Minipassaporto
Storie di vita vissuta. Ungheria 1968
Negli anni sessanta i cittadini ungheresi avevano 4 tipi di
passaporto: passaporto di servizio (diplomatici, lavoratori, borsisti esteri),
passaporto “rosso” valido per i paesi socialisti, passaporto blu per tutto il
resto del mondo ed infine il minipassaporto.
Quest’ultimo non si trattava di un passaporto vero e proprio : era valido solo
per entrare in una striscia limitata, larga appena di 15 o 20km dello stato
vicino. Serviva per mantenere o a riprendere i rapporti con quei familiari che
per un capriccio della storia si trovavano al di là della linea di demarcazione
nel momento in cui – dopo la seconda guerra mondiale – si decisero i confini.
Noi che vivevamo circa 10km dalla frontiera jugoslava non avemmo però diritto
al minipassaporto per molti anni. La Jugoslavia era considerata un paese strano,
socialista sì, ma solo nei discorsi ufficiali…per il resto era troppo liberale,
troppo autonomo, troppo distante dalle direttive centralizzate dell’URSS. Così
dovemmo attendere fino agli anni settanta, quando finalmente ci fu concesso
questa specie di lasciapassare. Il primo viaggio lo facemmo con la nonna,
emozionantissima: dopo 30 anni di interdizione poteva visitare finalmente i
suoi parenti al di là della frontiera.
Più che una visita ai parenti fu una passeggiata nel cimitero di Cakovec : la
vita e la morte hanno percorsi indipendenti dalla politica…
Dopo quel primo, memorabile viaggio con la nonna, varcai ancora numerose volte
la frontiera, ma quegli spostamenti non li avevo mai considerati dei veri
viaggi all’ estero perché mancava completamente la percezione della diversità:
anche al di là della frontiera si parlava ungherese, nei negozi si poteva
pagare con la nostra moneta ecc.
La sensazione di stare all’estero si percepiva solo nei bar
dove si serviva la coca-cola e non la “pola-cola” che si usava allora nei paesi
della Comecon. Nonostante il colore uguale e il nome decisamente ambiguo – era
stato sostituito il peccaminoso “COCA” con il ben più internazionalista POLA,
evidente riferimento al paese produttore - nemmeno i nemici più accaniti del
socialismo potevano accusare i produttori di questa poco definibile bevanda di
falsificazione deliberata: era una cosa completamente diversa. Se è possibile,
era ancor più schifosa del suo “prototipo” ben più fortunato.
I nostri viaggi oltre alle visite ai parenti avevano finalità molto prosaiche:
acquisti. Si comprava tutto ciò che in Ungheria costava di più o non si
trovava: reggiseno imbottito, mutandine non esattamente ascellari, stoffe,
filati sintetici per fare la maglia, caffè….cose così insomma. Ricordo, una
volta mia madre fece quasi lotta libera con una signora ungherese per poter
prendere l’ultimo capo di un orribile impermeabile marrone ritenuto il non plus
ultra dell’eleganza.
Avevo circa 16 anni, quando uno di questi viaggi di compere si trasformò in una
trasgressione vera e propria. Papà voleva acquistare dei pneumatici per la sua
macchina, un Moszkvics di fabbricazione sovietica. In Jugoslavia si trovavano pneumatici migliori e a buon mercato, dunque
un sabato, stipati in 5 nella macchina,
partimmo. Eravamo in cinque perché, oltre me e mia sorella, venne con
noi un amico meccanico che ci avrebbe consigliato la marca adatta. Poiché non trovammo
niente nel piccolo negozietto della cittadina vicina alla frontiera, decidemmo
di proseguire verso l’interno superando non poco la striscia permessa.
Arrivammo fino a Maribor. Se ci avessero beccati, avremmo perso per sempre il
minipassaporto.
Papà era un uomo rispettoso delle regole e nemmeno oggi capisco come mai
proprio a lui venne l’idea:
- Visto che ormai siamo fuorilegge, tanto vale arrivare fino a Rijeka (Fiume)
così facciamo vedere alle ragazze il mare!
Forse era contento per gli acquisti fatti che portarono via molto meno denaro
del previsto, oppure voleva far un gesto di affetto verso mamma, con la quale
mica stava tanto bene ormai, anche se il loro matrimonio continuò a trascinarsi
ancora per alcuni anni.
Noi ragazze, non stavamo nella pelle dalla gioia.
Fu un viaggio faticoso e lento, molto più lento di quanto prevedemmo
all’inizio. Seguendo file e file di camion-lumache su strade tortuose, arrivammo
a Rijeka a notte fonda. Gli adulti erano stanchissimi, volevano solo trovare al
più presto due camere libere in un alberghetto economico, lasciando noi ragazze
a dormire in macchina. Oltre a risparmiare il costo dell’albergo servivamo
anche come guardiane affinché nessuno toccasse il nostro prezioso mezzo. Ci
sistemammo alla men peggio sui sedili, ma non riuscivo a prendere sonno. Mi
sembrava una follia sprecare la nostra unica notte in terra straniera chiuse in
una macchina, ma mia sorella che aveva allora 14 anni ebbe paura di trasgredire
le direttive di papà. Aspettai che si addormentasse e poi la chiusi in
macchina.
Volevo arrivare al mare. Volevo toccare l’acqua del mare. Al porto, dove
arrivai dopo alcune ore di gironzolare nella città, vidi navi provenienti da
lontano: africane, sud-americane - ricordo che c’era pure una nave giapponese-.
Osservando i nomi e i porti di questi enormi natanti mi sembrava di vedere il
globo. Il mondo che girava avvolto nella sua nebbiolina azzurra e nello stesso
tempo percepivo anche me stessa come un minuscolo puntino che faceva parte di
tutta questa meraviglia.
Di fronte si vedevano le luci dell’Italia.
Certe scale del molo mi portarono al livello dell’acqua. Allungai una mano,
l’acqua era tiepida. Poi leccai le dita bagnate. Sapevano di sale.
Ripartimmo all’alba, riuscendo da lontano a vedere una striscia azzurra
accecante: era il mare.

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