L'optional dell´economia
È strano leggere proclami su di una imminente fine della crisi, mentre i tassi di disoccupazione in giro per il mondo raggiungono nuovi picchi.
È strano leggere proclami su di una imminente fine della crisi, mentre i tassi di disoccupazione in giro per il mondo raggiungono nuovi picchi.
Stridente il contrasto fra le pacche sulle spalle che si sono dati i banchieri centrali riuniti a Jackson Hole e i volti preoccupati dei lavoratori che salgono sui tetti dei capannoni per difendere il posto di lavoro. Eppure ci sono ragioni di queste contraddizioni. La situazione è sempre critica, lo è ancora di più per il nostro paese. Per almeno tre motivi.
Primo, il mercato del lavoro reagisce sempre con un certo ritardo all´andamento dell´economia soprattutto in paesi in cui ci sono leggi che rendono costosi i licenziamenti. Ma c´è un limite oltre il quale anche costi proibitivi non possono evitare l´interruzione del rapporto del lavoro. È il limite dettato dalla chiusura delle imprese. Durante tutte le recessioni aumenta il tasso di mortalità delle imprese. Il processo continua anche quando l´economia riparte. I verdi germogli cui hanno fatto riferimento molti banchieri centrali (e lo stesso Fondo Monetario Internazionale) possono dare vita a nuove piante. Ma molte imprese saranno comunque costrette a chiudere.
Secondo, purtroppo da noi i germogli non si sono ancora visti, se non nel miglioramento della fiducia dei consumatori. Il calo a luglio dei prezzi alla produzione riflette la riduzione degli ordinativi per le nostre imprese, significativamente più in Italia, che sui mercati esteri. Siamo da troppo tempo abituati a crescere meno degli altri paesi. Ma non era affatto ovvio che dovessimo fare peggio di tutti anche durante una recessione. Soprattutto perché, al contrario di chi ha fatto sin qui meglio di noi, non avevamo una bolla immobiliare da riassorbire, né fallimenti di grandi banche con cui fare i conti. L´altro grande paese europeo nelle nostre condizioni, la Francia, ha sin qui registrato una perdita cumulata del prodotto interno lordo pari alla metà della nostra (-2,5 per cento contro il nostro -5). Ai politici che oggi dispensano ottimismo sulla ripresa in atto, bisognerebbe chiedere: perché abbiamo fatto peggio degli altri? Perché della ripresa di cui parlate, sin qui da noi non c´è traccia?
Terzo, la risposta più convincente che si può dare a questi interrogativi è che il nostro Paese non ha fatto quasi nulla per combattere la recessione e quel poco troppo tardi per impedire che le imprese fossero messe in ginocchio da una miscela di restrizioni nell´accesso al credito e calo della domanda. A questo punto rischiamo di avere un lungo strascico della crisi. Non tragga in inganno il miglioramento dei rapporti patrimoniali delle nostre banche! Può rassicurare i mercati sulla loro solvibilità, ma è un miglioramento quasi interamente legato al calo degli impieghi. Tempi sempre durissimi per chi ha bisogno di indebitarsi. Di più, il peggioramento dei bilanci 2008 e 2009 delle imprese, sotto Basilea 2, comporterà ulteriori restrizioni al credito nei prossimi mesi fin ben dentro il 2010. Il rischio così è che anche le imprese migliori non riescano a ripartire, approfittando del miglioramento della congiuntura altrove.
Tremonti chiede insistentemente agli economisti di tacere per coprire il fatto che non ha una politica economica. Siamo ormai a settembre e nulla è dato sapere sulla legge di bilancio. Sembrerebbe che la Finanziaria sia un optional, pur in tempo di crisi, con un deficit destinato a superare il 5 per cento, senza contare i soldi che andranno trovati per il rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici. Adesso è il momento degli stimoli fiscali alla partecipazione dei dipendenti agli utili di impresa. I lavoratori sono maggiormente avversi al rischio dei loro datori di lavoro. Allora perché dovremmo incentivare il trasferimento di rischi dalle imprese ai lavoratori, per giunta su risultati che non dipendono da loro?
L´inutile polemica estiva sulle gabbie salariali ha svelato quanto già si sapeva: il tanto sbandierato accordo del 22 gennaio sulla riforma degli assetti contrattuali è rimasto lettera morta. Prendiamone atto. Ci vogliono nuove regole, applicabili e condivise, nella determinazione dei salari, che aggancino più saldamente le retribuzioni alla produttività. Serviranno per aiutarci ad uscire anche noi e prima possibile dalla recessione, minimizzando le perdite occupazionali. Avremo nei prossimi mesi una crescente eterogeneità nei comportamenti delle imprese: alcune possono ambire a conquistare quote di mercato approfittando delle ristrutturazioni in atto su scala planetaria; altre dovranno soffrire e stringere la cinghia per non dover chiudere i battenti. Non è pensabile affrontare questa fase con una contrattazione fatta a Roma e con aumenti salariali uguali per tutti. Bene perciò che le parti tornino al tavolo e trovino soluzioni in grado di legare salari e produttività anche nelle piccole imprese, dove la contrattazione di secondo livello non si svolge. Se davvero ci sono le risorse per ridurre le tasse sul lavoro, come promesso alle parti sociali in questi giorni dai ministri Sacconi e Tremonti, meglio per una volta concentrare queste risorse in un´unica significativa, visibile, riduzione delle tasse sul lavoro, anziché disperderle in mille rivoli di cui nessuno si accorgerebbe. Si può farlo subordinando il taglio delle tasse sul lavoro al rapido raggiungimento di un accordo vero fra le parti nel ridisegnare le regole della contrattazione. Servirà per far uscire prima dalla crisi, e con più lavoro, un tessuto industriale ancora dominato dalle piccole imprese.
http://www.repubblica.it - 01-09-2009

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