Mega City Show
L'opinione diffusa è che [l'impero di] Roma crollò a causa della decadenza della sua classe dirigente..... Ma sebbene vi sia del vero in questo, la causa più profonda del suo declino sta nella fertilità sempre più ridotta delle sue campagne e nella diminuzione del prodotto agricolo. I raccolti non potevano più fornire energia sufficiente per mantenere le sue grandi infrastrutture e il livello di vita dei suoi cittadini.
L'anno prossimo segnerà una pietra
miliare nella storia dell'epopea umana, simile per importanza all'era
dell'agricoltura e della rivoluzione industriale. Per la prima volta, secondo
le previsioni delle Nazioni Unite, la maggior parte degli abitanti del Pianeta
vivrà in vaste aree urbane, prevalentemente in megacittà e in grandi sobborghi,
con popolazioni di 10 milioni o più. È l'avvento dell'”Homo Urbanus”. Milioni
di persone ammassate e stipate una sopra l'altra in gigantesche metropoli costituiscono
un fenomeno nuovo. Ricordiamoci che due secoli fa, un uomo medio, su tutta la
faccia della Terra, poteva incontrare al massimo 200 o 300 suoi simili nel
corso di un'intera vita.
Oggi, invece, un abitante di New York può vivere e operare fra 220 mila persone
in un raggio di dieci minuti da casa o dal proprio ufficio nel centro di
Manhattan. Soltanto una città in tutta la storia, l'antica Roma, vantava una
popolazione di oltre un milione di abitanti prima del XIX secolo. Londra
divenne la prima metropoli moderna con più di un milione di abitanti solo nel
1820. Nel 1900 esistevano 11 città con una popolazione superiore al milione;
nel 1950, salirono a 75; nel 1976,
a 191.
Oggi, sono 414 le città che vanno oltre il milione e non s'intravede la fine del
processo di urbanizzazione poiché la nostra specie sta crescendo a un ritmo
allarmante. Ogni giorno, nel mondo, nascono 376 mila persone e si prevede che
l'intera popolazione umana salirà a 9 miliardi nel 2042, concentrata per lo più
in aree urbane ad alta densità demografica. Fino a quando la nostra specie ha
dovuto basarse la propria esistenza sul sole, i venti e le correnti,
sull'energia animale e umana, il numero degli abitanti del pianeta è rimasto
relativamente basso, in modo da adattarsi alle possibilità di sostegno della
natura, ovvero alla capacità della biosfera di riciclare i rifiuti e rinnovare
le risorse. La svolta avvenne con l'esumazione di grandi quantità di sole
immagazzinato, dapprima nella forma di giacimenti di carbone, poi di petrolio e
gas naturale sotto la superficie della Terra. Sfruttati grazie alla macchina a
vapore e in seguito al motore a combustione interna e convertiti in elettricità
e distribuiti attraverso reti apposite, i carburanti fossili permisero
all'umanità di escogitare nuove tecnologie che accrebbero sensibilmente la
produzione di cibo e di beni e servizi industriali.
