Lo sberleffo della verità
Berlusconi non può più andare a Bruxelles, dopo un episodio del genere. Perché trascina verso il basso non solo l´Italia, ma l´intera zona euro.
Chi frequenta i summit delle istituzioni europee, e ne
conosce le deferenze opportuniste, le verità lente a dirsi, le cerimoniose
capricciosità, non dimenticherà facilmente quel che è successo domenica, nella
conferenza stampa di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel a Bruxelles. Un
giornalista li interroga sulla credibilità di Berlusconi, ed ecco che
d´improvviso scoppia un´ennesima bolla, fatta sin qui di illusioni e non-detti:
una delle tante, nei quattro anni di crisi che abbiamo alle spalle. La bolla di
uno Stato-subprime: debitore di seconda categoria, poco affidabile. Alcuni giudicano disdicevole la sbirciata complice che si
sono lanciati l´un l´altro Sarkozy e la Merkel, e umiliante quell´attimo muto, terribile,
che ha preceduto l´erompere inaudito della risata, subito echeggiata dai
giornalisti presenti. È vero, è stata umiliazione e anche qualcosa di più: un
atto di sfiducia che non avanza più mascherata, che si esibisce senza pudori
sapendo il consenso mondiale di cui gode. Un assassinio politico in diretta.
È difficile ricordare episodi simili, nella storia dell´Unione, e non stupisce
che gli autori stessi dell´incredibile gag siano quasi spaventati da quel che
hanno fatto. Fonti governative tedesche si sono preoccupate ieri d´attenuare il
colpo: «Le allusioni italiane sul sorriso scambiato ieri in conferenza stampa
tra Merkel e Sarkozy sono basate su un equivoco». Ma colpo resta, quel che
abbiamo visto domenica: e poco importa se sarà stato un attimo, se lo strappo
sarà ricucito e – parola di Montale – «come s´uno schermo s´accamperanno di
gitto alberi case colli per l´inganno consueto». Per un attimo, è come se i
dirigenti dei due motori d´Europa – Francia e Germania – avessero smesso di
credere nelle virtù della diplomazia, della pazienza, e solennemente avessero bocciato
un primo ministro nel più crudele dei modi, perché altra via non c´è. Sembra
uno sfogo incontrollato ma c´è del metodo, nello sfogo: non è nelle istituzioni
italiane che si cessa di credere, ma in chi governa. Dopo lo scoppio ilare
Sarkozy s´è fatto serio, ha evocato il colloquio tra lui, la Merkel e Berlusconi, ed è
stato chiarissimo: «La nostra fiducia, la riponiamo nel senso di responsabilità
dell´insieme delle autorità italiane: politiche, finanziarie e economiche».
Angela Merkel ha aggiunto: «La fiducia non nasce solo dalla costruzione d´un
ombrello salva-Stati. È di prospettive chiare che c´è bisogno». Sono giorni che
il Cancelliere non interpella Palazzo Grazioli per ottenere assicurazioni (che
legittimità può avere, una sede governativa privata?)ma il Quirinale.
Il messaggio non potrebbe essere più netto, e ultimativo («vi diamo tre
giorni»). E c´è in esso del metodo perché ogni parola è pesata: è sulle
istituzioni italiane che gli europei fanno affidamento, non sulla persona
Berlusconi. Spetta all´insieme delle autorità italiane, politiche, finanziarie
ed economiche mostrare il senso di responsabilità che il premier evidentemente
non possiede. Può sembrare un insulto – un capo di Stato o di governo non
dovrebbe ridacchiare in pubblico di un collega – ma la crisi che traversiamo è
talmente vasta, e funesta per tutti i cittadini d´Europa, che il galateo
diplomatico per forza si sfalda. Non sono due leader arroganti a sbeffeggiare
l´alleato; è il disastro europeo che può nascere dal vuoto politico italiano
che secerne l´inaudito incidente. Un disastro che Berlusconi ancor oggi elude,
quando dopo il vertice proclama: «Non c´è stato e non c´è rischio Italia».
L´occultamento dura dal 2007-2008 («Non c´è crisi. Siamo i primi in Europa»)
con effetti catastrofici su quel popolo che il premier s´ostina a chiamare
sovrano.
La cosa triste nell´Unione europea è la sua impotenza, quando un paese membro
azzoppa la propria democrazia e con false informazioni frena l´insorgere – nei
singoli cittadini – della responsabilità. Bisogna essere democratici, per poter
entrare nell´Unione. Non bisogna necessariamente esserlo, per restarvi. C´è un
articolo del trattato di Lisbona (il numero 7) che prevede sanzioni quando uno
Stato si discosta dalla democrazia: ma nessuno, neanche l´opposizione in
Italia, ha mai osato fare appello a esso. L´unico espediente dell´Unione,
quando vuol render manifesta un´incompatibilità non solo economica e
finanziaria con Stati devianti, è di conseguenza la peer pressure, la pressione
dei pari grado. E la pressione non sembra in grado di secernere altro che il
sogghigno. Solo quando è in gioco l´economia, pare efficace.
