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Ma la moderazione non è mediocrità

Né soluzione di comodo.

 

 

Quando si prova a parlare di rifiuto degli estremismi, delle categorizzazioni, dell’identificazione di un nemico a tutti i costi, della contrapposizione del noi al voi, del bene al male, qual è la reazione di chi è incline a vivere secondo classificazioni manichee del mondo e degli “altri”? Bene che vada, un’espressione di insofferenza e di noia. Sennò, un nutrito elenco di definizioni che significano debolezza, insipidezza, pusillanimità, ignavia. E dire che Aristotele nell’Etica Nicomachea scriveva: «Chiamo medio della cosa il punto che dista ugualmente da ciascuno dei due estremi, punto che è unico ed identico per tutti… Ogni persona che ha conoscenza fugge l’eccesso e il difetto; invece è il giusto mezzo che cerca … E se la virtú è piú esatta di ogni arte ed è migliore, come pure la natura, allora essa tenderà al medio… La virtú è una medietà». In medio stat virtus, dunque.  La via mediana, la moderazione non è che una virtù, una virtù etica, non mediocrità. Non solo, ma dal punto di vista politico non si traduce in un’incapacità di scelta, indecisione, astensione o eccesso di prudenza, ma nella difesa del pluralismo, nella libertà di scelta, nella resistenza ferma agli estremismi e anche nella contiguità dei contrari. Nel senso che, pur nell’opposizione, non c’è un positivo e un negativo, né un bene o un male, ma due termini complementari ugualmente necessari. La moderazione lungi dall’essere una scelta confortevole non è affatto un’opzione per sottrarsi all’agone, per evitare di esporsi e di prendere una posizione netta. Non è una soluzione di comodo. Già Montesquieu che ne faceva l’elogio nell’Esprit des lois, ne metteva in conto gli inconvenienti che si porta dietro, in primo luogo questo: tutte le posizioni mediane prendono colpi sia da destra che da sinistra. Ce lo ricorda Tzvetan Todorov nel suo libro-intervista Una vita da passatore, realizzato sulla base di una conversazione con Catherine Portevin (Sellerio editore, pp. 482), raccontando di Rousseau che era considerato troppo religioso dai philosophes e troppo ateo dai cattolici; o di Benjamin Constant, non troppo rivoluzionario per una parte, non troppo conservatore per l’altra. Ma nessuna cortina di ferro, nessuna contrapposizione manichea, per quanto possa apparire più appetibile agli amanti delle posizioni estreme spesso erroneamente convinti di possedere la verità, è preferibile alla moderazione, a quella via mediana che è l’esatta equidistanza dagli estremi - e non per questo insulsa - come il coraggio lo è dalla pigrizia e dalla temerarietà. Moderazione significa pluralismo democratico, come teorizzava Montesquieu secondo cui il riconoscimento che la società è eterogenea e che più punti di vista sono legittimi è un motivo per cercare modelli di coesistenza delle differenze. È per questo che, dice Todorov, in democrazia «si favorisce la mediazione, i compromessi, le concessioni e le relazioni contrattuali con obblighi reciproci, si lodano le virtù del dialogo». In caso contrario, c’è il totalitarismo che con il suo pensiero binario riduce tutto «alla scelta tra due termini di cui uno da venerare l’altro da esecrare» perché «non c’è posto per ciò che si chiama “alterità”, ossia la differenza senza giudizio di valore».

http://www.ffwebmagazine.it 20 novembre 2010

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