L'innocenza perduta dei «sapiens»
Dalla sua comparsa l'«Homo Sapiens» ha modificato i propri standard, non ponendosi tuttavia il problema di come garantire la sopravvivenza non solo della specie umana ma del pianeta.
Benedetto Vecchi intervista ì
Autore: Welles, Spencer
È dal 2005 che Spencer Wells lavora intensamente all'interno
del «Genographic Project» con l'intento di definire una mappatura della
diffusione della popolazione umana sulla terra fin dalla comparsa dell'«Homo
Sapiens». Genetista e antropologo, Wells ha studiato con Richard Lewontin e con
Luigi Luca Cavalli-Sforza. Con entrambi condivide l'idea che la comparsa dei
«sapiens» è frutto di un'evoluzione durata centinaia di migliaia di anni,
caratterizzata non solo da una capacità di adattamento all'habitat naturale, ma
anche dagli incontri tra le diverse specie di ominidi che hanno vissuto sulla
Terra. Autore che alterna la scrittura alla ricerca sul campo - è un «esploratore»
della National Geographic - Spencer Wells è autore de Il viaggio dell'uomo
(Longanesi) e del recente Il seme di Pandora pubblicato da Codice
edizioni (pp. 241, euro 20), saggio che propone una sorta di società della
parsimonia da contrapporre alla liberale ricchezza delle nazioni e attorno a
cui ruota l'intervista.
Ne Il vaso di Pandora, lei si concentra sugli esiti della
civilizzazione non sempre positivi per gli essere umani. Perché la
civilizzazione ha questa ambivalenza di fondo?
Non nego che il processo di civilizzazione abbia avuto effetti positivi sulla
vita umana. Ad esempio, il lavoro, attraverso le macchine e l'applicazione
della scienza alle attività produttive, è sicuramente meno faticoso rispetto al
passato. La scienza ha inoltre favorito la cura di malattie che falcidiavano le
comunità umane. Il diritto, dal canto suo, ha reso più facile la convivenza. Lo
stesso si può dire per la produzione culturale, uno dei fattori più importanti
per migliorare il nostro stare in società. In una prospettiva antropologica, il
processo di civilizzazione ha cioè favorito la crescita della popolazione e la
nostra riproduzione in quanto specie.
In molti studi, la popolazione umana nel Neolitico è stata stimata in cinque
milioni di uomini e donne. Stiamo parlando di circa diecimila anni fa. Erano
tempi difficili per gli umani; e sono molti studiosi a definirli come il
periodo nero della nostra presenza sulla Terra. Adesso siamo diventati sette
miliardi. La crescita della popolazione non è tuttavia un fatto negativo. Ma se
volgiamo lo sguardo sulle conseguenza di una presenza umana così diffusa sul
pianete, il panorama è meno roseo. Ad esempio, il riscaldamento del pianeta è
un effetto collaterale dalle conseguenza potenzialmente terribili per la presenza
umana sul pianeta.. Lo stesso vale per l'estinzione di molte specie animali e
vegetali provocate dal processo di civilizzazione. Per questo serve una
riflessione sul fatto che la civilizzazione ha effetti sulla nostra biologia,
che è noto si è evoluta in poche decine di migliaia di anni all'interno di una
stretto rapporto con l'habitat naturale, ma anche con quello sociale. Questo
per dire che siamo cambiati biologicamente da quando eravamo cacciatori nomadi
e vivevamo in piccoli gruppi. Abbiamo sconfitto molte malattie, abbiamo
plasmato la natura come meglio credevamo. Eppure, recentemente, si sono
manifestati virus e malattie ritenute conseguenza proprio della civilizzazione.
Uno degli aspetti con il quale la specie umana deve confrontarsi è dunque la gestione
del il nostro legame biologico con l'habitat naturale e con l'habitat sociale.
È una sfida culturale, forse la più importante che la specie umana dovrà
affrontare in questo millennio.
