Ma per noi il Sessantotto fu l’epilogo della creatività
Penso che il ’68 non sia stato un inizio, un 'début', come volevano i francesi, ma piuttosto la conclusione, fiammeggiante, di una fase storica.
Chi ricorda la «rivoluzione di carta » dei Quaderni piacentini, la rivista che dal ’62 ha cavalcato le lotte della nuova sinistra, non può non associare a quel foglio di battaglia il nome di Piergiorgio Bellocchio, che ne fu il direttore fino all’ 84, anno della chiusura. «A molti — dice oggi Bellocchio — il ’68 ha reso bene: un trampolino per ottime carriere in ogni settore, dalla politica ai giornali, dall’editoria alla pubblicità, dalla Tv all’industria. Per me invece rappresenta una tassa, vita natural durante, che periodicamente mi tocca pagare anche sotto forma di intervista». E infatti eccolo qua, Bellocchio, a tracciare una sorta di sconfortato bilancio del movimento che auspicava l’immaginazione al potere. «Uno slogan clamorosamente smentito dalla storia — dice — la politica non ha fatto che degradarsi in progressione: gli anni ’80 peggio dei ’70, i ’90 peggio degli ’80, e via fino a oggi. La crisi economica non sarà un’occasione di rinnovamento e di riscatto. I momenti di forte agitazione, mobilitazione e lotta esprimono inevitabilmente dei leader, non necessariamente delle teste. Le migliori teste teorico-politiche del ’68 sono stati i tedeschi Dutschke e Krahl, entrambi morti tragicamente troppo presto. In casa nostra, gli eccellenti contributi di Viale, Donolo, Ciafaloni, Rieser eccetera non hanno avuto seguito dopo il ’68-’69».
Dunque, l’anno in cui il quasi novantenne Picasso esplodeva di furore creativo finì per essere una tomba per la fantasia? «Penso che il ’68 non sia stato un inizio, un 'début', come volevano i francesi, ma piuttosto la conclusione, fiammeggiante, di una fase storica. L’unica 'immaginazione' che s’è sviluppata è stata quella criminale. Se si vuole risalire, bisogna aver chiaro il punto in cui siamo sprofondati, e dal quale occorre ripartire: è l’Italia fedelmente ritratta da Gomorra».
L’anno magico della «Suite 347» va dunque archiviato come il punto di caduta a picco delle speranze e dello slancio fantastico? «Sul fronte culturale, della mentalità, del costume e del gusto c’è stata una progressiva regressione, dal ’68 in poi. Anche nello stile di vita: incanagliamento dei rapporti umani, non solo in Italia». E sul piano artistico-letterario? «Assai più ricco e fertile è stato il decennio precedente, che aveva visto il traumatico processo di modernizzazione del Paese, l’avvento del neocapitalismo. Che è il tema esplicito o implicito con cui si sono misurati poeti come Pasolini, Giudici, Zanzotto, saggisti come Fortini, Cases, Garboli, narratori come Volponi, per dire i primi nomi che mi vengono in mente. Dopo il ’68 non me ne viene in mente nessuno». E uscendo dal campo letterario? «Non ho gran competenza in materia musicale e di arti visive. Teatro, non ne abbiamo mai avuto. Siamo vissuti di importazioni: Beckett, Pinter, Bernhard, il Living, Peter Brook... Ma c’è ancora qualcosa che valga la pena di importare? Molto meglio il cinema: Ferreri, Bellocchio, Bertolucci, preceduti dal Free cinema inglese e dalla Nouvelle vague. E il cinema americano. E vecchi maestri come Bresson e Kubrick, che non hanno smesso di sfornare capolavori fino alle soglie del 2000».
Tutto qui? Un po’ pochino quel che resta, nel patrimonio artistico, di quell’entusiasmo politico... «Ho il sospetto che le testimonianze più vive e originali del nostro post-’68, più che dalla letteratura o dal cinema, siano venute dal fumetto, da quella scuola di disegnatori e vignettisti concentrati, mi sembra, soprattutto a Bologna. Qualcuno s’è venduto, ma molti hanno difeso a oltranza la loro indipendenza: autogestione sentita come un dovere e un onore. Finendo, non pochi, per autodistruggersi. Il loro suicidio diretto o indiretto, tra droga e Aids, testimonia quanto meno della loro autenticità, del loro aver guardato il male dell’epoca più a fondo di tanti altri artisti e letterati che non hanno smesso di affliggerci con le loro insulsaggini ». Insomma, vuoi vedere che il vero erede italiano del Picasso della «Suite 347» sarebbe Andrea Pazienza? L’entusiasmo senile del genio spagnolo ha passato il testimone all’angoscia allucinata e masochista del giovane Zanardi? Quando si dice i paradossi della storia...
http://www.corriere.it - 2 aprile 2009

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