Quest'incremento senza precedenti di produttività portò alla massiccia crescita
della popolazione e all'urbanizzazione su scala mondiale. Non stupisce perciò
se nessuno sa dire con certezza se questo nuovo sistema di vita debba essere
esaltato, deprecato o riconosciuto semplicemente come un dato di fatto, dal
momento in cui il nostro boom demografico e il nostro stile di vita urbano sono
stati pagati al prezzo dell'esaurimento di vasti habitat ed ecosistemi
terrestri. Uno storico della cultura come Elias Canetti ha osservato una volta
che ciascuno di noi è un re assiso su un campo di cadaveri. Se ci fermassimo un
attimo a riflettere su quante creature, risorse e materie prime abbiamo
sfruttato e distrutto nel corso della nostra vita, rimarremmo sgomenti di
fronte alla carneficina e alle devastazioni richieste per garantire la nostra
sopravvivenza. Il fatto è che vaste popolazioni concentrate in grandi metropoli
consumano massicce quantità di energia terrestre per mantenere le loro
infrastrutture e assicurare il flusso quotidiano delle loro attività. Per avere
un'idea più concreta, basti pensare che la sola Sears Tower a Chicago, uno dei
più alti grattacieli del mondo, consuma in un giorno più elettricità della
città di Rockford, nell'Illinois, con i suoi 152 mila abitanti. Ancor più
stupefacente è che la nostra specie consuma attualmente il 40 per cento circa
della produzione primaria netta della Terra - la quantità netta di energia
solare convertita in materia organica vegetale attraverso la fotosintesi -
sebbene noi costituiamo soltanto lo 0,50 per cento della biomassa animale del
Pianeta. Ciò significa lasciare meno risorse a disposizione delle altre specie.
L'altra faccia dell'urbanizzazione è rappresentata da quel che ci lasciamo
dietro nel nostro cammino verso un mondo fatto di uffici e abitazioni in
palazzi altissimi e di paesaggi di vetro, cemento, luci artificiali e reti
telematiche. Non è un caso se mentre celebriamo l'urbanizzazione del mondo, ci
stiamo avvicinando a un altro spartiacque storico: la scomparsa della natura
selvaggia continuamente invasa, fino al rischio di estinzione, dalla
popolazione in aumento, dal consumo crescente di cibo, acqua e materiali da
costruzione, dall'espansione delle reti stradali e ferroviarie e dalla crescita
incontrollata delle città. Gli scienziati ci dicono che nell'arco di vita dei
nostri figli, le regioni selvagge saranno cancellate dalla faccia della Terra dopo
milioni di anni. L'autostrada transamazzonica, che attraversa l'intero
territorio della grande foresta tropicale, sta accelerando la scomparsa di
quest'ultimo vasto habitat naturale. Altre regioni simili sopravvissute, dal
Borneo al Bacino del Congo, si restringono sempre più rapidamente di giorno in
giorno, lasciando il passo a popolazioni umane crescenti alla ricerca di spazi
e risorse vitali. Non sorprende perciò se, come sostiene il famoso biologo E.
O. Wilson, dell'Università di Harvard, stiamo sperimentando la più grande
ondata di estinzione in massa di specie animali da 65 milioni di anni a questa
parte. Ogni giorno scompaiono dalle 50 alle 150 specie, ovvero dalle 18 mila
alle 55 mila all'anno. Entro il 2100, due terzi di quelle rimanenti subiranno
probabilmente lo stesso destino. L'antica Roma fornisce una lezione istruttiva
sulle potenziali conseguenze derivanti dal tentativo di mantenere popolazioni
umane non sostenibili in ambienti urbani.
