Nella Chiesa c'è chi dice no
Il dissenso verso la dottrina ufficiale è sovversivo al contrario degli “atei devoti”, comode figure con cui andare piacevolmente “controcorrente”
In un paese come l'Italia, l'unico al mondo dove ogni
mercoledì quel che dice il Papa alla sua udienza settimanale è considerato
notizia degna di rilievo da telegiornale, non poteva che passare sotto silenzio
l'avvenimento che ha invece scosso l'informazione di mezza Europa: ai primi di
febbraio 143 teologi austriaci, tedeschi e svizzeri hanno firmato un
documento di dissenso interno alla Chiesa e lo hanno reso pubblico sui principali
quotidiani. Le richieste dei professori e delle professoresse di teologia
toccano una serie di questioni gravi e scottanti: si va dall'urgenza di
maggiori spazi di confronto ecclesiale alla libertà di coscienza su questioni
come il divorzio e le coppie gay, dalla messa in discussione del celibato dei
preti per finire con l'annosa questione della negazione del sacerdozio
femminile. I firmatari sono figure forti e preparate, persone che sanno bene di
avere, su quei temi, un consenso ben più ampio di quello legato alle loro pur
numerose firme. Ma sanno anche che si tratta di un plauso non sempre libero di
esprimersi, pena la ritorsione da parte dei vescovi. Nella Chiesa cattolica
infatti il dissenso non è considerato un valore, men che mai quando si presenta
con autorevolezza teologica, terreno su cui è stato storicamente contrastato in
ogni modo, anche a costo di spingere i dissenzienti a ferite scismatiche. I
teologi dell'appello definiscono questo atteggiamento di chiusura come “pace
tombale”, attribuendogli la colpa della paralizzante autoreferenzialità della
Chiesa attuale.
Non è stato sempre così: ci sono stati periodi più felici, in cui il dialogo è
stato fecondo e ha goduto di un certo incoraggiamento. Ma oggi l'accoglienza di
impulsi critici sembra svanita, le strutture di partecipazione alle decisioni
della vita ecclesiale sono state depotenziate e la gerarchia vaticana dimostra
di preferire di gran lunga il dialogo con gli atei devoti, piuttosto che quello
con i cristiani critici. L'ateo devoto, comicamente detto anche “rispettoso”, è
figura molto comoda per una gerarchia reazionaria, perché conferma le posizioni
in gioco e le mette in scena in un apparente teatrino dialettico.
Dialogare con l'ateo è andare piacevolmente controcorrente, mentre mettersi
davanti al credente non allineato implica invece l'accettazione di un
con-corrente, uno che crede le tue stesse cose e non le desidera meno di te, ma
reclama il diritto di dire che ci arriverà per un'altra strada, insinuando la
prospettiva che di strade buone ce ne siano più d'una.
Se l'ateo devoto è confermante al punto che può persino presentare in Vaticano
l'ultimo libro del Papa, il dissenso dei cristiani destabilizza talmente le
gerarchie che quando si manifesta in forma organizzata l'unica reazione è
quella di passarlo sotto silenzio. Lo sapeva molto bene Adriana Zarri, la teologa eremita scomparsa alla fine
dell'anno scorso, che
con l'etichetta di cristiana critica e il conseguente silenzio ha convissuto
per tutta la vita, senza permettere mai che il suo spirito critico venisse
staccato dal suo percorso spirituale: «Chi mi conosce sa che la mia
inclinazione più profonda non è il polemismo episodico, e che il “dissenso” mi
interessa solo in quanto riscontro diretto e necessario della contemplazione».
Leggersi Un eremo non è un guscio di lumaca, il suo splendido
testamento spirituale, può essere un farmaco confortante: in attesa che vengano
i tempi in cui l'eco di un sano dissenso cattolico potrà varcare le alpi senza
sembrare sovversivo ai nostri pavidi mezzi di informazione.
da “Saturno” del 25 febbraio 2011

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