Napoli, il fuoco che smaschera il grande bluff del Cavaliere
La monnezza in Campania stava tornando da mesi, ma parlarne era vietato quasi fosse una bestemmia. Ora si scopre che non si era risolto nulla, solamente tamponato: il più delle volte nascosto.
“Perché gli abbiamo creduto a Berlusconi, e mo’ come se ne uscirà?”. “Lo sapevo
che tornava la monnezza e che Berluscone non aveva risolto niente. Questa è la
politica”. Sono le prime due frasi che ascolto da una radio locale che lascia
sfogare i napoletani, che qui chiamano il primo ministro rendendo al singolare
il suo nome: Berluscone, che avevano considerato il risolutore dell’emergenza
rifiuti.
Oggi tutto è tornato come prima, ad appena un anno dal decreto legge del 31
dicembre del 2009 che sanciva la fine dello stato di emergenza e del
commissariamento straordinario.
In realtà da mesi stava lentamente tornando la spazzatura ovunque ma parlare di
nuova emergenza rifiuti sembrava impossibile, era vietato come la peggiore
delle bestemmie. Ma il centro di Napoli è tornato a puzzare come una discarica,
la provincia di Caserta ha nuovamente le strade foderate di spazzatura, la
popolazione è tornata a ribellarsi per l’apertura di nuove discariche,
terrorizzata che queste raccolgano non solo i rifiuti leciti ma anche quelli
illeciti, come sempre accaduto nelle discariche campane.
Non si era risolto nulla. Solo tamponato. Il più delle volte nascosto. In certi
territori lontani dai riflettori, lontani dall’attenzione dei media, la
spazzatura non è mai scomparsa dalle strade. Ora il grande bluff si è compiuto
e mostra la sua essenza. Ed a pagarne il prezzo, come era prevedibile, è il
territorio, la salute delle persone, l’immagine di Napoli nuovamente carica di
spazzatura. Chi diffama Napoli, verrebbe da chiedere al primo ministro? Le
foto, chi racconta lo scempio? O le strade sommerse di rifiuti? La città torna
a sopportare la monnezza con i fazzoletti sui nasi quando l’odore è troppo acre
perché il caldo fa marcire i sacchetti. I mercati rionali costruiscono le
proprie bancarelle sulla spazzatura non raccolta del giorno prima, e le persone
fanno la spesa camminando tra rifiuti. Per lo più le persone ormai fanno finta
di niente. Sperano solo che le montagne non arrivino ai primi piani come successo
l’ultima volta.
L’alba sul nascente governo Berlusconi si era levata liberando Napoli e la Campania dalle tonnellate
di spazzatura; ora il tramonto cala su un governo meno coeso e che molti
vedrebbero allo sbando, dietro le piramidi di spazzatura che tornano,
identiche. L’emergenza rifiuti si fondava su un problema che sembrava
insormontabile. Le discariche campane erano satolle e la magistratura,
valutandole illegali, le chiudeva impedendo ulteriori conferimenti. Non c’era
più spazio per i rifiuti, e le strade divenivano nuove discariche, che non
avevano bisogno di approvazione e che non si poteva per decreto chiudere o
riaprire. Le strade, tutte, dai quartieri più popolari del centro storico e
delle periferie, a quelli collinari, costituivano le naturali valvole di sfogo.
Si bruciava in campagna spazzatura per ridurla in cenere, cenere meno
voluminosa e più comoda da smaltire, e così facendo si è avvelenata la terra.
L’intervento del governo ha reso territorio militare le discariche: alla
magistratura quindi è stato impedito di chiuderle e ai cittadini di avvicinarsi
per controllare cosa accadesse a pochi metri dalle loro case. Questo
provvedimento, accettato come un male inevitabile, doveva servire a dare
ossigeno alle amministrazioni per costruire alternative che però non sono mai
partite.
La raccolta differenziata è la vera vergogna della Campania e di Napoli. Non si
riesce ad organizzarla al meglio nemmeno nei piccoli centri. Si pensi ai tanti
comuni dell’Avellinese e del Beneventano che hanno le campagne invase dalla
spazzatura, ma sono troppo periferici per fare notizia. Ad oggi Napoli ha solo
poche aree in cui viene svolta la raccolta porta a porta, l’unica davvero
efficace perché implica un controllo dal basso del cittadino sul cittadino. Raccolta
che per legge avrebbe dovuto raggiungere già il 40% dei rifiuti conferiti
mettendo in moto un circolo virtuoso che la città aspetta ormai che arrivi dal
cielo, come fosse un miracolo. La stessa Asìa, in un volantino da poco
distribuito nell’unico quartiere dove la differenziata porta a porta è attiva
da due anni — i Colli Aminei — , si è detta preoccupata perché il quantitativo
di rifiuti indifferenziati negli ultimi mesi è aumentato, come se quel
quartiere che doveva essere la testa d’ariete, la punta di diamante di un’area
devastata, si fosse reso conto che i suoi sforzi e il suo virtuosismo valgono
quanto una goccia in un mare di disservizi. E a quel punto a che serve
differenziare.
