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Meno contante contro l'evasione

La tracciabilità è uno strumento necessario per combattere l'evasione fiscale, ma non è sufficiente.

 

 

 

Il governo Monti ha recentemente varato un pacchetto di misure per il contrasto dell’evasione fiscale. Lo strumento principale che sarà utilizzato è la tracciabilità, in base alla quale non potranno essere più effettuati pagamenti per importi superiori ai mille euro in contanti; la precedente soglia, stabilita dal governo Berlusconi nell’estate scorsa, era pari a 2.500 euro.

STUMENTO NECESSARIO, MA NON SUFFICIENTE

L’intervento previsto dal governo va senz’altro nella giusta direzione e porterà dei benefici in termini di lotta all’evasione. Forse la scelta poteva essere più coraggiosa, prevedendo una soglia per l’utilizzo del contante ancora più stringente, ad esempio 300 o 500 euro, ma probabilmente l’attuale difficile equilibrio politico non ha permesso di fare di più, posto che il principale partito politico in Parlamento si è palesemente schierato contro questa misura attraverso la voce dell’on. Silvio Berlusconi.
Se la tracciabilità può essere vista come uno strumento necessario per combattere l’evasione, purtroppo però non può essere considerata sufficiente a tale scopo. Una fetta molto importante dell’evasione in Italia nasce infatti dalla micro e piccola impresa – su cui la struttura produttiva del nostro paese è fortemente radicata – e su transazioni economiche il cui valore unitario è molto contenuto. In Italia un settore che ha queste caratteristiche è, ad esempio, quello della ristorazione, dove in media il reddito dichiarato dagli imprenditori che vi lavorano è pari a circa 14mila euro all’anno, meno di 1.200 euro lordi al mese. 
La tracciabilità imposta per legge, in questi casi, non può essere evidentemente molto di aiuto in quanto per importi inferiori ai mille euro l’utilizzo del contante sarebbe in ogni caso permesso. (1)
Una semplice evidenza di questa relazione è rappresentata nel grafico 1, dove sono riportati l’importo medio unitario dei prelievi di contanti da sportelli automatici bancari, nei vari paesi europei, e l’economia sommersa, espressa in percentuale di Pil. (2) La relazione è chiaramente positiva: dove si maneggia più contante, l’incidenza dell’economia sommersa è più elevata. In particolare, Grecia e Italia sono i paesi europei che mostrano i prelievi di contanti di importo medio più elevato (rispettivamente 250 e 175 euro) e che contestuale hanno la più alta incidenza sul Pil dell’economia sommersa.

COME SI POTREBBE RIDURRE L’UTILIZZO DEL CONTANTE?

Una via per limitare l’impiego del contante nelle transazioni commerciali potrebbe essere quella della leva fiscale, cioè mediante la modifica dell’attuale regime di tassazione applicato sui mezzi di pagamento. La normativa italiana, prevede che le carte di credito, uno degli strumenti che permettono di tracciare i pagamenti, debbano pagare un’imposta di bollo di 1,81 euro sugli estratti conto di importo superiore ai 77 euro, mentre il prelievo di contante non è sottoposto ad alcun onere fiscale. Di fatto, quindi, il sistema attuale produce delle evidenti distorsioni incentivando l’utilizzo di strumenti che facilitano l’evasione e disincentivando, di converso, quelli che potrebbero ostacolarla. La cosa molto semplice da fare dovrebbe quindi essere quella di invertire questa situazione prevedendo, da un lato, un’imposta sui prelievi di contante – siano essi effettuati direttamente presso sportelli bancari o postali, siano essi effettuati tramite sportelli automatici – e, dall’altro, la detassazione completa degli oneri fiscali sugli strumenti di pagamento diversi dal contante.

Grafico 1. La relazione tra prelievi di contante ed economia sommersa

 

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Fonte: mia elaborazione su dati Banca d’Italia e Bovi e Dell’Anno (2010).


In Italia la massa dei prelievi di contante è molto elevata: dalle statistiche della Banca d’Italia emerge che, nel 2010, solo dagli bancomat sono stati prelevati circa 142 miliardi di euro. Dunque, un’imposta con un’aliquota contenuta determinerebbe un alto gettito. Ad esempio, una tassa dello 0,5 per cento sui prelievi in contanti determinerebbe un gettito di circa 700 milioni di euro solo dal canale degli sportelli automatici. Per un correntista, ciò vorrebbe dire che prelevando 200 euro in contanti sarebbe soggetto a un euro di imposta, che verrebbe riscossa dalla banca e poi trasferita all’erario.
Il gettito derivante dall'imposta sarebbe sicuramente più che capiente per coprire le minori entrate derivanti dall’eliminazione del bollo sugli estratti conto delle carte di credito, stimabili in circa 150 milioni di euro. Le entrate eccedenti potrebbero essere utilizzate per incentivare ulteriormente l’utilizzo di strumenti alternativi al contante da parte di alcune categorie di soggetti che attualmente li impiegano poco. Le evidenze basate sulle scelte di utilizzo delle carte di debito e di credito mostrano, al riguardo, che pensionati e famiglie con più basso reddito tendono a utilizzare meno questi strumenti. (3)
Una possibile spiegazione di può essere legata, da un lato, ai costi di tenuta di questi mezzi di pagamento e, dall’altro, ai timori legati alle frodi. Sul primo aspetto, introdurre la possibilità di detrarre fiscalmente le spese annuali di tenuta delle carte, entro certi margini di reddito, potrebbe essere un modo per superare i vincoli economici, mentre l’investimento in campagne informative e di contrasto della criminalità informatica potrebbe aiutare a superare vincoli di natura più psicologica.

* Le opinioni espresse appartengono esclusivamente all’autore e non sono quindi attribuibili all’Istituto di appartenenza.

(1)
Al riguardo va detto che la relazione esistente tra l’utilizzo del contante, strumento di pagamento di cui non è possibile seguire le tracce fiscali, e l’evasione è chiara ed è stata evidenziata da diversi studi. Si veda, ad esempio, Rogoff, K. (1998), “Blessing or curse? Foreign and Underground Demand for Euro Notes”, Economic Policy – A European Forum, 261-303, e Goodhart, C., e Krueger, M. (2001), “The Impact of Technology on Cash Usage”, discussion paper 374, Financial Markets Group, London School of Economics and Political Science, London, UK.
(2) Per il valore dell'economia sommersa utilizzo le stime di Bovi M. e R. Dell’Anno, (2010), “The changing nature of the Oecd shadow economy”, Journal of Evolutionary Economics 20(1), pp. 19-48.
(3) Di Giulio D. e Milani C., 2011, “Diffusione della moneta di plastica e riflessi sull’economia sommersa: un’analisi empirica sulle famiglie italiane”, Abi, Temi di Economia e Finanza, n. 3.

http://www.lavoce.info 22.12.2011

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