Ma la regina bussava per entrare in Parlamento
Lo Stato di diritto, cioè appunto la separazione dei poteri e l'eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, precede la democrazia e ne è l’essenza vitale
Una nuova imputazione (per truffa fiscale) contro Silvio
Berlusconi da parte della procura di Milano per fatti accaduti in anni recenti
e con effetti che si estendono fino al 2009. Riguardano
l'acquisto di diritti di film proiettati dalle reti Mediaset. I
prezzi, secondo la tesi della Procura, sarebbero molto al di sopra di quelli
correnti sul mercato e Mediaset non avrebbe trattato con le case di produzione
americane ma con un intermediario, rimettendoci anziché guadagnandoci. Ma
l'intermediario avrebbe accantonato il super-profitto in conti misteriosi in
paradisi fiscali e poi, dopo molti e complicati percorsi bancari, sarebbero
infine arrivati nelle tasche di Berlusconi che avrebbe così creato una massa
importante di fondi neri. La frode (sempre secondo la tesi della Procura) avrebbe
danneggiato non solo il fisco ma anche gli azionisti di Mediaset, società
quotata in Borsa, salvo ovviamente l'azionista di maggioranza che anzi ne
sarebbe stato il beneficiario.
L'intera questione è stata già ampiamente raccontata sui giornali di ieri e non
starò dunque ad occuparmene se non per un aspetto politico: quello
immediatamente sollevato dall'avvocato Ghedini, grillo parlante del premier,
che ha visto in questa incolpazione l'ennesimo intento persecutorio delle
"toghe rosse" reso ancor più odioso dalla voluta coincidenza con la
campagna per le elezioni regionali.
In realtà quella coincidenza non danneggia affatto Berlusconi dal punto di
vista politico; l'esperienza consolidata insegna che la veste di vittima gli ha
sempre giovato, il danno se mai l'hanno subito le forze politiche che lo
contrastano e che passano anch'esse come persecutorie e mandanti delle
"malefatte" dei magistrati.
Ma in questo caso il "fumus" persecutorio è difficilissimo da
sostenere. L'indagine giudiziaria è cominciata infatti nel 2005, in quello stesso
anno la Procura
ha disposto il sequestro conservativo di 100 milioni di dollari
dell'intermediario.
Sono stati effettuati decine di interrogatori e acquisiti centinaia di
documenti; l'attività istruttoria ha dato luogo a 45 mila pagine di
verbalizzazioni nonostante che i sostituti procuratori lavorassero in
condizioni disagiatissime, mancando perfino di segretari che li aiutassero nel
disbrigo delle pratiche.
Nel frattempo si sono svolte in Italia varie consultazioni elettorali,
nazionali e locali, senza che l'istruttoria in corso fosse usata per turbare ed
influenzarne l'esito. Può essere spiacevole la coincidenza in quest'occasione,
ma il vittimismo esibito dal solito Ghedini non ha alcun appiglio. I
procuratori hanno ora concluso il loro lavoro e si accingono a chiedere al gip
il rinvio a giudizio degli indagati. Il premier e i suoi supposti complici
dovranno difendersi in giudizio, come accade ad ogni imputato che non sia
protetto da leggi appositamente create dal governo e dalla sua ferrea
maggioranza di replicanti.
* * *
Quest'ultimo punto - questo sì - è materia di dibattito di questi mesi e di
questi giorni. è stata approvata tre giorni fa in Senato la legge sul
"processo breve" che passerà ora all'esame e al voto della Camera. In
quella sede è nel frattempo in discussione un altro disegno di legge sul
"legittimo impedimento" che ha lo stesso fine di evitare che i
processi pendenti contro il premier abbiano luogo fino a quando un terzo
disegno di legge, in questo caso costituzionale, il cosiddetto Lodo Alfano
numero 2, possa esentare interamente il premier da ogni responsabilità
giudiziaria per tutto l'esercizio del suo mandato politico.
