L'occasione che perderemo
In Egitto si gioca una partita che coinvolgerà il futuro del Mediterraneo (e non solo)…
L'Egitto è un'occasione che perderemo. L'occasione è
storica: spezzare nel più strategico paese arabo il circolo vizioso di miseria,
frustrazione, regimi di polizia e terrorismo - spesso alimentato
dai regimi stessi per ottenere soldi e status dall'Occidente - che
destabilizza Nordafrica e Vicino Oriente fino al Golfo e oltre. Il successo
della rivoluzione avvierebbe la transizione a un Egitto "normale",
con un potere politico legittimato dal popolo.
Dopo la scintilla tunisina, il segno che la nostra frontiera sud-orientale può
cambiare. In meglio. Avvicinandosi ai nostri standard di libertà e democrazia.
Cogliendo le opportunità di sviluppo perse per l'avidità delle élite
postcoloniali, impegnate a coltivare le proprie rendite, indifferenti a una società
giovane, esigente.
L'Italia più di qualsiasi altra nazione europea dovrebbe appassionarsi al
sommovimento in corso lungo la Quarta Sponda. Chi più di noi dovrebbe
interessarsi alla ricostruzione del circuito mediterraneo, destinato a
intercettare la quasi totalità dei flussi commerciali fra Asia ed Europa, di
cui saremmo naturalmente il centro? A chi più che a noi conviene la graduale
composizione della frattura tra le sponde Nord e Sud del "nostro
mare"? O davvero pensiamo sia possibile erigere una barriera impenetrabile
in mezzo al Mediterraneo? Qualcuno pensa ancora che lo sviluppo del Sud del
mondo sia una minaccia e non una formidabile risorsa per il nostro stesso
sviluppo - anzi, la condizione perché non si arresti?
Eppure Roma tace. Il nostro governo ha trovato modo di non esprimersi fino a
sabato. Meglio così, forse, visto che quando ha parlato - via
Frattini - nessuno se n'è accorto. Mentre tutto il mondo si
preoccupa del dopo-Mubarak, noi ci dilaniamo sulla "nipote". Stiamo
perdendo l'occasione di incidere in una svolta storica - stavolta
l'aggettivo è pertinente - che riguarda molto da vicino la vita
nostra, soprattutto dei nostri figli e nipoti.
Se anche i militari riuscissero ad affogare nel sangue le aspettative della
piazza, la rivoluzione egiziana ha ormai sancito che il paradigma delle
dinastie parassitarie, incentivato dai governi occidentali, non garantisce più
nessuno. Certamente non i popoli che opprime. Ma nemmeno noi europei. Quei
regimi significano solo caos, repressione e miseria. L'ambiente ideale per i
jihadisti. I quali, non dimentichiamolo mai, sono incistati nelle nostre
metropoli. Se sbagliamo politica in Egitto, in Tunisia o in altri paesi del
nostro Sud, il prezzo lo paghiamo in casa.
Un sobrio accertamento dello stato delle cose dovrebbe indurre il nostro
governo a mobilitare ogni risorsa a sostegno dei cambiamenti in atto sulla
sponda africana del Mediterraneo. Se ciò non accade, non è solo colpa di
Berlusconi o Frattini, ma della rimozione che l'Italia ha compiuto di se
stessa. Della sua geografia e della sua storia. Nel centocinquantesimo
anniversario dell'Unità è duro ammetterlo. Ma è un fatto: non sappiamo dove
siamo né da dove veniamo.
Così abbiamo dimenticato che per secoli l'Egitto è stato fecondato dalla nostra
diaspora. Come l'intero bacino del Sud Mediterraneo, dove un secolo fa viveva
quasi un milione di connazionali. Operai, artigiani, ma anche banchieri,
architetti e burocrati pubblici.
Nell'Egitto khedivale l'italiano era lingua franca, usata nell'amministrazione
pubblica. Un tipografo di origine livornese, Pietro Michele Meratti, vi fondò
nel 1828 il primo servizio di corrieri privati, la Posta Europea, poi
assurto a monopolio pubblico. Le diciture delle prime serie di francobolli
egiziani erano in italiano. Decine di migliaia di italiani, tra cui molti
ebrei, abitavano il Cairo e Alessandria, dove i segni del "liberty
alessandrino" sono ancora visibili. La nostra egittologia ha una lunga
tradizione. Come in genere le nostre missioni archeologiche orientali, fra le
principali fonti d'intelligence quando i servizi segreti erano ancora qualcosa
di serio.
Di questo e delle nostre tradizioni levantine in genere cercheremmo vanamente
una trattazione nei manuali scolastici. E' storia rimossa. Eppure ancora oggi
molto del residuo capitale di simpatia di cui godiamo nella regione si fonda su
tali memorie. Basterebbe poco per ravvivarle. Nell'immediato, anche un gesto
simbolico.
A Torino abbiamo il più importante museo di antichità egizie dopo quello del
Cairo, oggetto di sospetti vandalismi nelle prime fasi dei disordini. Sarebbe
forse utile uno sforzo sostenuto dai poteri pubblici e da fondazioni private
per dare concreto seguito alla profezia di Jean-François Champollion, il
decifratore della Stele di Rosetta: "La strada per Menfi e Tebe passa da
Torino". Finanziare e sostenere la messa in sicurezza del Museo del Cairo
e dei suoi reperti significa non solo salvare un giacimento culturale di valore
universale, ma un atto di rispetto per la pietra angolare dell'identità
egiziana. Quell'identità che i nostri levantini contribuirono a resuscitare e
che le piazze egiziane oggi vogliono riscattare.
Eppure nell'immaginario collettivo (ossia televisivo) sembra che l'Egitto sia
un qualsiasi pezzo d'Africa, un arcipelago di miserie e arretratezze. Più le
piramidi e Sharm el-Sheikh. Ma da dove spuntano i giovani anglofoni che
maneggiano twitter e Facebook - già ribattezzato Sawrabook,
"libro della rivoluzione" - e rischiano la vita per la
libertà?
Per anni abbiamo vissuto di verità ricevute. Un eterno fermo immagine. Intanto,
la società civile egiziana cresceva, si strutturava. Ci sono certo i Fratelli
musulmani, un arcipelago dalle mille ambiguità, che Mubarak ci ha rivenduto con
successo come banda di terroristi. Ma ci sono anche laici, cristiani,
nazionalisti, socialisti, gente che semplicemente non ne può più della
"repubblica ereditaria". Quanto meno daremo ascolto e supporto alle
loro istanze, tanto più il rischio di una deriva islamista diverrà concreto. E'
quanto sperano Suleiman e gli altri anziani ufficiali drogati da decenni di
potere incontrastato. Per riproporre e rivenderci il muro contro muro.
Obama e alcuni leader europei forse cominciano a capirlo. Fra cautele ed
esitazioni invitano a voltare pagina. Non noi italiani. Continuiamo ad
aggrapparci a un Egitto che non c'è più. L'Egitto che prova a nascere non lo
dimenticherà. La sua sconfitta sarà la nostra. La sua vittoria, solo sua.
http://www.repubblica.it (31
gennaio 2011)

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