Ma che belli questi festival che danzano sull’orlo dell’abisso
Che i tempi che si annunciano siano molto bui e l’Italia sia in mano a degli irresponsabili, dovrebbero essere cose chiare a tutti
Nell’avvicinarsi della seconda guerra mondiale Bertolt
Brecht definì sarcasticamente il modo in cui i filosofi della Scuola di
Francoforte vi si preparavano «il Grand Hotel sull’orlo dell’abisso». Con
facile battuta, si potrebbe parlare degli atteggiamenti messi in atto, di
fronte alla crisi che si annuncia e sovrasta tutti, dagli artisti, saggisti,
giornalisti, funzionari della cultura e delle politiche culturali italiani e in
molto minor misura europei, come di un «motel sull’orlo dell’abisso».
E c’è da stupirsi che tra le tante e geniali invenzioni dei nostri assessori
alla cultura e dei loro consulenti non ci sia stato chi abbia pensato, in
questa estate 2011, a
un festival della crisi e magari dei possibili abissi, in mezzo i tanti
festival nuovi, dei sensi e della felicità, del pensiero e della parola (e
cioè, come tutti, della chiacchiera), della religione e dell’etica, della
storia e della matematica, della scienza e del diritto... Senza dimenticare i
super-festival «storici» di Venezia e di Mantova.
Pensavamo che, con la crisi iniziata nel già lontano 2008, con i tagli
ministeriali, con la perdita di peso degli assessori alla cultura quali grandi
procacciatori del consenso ai partiti, e insomma con le considerazioni che
bisognerebbe far tutti su un regime e un’epoca morenti e la conseguente
necessità di un cambio di rotta, pensavamo che anche la voga dei festival
culturali, costosa e spettacolare e per forza di cose allegrotta (festival
viene da festa) andasse scemando. E invece no, quest’anno ci sono più festival
dell’anno scorso e i nuovi hanno titoli e temi i più originali e bizzarri.
Sulle passerelle i nomi noti e meno noti, seri e meno seri della cultura non
cessano di sfilare e pontificare applauditi da un pubblico ora scarso, quando i
nomi non sono proprio famosi, anche se magari sono i più seri, e ora massiccio,
quando sfilano i super-divi – spesso super-pagati perché trascinano folle, come
si dice, «da stadio», al contrario degli altri cui spesso non si dà che viaggio
e ospitalità perché si accontentano di poter sfilare.
Il motel - o il circo - sull’orlo dell’abisso? Certamente il Paese non sembra
ancora rendersi conto dei tempi che corrono, e il lungo trentennio 1980-2010 ha provocato un
sonno/sogno collettivo che esclude nei più la capacità di rendersi conto e
soprattutto di reagire. Si uscì da un altro e più pesante fascismo, il
«ventennio» per definizione, grazie a una guerra mondiale e a due anni di
guerra civile. Da questi 30 anni senza tragedia si esce castrati nelle nostre
reazioni, e quand’anche qualcosa ce la faccia a muoversi, ecco che tutti i
partiti e le istituzioni concordemente fanno quadrato e condannano senza
discutere, sia che si tratti di un voto massiccio (il referendum, dei cui
sbalorditivi risultati i partiti si sono serviti solo per aggiustare i rapporti
tra loro: due cose in più a te e due in meno a me e sul fondo nulla che
cambia), di una chiara manifestazione di disobbedienza civile o di una
sassaiola – e in quest’ultimo caso il «sistema» si ricompatta con una
rapidità supersonica. Ma è ben poco quel che si muove, anche se destinato
ineluttabilmente a crescere, data la miseria della risposta istituzionale alla
crisi.
E’ chiaro - vedi gli Usa - che i super-ricchi rifiutano di essere loro a pagare
per i guai che hanno combinato. È chiaro che coloro che sono preposti alla
soluzione della crisi sono gli stessi che l’hanno provocata, e che i mezzi che
usano sono gli stessi che hanno portato alla crisi. E’ chiaro che il loro
ricatto è la parabola di Menenio Agrippa. Siamo sulla stessa barca, dicono i
potenti, e invece no, siamo su due barche diverse, e loro faranno di tutto
perché ad affondare per prima sia la nostra.
Che i tempi che si annunciano siano molto bui, che il ritorno dalle ferie sarà
per i più o malinconico o spaventante, e per alcuni forse anche tragico, e che
il governo del pianeta e dell’Italia sia in mano a degli irresponsabili,
dovrebbero essere cose chiare a tutti. «Que se vayan todos!» hanno gridato gli
spagnoli, e sono riusciti quantomeno a mandare a casa Zapatero, che non è certo
peggiore di Berlusconi (o di Bersani), mentre i motti della maggioranza del
nostro popolo continuano a essere, più o meno, «chi se ne frega» e «pensa a te
e alla famiglia tua», e quello degli intellettuali e artisti «che conta il
resto, se posso esprimermi, e farmi conoscere e comprare?». Dunque: viva i
festival e le feste e le sagre dell’estate - l’ultima estate buona per
consumare ciò che resta dell’abbondanza di ieri? L’estate è nel suo pieno e la
festa continua, la grande fiera delle illusioni, il grande festival dei
lotofagi. Ci sembra opportuno tentare di rovinare la festa a qualcuno, facciamo
dunque le Cassandre: l’estate dura pochissimo, l’inverno è molto vicino, tra
tre mesi ci siamo.
http://www.unita.it 30 luglio 2011

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