Aleggia infine una quarta possibilità, quella cioè di estendere e rafforzare l'istituto
dell'immunità parlamentare. Si tratterebbe anche in questo caso d'un
emendamento alla Costituzione vigente (articolo 68) che richiede un tempo più
lungo d'una legge ordinaria; il testo di questo disegno di legge dovrebbe
quindi essere varato al più presto e dovrebbe - nei piani del governo - avere
l'appoggio di almeno una parte dell'opposizione per essere approvato con la
maggioranza qualificata richiesta per le leggi costituzionali, in mancanza
della quale si dovrebbe procedere al
referendum confermativo il cui esito sarebbe molto incerto.
Il Partito democratico sta considerando il possibile contenuto di questo
rafforzamento dell'immunità, con la quale non verrebbero protette soltanto le
quattro maggiori cariche istituzionali ma tutti i membri del Parlamento. Il
nostro giornale ha pubblicato ieri una lettera indirizzataci dall'onorevole
Violante, nella quale è spiegato l'atteggiamento del Partito democratico sul
tema dell'immunità; ad essa ha risposto Gustavo Zagrebelsky. Chi ha letto quei
testi è dunque informato delle rispettive tesi dei due interlocutori. Su di
essere farò qualche mia riflessione.
* * *
Comincio con un episodio che può chiarire il senso dell'immunità parlamentare.
Avvenne nei primi anni Sessanta del secolo scorso. Ero andato a Londra per
intervistare l'allora Cancelliere dello Scacchiere, un titolo che andrebbe a
pennello al nostro Tremonti. Fatta l'intervista, il Cancelliere con grande
cortesia mi fece accompagnare da un suo collaboratore alla Camera dei Comuni
che avevo espresso il desiderio di visitare. Andammo a Westminster, visitai
l'aula e i suoi dintorni, e il mio esperto accompagnatore mi raccontò alcune
curiose liturgie che ancora venivano praticate pur essendo ormai puramente
simboliche. La principale riguardava il discorso della Corona, unica occasione
in cui la Regina
entrava in quell'edificio. La carrozza arrivava a poca distanza da Westminster
e un araldo del seguito entrava nell'aula per informare lo "speaker"
che sua Maestà veniva a pronunciare il suo discorso. A quel punto lo speaker
impartiva con voce stentorea l'ordine di chiudere il gran portone d'accesso.
Eseguito l'ordine il capo della Guardia reale bussava alla porta e annunciava
che sua Maestà chiedeva di entrare e di incontrare "i fedeli Comuni
d'Inghilterra". Lo speaker a quel punto ordinava di aprire il portone e la Regina faceva il suo
ingresso lasciando la Guardia
fuori dalla porta, scortata dalla Guardia della Camera dei Comuni. Nel
Settecento questo era il modo simbolico per dimostrare la separazione dei
poteri e l'assoluta indipendenza dei "fedeli Comuni" rispetto al
Sovrano. Montesquieu proprio in quegli anni scriveva "L'esprit des
lois" che fu la tavola fondativa dello Stato di diritto.
* * *
Lo Stato di diritto, cioè appunto la separazione dei poteri e l'eguaglianza di
tutti i cittadini di fronte alla legge, precede la democrazia e si attua anche
in presenza di monarchie dotate di ampi poteri. È la premessa necessaria anche
se non sufficiente al pieno avvento dei regimi democratici, dei quali le
Costituzioni rappresentano il coronamento.
Quanto all'immunità, essa fu istituita per proteggere il potere legislativo
dalle interferenze dell'esecutivo e del giudiziario che, all'epoca, dipendeva
dai poteri del Sovrano a nome del quale i giudici proclamavano le loro
sentenze. Riguardava soltanto i reati che i membri del Parlamento potessero
aver commesso nell'esercizio delle loro funzioni: l'arresto doveva essere
autorizzato dal Parlamento a garanzia dell'autonomia dei propri membri.
Quando in Italia fu scritta la
Costituzione del 1947, ci fu ampio dibattito sull'immunità.
Venivamo da vent'anni di dittatura, con una magistratura fortemente
condizionata dal governo. Relatore su quell'argomento fu Costantino Mortati.
L'orientamento fu uniforme: il Parlamento doveva autorizzare l'inizio del
processo, le perquisizioni domiciliari, le intercettazioni, l'arresto, salvo
che avvenisse in flagranza di reato. Il Parlamento poteva impedire l'arresto
anche se disposto dalla giustizia in esecuzione d'una sentenza passata in
giudicato.