La mappatura del Genoma Umano è da annoverare tra i più importanti successi
scientifici degli ultimi decenni. Anche in questo caso, tuttavia, lei
sottolinea con decisione il possibile lato oscuro delle applicazioni derivanti
dalla mappatura del Dna umano....
Non so se ci troviamo di fronte a un lato oscuro delle possibili applicazioni
delle scoperte fatte all'interno dell'Human Genoma Project, che va ricordato ha
mobilitato moltissimi laboratori di ricerca e moltissimi scienziati di grande
valore in una prospettiva multidisciplinare che ha consentito una discussione molto
ricca sul concetto di responsabilità della scienza. Da parte mia sono convinto
che dobbiamo concentrarsi nell'analisi sulle conseguenze sociali, etiche,
biologiche delle possibili applicazioni di tali scoperte. Pensiamo alla
genetica e all'embriologia. Sono due campi che hanno conosciuto un forte
sviluppo negli ultimi trent'anni, al punto che siamo a un passo dal poter
scegliere, selezionare i geni dei nostri figli. Questo è un bene, perché
potremmo evitare disfunzioni patologiche. Ma dobbiamo altresì riflettere anche
sulle implicazioni etiche di alcune ricerche. Nel libro parlo diffusamente del
«caso» di Charlie Withaker, un dodicenne affetto da un tipo specifico di anemia
che è stato curato usando le cellule staminali del fratello concepito in vitro.
A quel tempo, l'opinione pubblica inglese si è divisa tra favorevoli e
contrari. Quel che per me è interessante è il fatto che abbiamo un effetto
positivo di una «manipolazione» genetica e, al tempo stesso, ci siamo trovati
di fronte a vicenda che ha posto nuovamente con forza il tema dell'eugenetica e
della selezione genetica della specie umana. Argomento che ha precedenti
storici terribili.
Ci troviamo cioè di fronte a situazioni che rendono attuale un discorso sulla
responsabilità dei ricercatori nei confronti della società. E allo stesso tempo
rendono attuale una domanda rispetto alla possibile selezione genetica: che
diritto abbiamo noi di fare questo? Quesito che vale per molte altre scoperte
scientifiche e la loro applicazione tecnologica. Da qui il nodo da sciogliere
su come comportarci di fronte a implicazioni che possono condizionare
moltissimo, se non sovvertire il nostro modo di vivere in una società.
Nel suo libro, l'evoluzione occupa molte pagine. Eppure la teoria
dell'evoluzione è rigettata da posizioni spesso definite creazioniste...
Per me, come scienziato, l'evoluzione è un fatto che possiamo confermare
continuamente attraverso esperimenti condotti nei laboratori dove si studia la
genetica. La resistenza degli antibiotici, ad esempio, può essere studiata
solamente attraverso il processo evolutivo che hanno caratterizzato alcuni
virus. Penso sempre con delizia e stupore a come l'evoluzione della nostra
specie e di altre specie viventi dia luogo a una straordinaria varietà di
specie che condivide con noi il pianeta. Ci sono alcune farfalle che hanno una
forma aerodinamica che incanta per potenza e bellezza.. Poi ci sono
microorganismi che riescono a vivere sia in ambienti con elevate temperature
che a profondità marine pazzesche. Per non citare le affascinanti varietà di
felini che popolano l'Africa. Sono solo pochi esempi di come l'evoluzione abbia
ancora il potere di stupirci per ciò che ha prodotto e per ciò che potrà
produrre in futuro, vista la capacità di innovazione e adattamento che
caratterizzano le specie viventi. Ci sono volute milioni di generazioni per
arrivare alla attuale situazione. Non dovremmo spaventarci di tale diversità,
ma sentirci confortati dalla sua esistenza.
Lei descrive la nascita dell'«Homo Sapiens» come una grande avventura
caratterizzata anche dalla combinazione di geni di ominidi differenti. In altri
termini lei dice che la combinazione di geni è un fattore importante
dell'evoluzione. Non è così per il concetto di razza, da lei ritenuto un
fattore tutto sommato irrilevante. La razza è dunque una convenzione sociale...
