inizialmente è un trauma, ma un trauma
benefico, comunque necessario, perché oltre che condizione del desiderio, il
divieto ci consente di accedere alla dimensione sociale, dove incestuosità,
violenza, tracotanza sono vietati. Pena l’impossibilità a convivere.
Come può oggi il Padre trasmettere il desiderio? Per Recalcati oggi non resta
che una possibilità, quella che finalmente ci autorizza a parlare di padre con
la “p” minuscola: unicamente attraverso la propria testimonianza di vita, che
non può avere valore universale né ideale, ma solo singolare. Non il Padre, ma
i tanti padri. Che non sono necessariamente quelli biologici, ricorda lo
psicoanalista contro ogni possibile uso ideologico della sua teoria. Chiunque
infatti può essere padre (biologico e non, ma persino maschio o femmina ), a
patto che sappia svolgere la funzione di cui la nostra società ha un bisogno
disperato: interdire il desiderio, ponendo i confini; incarnare il desiderio
nella propria esistenza; infine gestire con sapienza il conflitto che questo
ruolo inevitabilmente comporta.
il Fatto 16.3.11

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