I pareri dei commissari e poi dell'aula furono quasi unanimi, con la sola
eccezione dell'onorevole Leone che si dichiarò contrario all'autorizzazione
necessaria anche per l'arresto in esecuzione di sentenze, ma rimase solo e il
testo dell'articolo 68 approvò quelle decisioni. Il relatore espresse la
certezza che la Giunta
per le autorizzazioni a procedere valutasse attentamente il reato ad essa
sottoposto e che il verdetto fosse sulla natura del reato cioè fosse connesso
strettamente con l'attività parlamentare del supposto reo.
La prassi successivamente invalsa dimostrò purtroppo il formarsi di un clima
omertoso in forza del quale - salvo eccezioni molto rare - l'autorizzazione a
procedere fu negata sistematicamente trasformandosi in un privilegio.
Nel 1993, in
piena "Tangentopoli", l'articolo 68 fu modificato, la potestà
parlamentare di poter negare l'arresto anche in casi di sentenze giudicate fu
abolita; così pure fu abolita l'autorizzazione per l'inizio del procedimento
giudiziario. Rimase invece per quanto riguarda le perquisizioni domiciliari, le
intercettazioni telefoniche e l'arresto.
Questi poteri del Parlamento ci sono tuttora, né credo, nei progetti di riforma
si preveda di reintrodurre l'autorizzazione per l'arresto in esecuzione di
sentenze.
Si vuole, invece da parte del governo, reintrodurre l'autorizzazione per
l'inizio del processo.
Il Partito democratico è disposto ad esaminare queste proposte ma pone come
condizione un limite di tempo: vuole che il rafforzamento eventuale
dell'immunità sia valido per una sola legislatura che è quella in corso. Vuole
inoltre una contropartita pertinente: una riforma della legge elettorale che
ripristini in qualche modo il voto di preferenza sperando così che i
parlamentari possano giudicare col proprio cervello non condizionati dal potere
degli apparati e soprattutto del governo.
Nella sua risposta all'onorevole Violante, Zagrebelsky fa una premessa della
massima importanza: rileva che il governo ha già in parte cambiato e ancor più
cambierà la Costituzione
senza alcun apporto dell'opposizione, trasformando la democrazia parlamentare
in una democrazia di stile autoritario. Questo risultato è già in gran parte
avvenuto e ancor più sarà perfezionato quando saranno passate le leggi in
discussione, con la svalutazione sistematica dei poteri di controllo, a
cominciare dallo stesso Parlamento, dalla magistratura, dalla Corte
costituzionale e dal Capo dello Stato. In queste condizioni, sostiene
Zagrebelsky, è questo il "trend" che occorre bloccare ed invertire;
fintanto che ciò non avverrà è inutile favorire un accordo
"bipartisan" sul rafforzamento dell'immunità anche se, aggiunge
Zagrebelsky, "una riforma elettorale sarebbe non solo opportuna ma
necessaria". Penso anche io (e l'ho scritto più volte) che bloccare la
deriva verso un sistema autoritario, già molto avanzata, sia un preliminare
necessario. Penso tuttavia che questo obiettivo sia difficilmente raggiungibile
fino a quando il consenso popolare a Berlusconi resterà ancora ampio e compatto.
Di fatto con poche alternative, dato lo stato incerto e altalenante
dell'opposizione. Ci vuole un lavoro culturale oltre che politico per cambiare
una situazione così pregiudicata.
Intanto l'attività parlamentare proseguirà e sarà ben difficile rifiutare il
confronto sui temi di volta in volta in discussione. Bisognerà affrontarli con
fermezza e chiarezza di idee.
Per quanto riguarda l'immunità, la limitazione ad una sola legislatura non ha
molto senso e non otterrà alcun risultato. Assai più efficace mi sembra l'idea,
lanciata dall'ex procuratore D'Ambrosio, di obbligare chi ha evitato i processi
a causa dell'immunità, di affrontare i suoi doveri verso la giustizia e di fare
del mancato rispetto di questa norma una condizione di ineleggibilità che duri
fino a quando il processo non sia celebrato. Questa sì, sarebbe una
contropartita sufficiente. Altre francamente non ne vedo.
http://www.repubblica.it (24 gennaio 2010)

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