Ma è un sogghigno che va analizzato, perché spesso ridendo diciamo cose molto
vere. Dichiarandosi fiduciosi nell´insieme delle autorità italiane, i colleghi
dell´Unione scommettono proprio su quella pluralità di poteri che Berlusconi
continua a contestare, e a questi poteri si rivolgono: spetta a voi risolvere
il rebus Berlusconi, e mostrare un senso di responsabilità che metta fine allo
sberleffo mondiale scatenato da Palazzo Grazioli. È un appello, non recondito,
alle forze responsabili della maggioranza: che sfiducino loro il premier, prima
delle elezioni perché non c´è più tempo. Che mandino ai prossimi vertici
europei un capo di governo di cui nessuno ridacchi più.
Si ricorda spesso il Gran Consiglio fascista, che il 25 luglio ´43 mise in
minoranza Mussolini grazie alla mozione di Dino Grandi. Ma non c´è bisogno di
risalire tanto indietro. Anche l´Unione delle democrazie postbelliche conobbe
casi simili. Il 20 novembre 1990, Margaret Thatcher cadde in seguito a un voto
interno del suo partito, prima delle elezioni, e anche lei fu messa da parte
per incompatibilità con l´Europa comunitaria. Due giorni dopo il Gran Consiglio
conservatore, il premier si dimise e lasciò in lacrime Downing Street. Che
l´Europa e i mercati avessero decretato la sua fuoriuscita era stato
confermato, il primo novembre, dalle dimissioni di Geoffrey Howe, il vice primo
ministro più aperto all´Unione e all´euro. Michael Heseltine, conservatore, fu
il Dino Grandi della situazione.
Berlusconi non può più andare a Bruxelles, dopo un episodio del genere. Perché
trascina verso il basso non solo l´Italia, ma l´intera zona euro. Un primo
monito è venuto da Mario Monti, non un semplice pretendente al trono ma un
conoscitore-frequentatore delle istituzioni europee: «Sarebbe opportuno che
quanti hanno dato il loro sostegno al governo Berlusconi (…) prendessero
maggiore consapevolezza della realtà internazionale che rischia di travolgerci,
di trasformare l´Italia da Stato fondatore in Stato affondatore dell´Unione
europea» (Corriere della Sera, 16 ottobre 2011).
Berlusconi non può presentarsi a Bruxelles, e l´Europa non può concedersi
l´anomalia italiana: è la lezione dello sberleffo, che solo in apparenza è
irridente ma la cui sostanza è spaventosamente seria. È come quando ride una
persona che piange. Nessuna cosa detta da Berlusconi ha più peso né senso,
tanto trasuda incultura delle cose europee. Anche la sua insistenza sulle
dimissioni di Bini Smaghi, membro della Bce, ha qualcosa di intollerabilmente
ottuso, agli occhi non solo del diretto interessato ma di tutta la Bce. Bini Smaghi deve
andarsene, «essendo stato nominato dal governo senza passare attraverso alcun tipo
d´elezione o concorso». Sono frasi come queste, di una rozzezza e insipienza
senza limiti, che rendono velenosa la vicenda. Bini Smaghi non è, a
Francoforte, un rappresentante dell´Italia ma di Eurolandia. La sua nomina,
come quella di Draghi, prevede ben 3 votazioni (Eurogruppo, Parlamento europeo,
Consiglio europeo) e il Trattato contiene regole precise per la rimozione dei
membri del Comitato esecutivo Bce, che può avvenire solo per motivi gravi.
Comunque non può esser decretata né da Berlusconi né da Sarkozy, in nome dei
rispettivi Stati nazione.
La crisi strappa tanti veli, compreso questo. È il suo lato positivo: le regole
diventano più importanti, non meno, man mano che lo sconquasso s´estende.
Berlusconi le ignora del tutto, ed è un autentico miracolo che abbia alla fine
nominato una personalità profondamente indipendente come Ignazio Visco alla
testa di Banca d´Italia. Quanto a lui, non farà alcun passo indietro:
chiederglielo è nenia un po´ beota. Ma la pressione dei pari esercitata a
Bruxelles può avvenire anche in Italia. Sempre che esistano uomini della destra
davvero responsabili, che non usino questo nobile aggettivo per brigare, alla
Scilipoti, prebende e notorietà.
La Repubblica 25/10/2011.

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