Meglio buttare tutto nella solita montagna di monnezza. Si sa che i termovalorizzatori
non sono mai realmente partiti. Non quello di Napoli, non quello di Salerno,
non quello di Santa Maria la
Fossa e quello di Acerra è partito solo in parte. Anche su
questo piano quindi le cose non sono andate come il governo aveva promesso e il
risultato è stato il totale fallimento di un processo che non poteva contare
solo sul senso civico dei cittadini. Avevano promesso di non aprire più
discariche ed invece ne stanno aprendo un’altra nel parco del Vesuvio, in
un’area di interesse naturalistico rarissima. L’emergenza rifiuti è stata manna
per la politica campana ed è stata utilizzata per costruire un meccanismo di
consulenze e appalti emergenziali. Se hai intere provincie sommerse, devi
necessariamente stanziare danaro straordinario. E quindi consulenti e imprese
sui quali non può esserci controllo serrato.
L’equilibrio su cui si regge il ciclo dei rifiuti in Campania è estremamente
fragile. Per mandare in tilt una macchina che è tutt’altro che oleata, basta
bloccare il flusso di danaro che arriva nelle casse delle provincie e dei
comuni. Basta far finire i soldi in un groviglio di appalti e subappalti. A
Napoli l’Asìa, l’azienda che fornisce i servizi di igiene ambientale alla
città, ha circa 3000 dipendenti e affida parte dei sevizi a Enerambiente,
società veneta dedicata ai servizi ecologico-ambientali e alla gestione
integrata dei rifiuti, che di dipendenti ne ha 470. A sua volta
Enerambiente attinge per la gestione dei rifiuti alla cooperativa Davideco che
ha 120 dipendenti e agli interinali che forniscono almeno altri 150 dipendenti.
In questa catena infinita di appalti e subappalti lievitano i costi e le
clientele e quest’anno trascorso dal decreto di fine emergenza non è servito a
mettere in moto il circolo virtuoso di cui la città aveva bisogno, ma a oliare
nuovamente la macchina dello spreco e del ricatto.
Dopo l’inchiesta che ha visto Nicola Cosentino accusato dall’Antimafia di
Napoli di essere stato un riferimento politico della camorra attraverso il
settore rifiuti, in queste ore, sembrerebbe realizzarsi di nuovo ciò di cui si
è scritto: la centralità della monnezza in Campania che arriverebbe persino,
attraverso Nicola Cosentino, a configurarsi come una pistola puntata alla
tempia del governo. Ovvero, come tramite di ogni rapporto tra Berlusconi e il
politico casalese ci sarebbe la gestione del ciclo dei rifiuti. Nel dibattito
politico di questi ultimi mesi si è fatto riferimento a come Cosentino, leader
indiscusso del Pdl in Campania, avesse dalla sua molti sindaci, i consorzi, la
vicinanza di imprenditori e quindi potesse formalmente, se solo lo decidesse,
bloccare il meccanismo di raccolta rifiuti. Il voto alla Camera, se si crede
all’ipotesi di un Cosentino imperatore nel settore dei rifiuti, con il no
all’utilizzo delle intercettazioni sembrerebbe essere un dono fattogli per
cercare di riportare la nuova emergenza a una “normalità” di gestione
consolidata. Ma questo può saperlo solo Cosentino stesso.
Quanto ai bassoliniani, che nel settore rifiuti hanno fatto incetta di voti e
clientele, certamente non risulteranno in questa fase concilianti verso la
situazione e anche dal loro versante ci sarà ostruzionismo e voglia di tornare
ad avere prebende e potere attraverso la crisi. O si tratta con loro o tutto si
ferma. Serve ricordare che l’emergenza rifiuti in Campania è costata 780
milioni di euro l’anno. Questa è la cifra quantificata dalla Commissione
bicamerale sul ciclo dei rifiuti nella scorsa legislatura che, moltiplicata per
tre lustri (tanto è durata la crisi), equivale a un paio di leggi finanziarie.
In tutto questo la camorra naturalmente continua il suo guadagno che cresce ad
ogni passaggio. Nei camion che serviranno alla nuova emergenza, nel silenzio
caduto sul ciclo rifiuti perché i roghi nelle campagne continuano a gestirli i
clan, bruciando rifiuti, sino al business dei terreni dove chissà per quanti
decenni verranno depositate le ecoballe ormai mummificate il cui fitto viene
pagato direttamente nelle loro mani.
Non mi stancherò mai di dirlo: se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero
accorpati, diverrebbero una montagna di 15.600 metri di
altezza, con una base di tre ettari, quasi il doppio dell’Everest, alto 8850 metri, quindi
questo business ha ancora una lunga vita. Da Napoli parte un nuovo corso,
quello che dimostra che per quanto si possa cercare di non mostrare, di negare,
di nascondersi dietro proclami, la realtà che abbiamo sotto gli occhi questa
volta è talmente schiacciante che nessuna forma di delegittimazione può
renderla meno evidente. La spazzatura tornata nelle strade di Napoli sigla
definitivamente il fallimento di un progetto, di un percorso, di una politica.
Speriamo che queste verità, in grado di svelare definitivamente le tante
menzogne spacciate come successi, possano innescare un percorso di cambiamento
che se partisse dal Sud potrebbe davvero mutare il destino del paese.
La Repubblica (27 settembre 2010)

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