Molti ricercatori sociali sostengono che le razze sono una costruzione sociale
e non, come invece affermano alcuni biologi e genetisti, l'esito di varianti
genetiche che hanno come unici effetti di «superficie» il colore della pelle o
la forma degli occhi. Potrei dire che entrambe le posizioni colgono degli
elementi, ma entrambe non tengono conto della complessità, della sedimentazione
sociale e culturale che la razza ha avuto. Scientificamente è chiaro che non ci
sono significative differenze genetiche tra le diverse «razze» umane. E quelle
che pure ci sono sono il frutto di una evoluzione intervenuta in 60mila anni,
all'interno degli incontri, delle migrazioni, dei rapporti che i sapiens hanno avuto
con l'habitat naturale e quello sociale che via via era costruito. Questo
fattore dell'incontro, della combinazione tra gruppi umani differenti è stato
ampiamente documentato dal «Genographic Project» a cui partecipo. Proprio in
quell'ambito abbiamo verificato che gli esseri umani hanno lo stessa base
genetica per il novantanove percento. Il resto produce uomini e donne con vari
colori della pelle e altre piccole differenze che sono sempre di «superficie».
Il mistero da svelare riguarda invece il problema delle disciminazioni razziali
e dalle rappresentazioni sociali negative che colpiscono alcuni gruppi umani
che hanno il colore della pelle diverso dal roseo e perché hanno una forma di
occhi differente da quelle che caratterizzano gli europei o i bianchi
statunitensi.
Infatti lei che scrive che gli esseri umani devono sviluppare un'altra
cultura...
Si, ma non mi riferivo al razzismo. Piuttosto serve un'altra cultura per
affrontare un argomento fondamentale per la sopravvivenza della specie umana, ma
che spesso viene messo ai margini della discussione pubblica. Viviamo in un
mondo che ha visto una crescita ininterrotta per quasi 60mila anni. Nel
Neolitico la terra era molto diversa da quella attuale. Da allora molte specie
si sono estinte e le società in cui viviamo sono caratterizzate da uno sviluppo
industriale ad alto consumo di energia. Quando scrivo che dobbiamo sviluppare
una nuova cultura, parto dal presupposto che tale modello di sviluppo non è più
sostenibile nel medio e lungo periodo. Per questo sostengo che dobbiamo
apprendere a vivere come una specie che abita un pianeta molto affollato e dove
le risorse sono limitate.
Frugalità, parsimonia. Sono due delle parole chiave che lei usa per
analizzare criticamente l'attuale distribuzione della ricchezza. Ma se la
soluzione alla crisi di un modello di sviluppo basato su un alto consumo di
energia e di distruzione delle risorse può risultare una narrazione mitologica
o un sogno ad occhi aperti...
Il consumo dissoluto del pianeta che abbiamo compiuto è da archiviare, ponendo
limiti al consumo delle risorse e alla distruzione dell'habitat naturale.
Questo comporta una profonda trasformazione delle nostre abitudini . Abbiamo
diecimila anni alle spalle, che rispetto alla storia della Terra è solo un
piccolo episodio della vita sul nostro pianeta. Tuttavia sono stati diecimila
anni in cui abbiamo modificato i nostri standard, non ponendoci tuttavia il
problema di come garantire la sopravvivenza non solo della specie umana ma del
pianeta. La frugalità, la parsimonia sono quindi solo strumenti che possono
aiutare lo sviluppo di società più inclusive di quelle attuali. Solo così
possiamo garantire un futuro ai nostri figli e ai loro figli. Sono
moderatamente ottimista per il futuro. Questo non significa sottovalutare le
conseguenze a breve termine della crisi attuale. Anzi solo una piena
comprensione dei problema che abbiamo ci può aiutare a prendere la giusta
strada.
Il manifesto, 14 dicembre 2011

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