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bolle sapone

Love Parade e l'ecologia della felicità

È un insulto all’intelligenza cercare la felicità dove non è possibile trovarne nemmeno l’ombra.

 

 

La tragedia accaduta durante la Love Parade e la chiusura per droga e corruzione di locali che vanno per la maggiore in Italia hanno focalizzato la nostra attenzione su situazioni ed ambienti (gironi danteschi più che luoghi di spensieratezza e divertimento) che sollecitano alcune riflessioni. Quelle sviluppate in quest’articolo intendono percorrere la pista del buon senso più che della moralità.

È un insulto all’intelligenza cercare la felicità dove non è possibile trovarne nemmeno l’ombra. Eppure sembra esserci qualcosa che spinge sempre più in direzioni sbagliate. Da una parte il desiderio sfrenato di competere in bellezza, denaro e popolarità; dall’altra lo sballo come ultima spiaggia, come doping necessario per darsi forza e puntellare la propria infelicità derivante dal non aver individuato una pista di senso nel proprio esistere.

Gli studi empirici sulla felicità (ma più semplicemente il buon senso) ci dicono che è del tutto evidente che, pur coltivandoci e non disprezzando nulla, non possiamo dedicare neanche un secondo della nostra vita a queste gare se vogliamo veramente essere felici. Sono gare nelle quali c’è spazio per uno solo o per pochissimi vincitori, nelle quali si finisce per invidiare chi sta avanti e per temere l’insidia di chi sta dietro. Dove anche se si conquista per un attimo la vetta si è subito scalzati da qualcun altro che insegue.

Aggrava la situazione il fatto che la popolarità si fonda oggi in gran parte su elementi del tutto labili e discutibili come l’aggressività in un dibattito televisivo o la capacità di fare qualcosa di eccentrico per catturare l’attenzione.  

Per non parlare della gara sulla bellezza dove l’impossibilità di mantenere il primato o le posizioni di testa è dettata dal semplice scorrere del tempo. Eppure ci scopriamo sempre più circondati da “malvissuti” di manzoniana memoria. Donne col volto tumefatto che non accettano il passare degli anni e che portano stampato il dramma  di volersi disperatamente aggrappare a qualcosa che passa.

Per capire cosa può durare nel tempo basta osservare con attenzione i settantenni o gli ottantenni che mantengono intatta loro voglia di vivere e quello che li anima. Sono tutti esperti di “ecologia della felicità” che hanno scoperto fonti di energia rinnovabile (altro che lo sballo): la serietà di una vita spirituale che ogni giorno rinnova; la fede e la relazione con il trascendente, il segreto di aver scoperto una o più relazioni di dono (nel privato o nel sociale) dove poter vivere la ricchezza del donare e del ricevere; il preoccuparsi del bene comune e il coltivare affetti con impegno e pazienza per ottenerne frutti (altro che inseguire le emozioni del momento); la passione della ricerca e della cultura per cercare le tracce della grandezza e della bellezza dell’universo e dell’opera dell’uomo sospinta dal suo desiderio di auto trascendenza. C’è pure qualcuno che “bleffa” aggrappandosi al giovanilismo del potere, ma anche lì le fonti della soddisfazione di vita sono fragili e basta un incidente di percorso per ritrovarsi come l’ultimo imperatore di Bertolucci costretto a fare il giardiniere dopo la rivoluzione maoista.

Forse la corsa allo sballo è sempre esistita ed oggi è soltanto ingigantita dall’asimmetria delle leggi della comunicazione che danno comunque più spazio agli eventi negativi rispetto a quelli positivi. Forse i giornali dovrebbero uscire con una nota a margine che dice che “nonostante quello che leggerete in queste pagine il 90 percento della popolazione ha trascorso lo scorso weekend serenamente con i propri cari” (e subito penseremmo ma che razza di notizia è) .

Solo qualche decennio fa poeti come Rabindranath Tagore scrivevano che la vita è la continua meraviglia dell’esistere. Come abbiamo potuto rovinare così profondamente questo modo gustare e contemplare quello che ci circonda ?

Tutti sappiamo che queste considerazioni non generano frutto semplicemente raccontandole di generazione in generazione. Ciascuno deve fare e disfare la propria vita esplorando strade e vivendo successi ed errori sulla propria pelle. Non possiamo che tifare perché intelligenza e buon senso prevalgano. E’ non è una questione di età

 

http://www.benecomune.net  27/07/2010

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