L'opinione diffusa è che Roma crollò a causa della decadenza della sua classe
dirigente, della corruzione dei suoi imperatori, dello sfruttamento dei suoi
servi e dei suoi schiavi e della superiore tattica militare delle orde
barbariche che la invasero. Ma sebbene vi sia del vero in questo, la causa più
profonda del suo declino sta nella fertilità sempre più ridotta delle sue
campagne e nella diminuzione del prodotto agricolo. I raccolti non potevano più
fornire energia sufficiente per mantenere le sue grandi infrastrutture e il
livello di vita dei suoi cittadini. L'Italia era un paese denso di foreste
all'inizio della civiltà romana. Ma verso la fine dell'Impero, era stata
spogliata del suo manto boschivo, come gran parte dei territori che circondano
il Mediterraneo. Il legname veniva venduto sul mercato libero e il suolo
convertito in pascoli e in campi coltivati era ricco di minerali e sostanze
nutrienti e, inizialmente, forniva abbondanti raccolti. Purtroppo, però, il
disboscamento delle foreste lo lasciò esposto agli elementi: sferzato dai venti
che soffiavano sulle terre aride e dilavato dalle acque che scendevano dalle
cime e dai fianchi delle montagne. L'eccessivo sfruttamento dei pascoli finì
per degradarlo ulteriormente. Il progressivo declino della sua fertilità era
iniziato proprio quando la Roma
imperiale cominciava a fare affidamento sull'agricoltura in alternativa agli
insuccessi delle sue campagne di conquista. Nell'ultimo periodo dell'Impero,
l'agricoltura forniva oltre il 90 per cento delle entrate pubbliche. I prodotti
della terra erano diventati d'importanza vitale per la sua sopravvivenza. Il
sostentamento di una popolazione urbana in aumento di non produttori comportò
crescenti sforzi da parte dei piccoli coltivatori. La produzione agricola
s'intensificò per far fronte alle richieste di derrate alimentari da parte dei
cittadini e dell'esercito. Così, lo sfruttamento eccessivo del suolo ridusse la
sua fertilità, il che a sua volta portò a un ulteriore sfruttamento di terre
già esauste. La crescita della spesa pubblica per sostenere i livelli di vita
dei ricchi, fornire aiuto ai poveri, finanziare le opere pubbliche e la
burocrazia, la costruzione di monumenti, edifici e anfiteatri, insieme ai costi
derivanti dalle sovvenzioni di sfarzi e svaghi per il popolo, sottopose un
regime basato sull'agricoltura a tensioni che oltrepassavano i suoi limiti. Lo
spopolamento delle campagne continuò per tutta la durata dell'Impero. In alcune
province dell'Africa settentrionale e lungo l'intero bacino del Mediterraneo,
quasi la metà delle terre coltivabili venne abbandonata entro il III secolo
dell'era volgare. Indebolito dall'esaurirsi del suo sistema energetico,
l'Impero finì così col crollare. I servizi fondamentali si ridussero. L'immensa
infrastruttura su cui esso si reggeva andò in rovina. L'esercito non fu più in
grado di tenere alla larga i predatori. Orde barbariche cominciarono a
sgretolare l'Impero, dapprima nei suoi territori lontani. Verso la fine del VI
secolo, gli invasori erano alle porte di Roma. La sua popolazione, che contava
un tempo oltre un milione di abitanti, era scesa a meno di 30 mila. E la città
fu ridotta quasi a un cumulo di macerie, a duro monito di quanto la terra possa
reagire impietosamente.
A quali conclusioni ci porta tutto questo? Proviamo a immaginare mille città di
quasi un milione o più di abitanti nei prossimi 35 anni. C'è da inorridire,
tanto sarebbe insostenibile per il pianeta. Non voglio fare il guastafeste, ma
forse la celebrazione dell'inurbamento dell'umanità nel 2007 potrebbe essere
un'occasione per ripensare il nostro modo di vivere su questa Terra.
L'urbanesimo ha certamente molti aspetti positivi, a cominciare dalla ricchezza
della diversità culturale e degli scambi sociali e dall'intensa attività
commerciale. Ma il problema è di grandezza e di scala. Dobbiamo riflettere su
come ridurre la popolazione e sviluppare ambienti urbani sostenibili che usino
energia e risorse in modo più efficiente, siano meno inquinanti e meglio
concepiti per favorire sistemi di sussistenza a misura d'uomo. In sintesi,
nella grande era dell'urbanizzazione è andata progressivamente aumentando la
separazione fra l'umanità e il resto del mondo naturale nella convinzione che
noi possiamo conquistare, colonizzare e sfruttare un ambiente ricco di risorse
per garantirci una completa autonomia, senza spaventose conseguenze su noi
stessi e le future generazioni. Se vogliamo conservare la nostra specie e il
pianeta per i nostri simili, nella prossima fase della storia dell'umanità,
dovremo cercare un modo di reintegrarci nel resto della vita terrestre.
da espresso.repubblica.it 18.5.08

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