Libertà motore della storia
Benedetto Croce superò lo statalismo hegeliano per esaltare l'aperta competizione di uomini e idee
Nel 1917, scrivendo la prefazione alla terza edizione del suo libro
Materialismo storico ed economia marxistica, Benedetto Croce asserì che il
marxismo lo aveva riportato «alle migliori tradizioni della scienza politica
italiana, mercé la ferma asserzione del principio della forza, della lotta,
della potenza, e la satirica e caustica opposizione alle insipidezze
giusnaturalistiche, antistoriche e democratiche, ai cosiddetti ideali dell'89».
Certo, aggiungeva Croce, Marx aveva perduto ormai in gran parte l'ufficio di
maestro che un tempo aveva avuto, poiché il concetto di potenza e di lotta, che
egli aveva trasportato dagli Stati alle classi sociali, era ormai tornato dalle
classi agli Stati. E tuttavia, precisava il filosofo, ciò non doveva «impedire
di ammirare pur sempre il vecchio pensatore rivoluzionario (per molti aspetti
assai più moderno del Mazzini, che gli si suole presso di noi contrapporre)», e
non poteva cancellare «la gratitudine» che gli si doveva «per aver conferito a
renderci insensibili alle alcinesche seduzioni (…) della Dea giustizia e della
Dea umanità».
In questa celebre pagina Croce esprimeva un'idea per lui centrale: il divenire
della realtà, e dunque della storia, ha luogo attraverso urti, contrasti,
lotte, che giungono inevitabilmente fino alle guerre. In questo processo
l'elemento decisivo è la forza. E contro di essa non ha senso invocare la
fraternità (e le altre «ciarle illuministiche», l'eguaglianza e la giustizia):
in primo luogo perché gli Stati si combattono fra loro continuamente per
accrescere la loro potenza, e nulla possono concedere alla fraternità; in
secondo luogo perché l'eguaglianza è un concetto fallace (così come è fallace
la giustizia, che vorrebbe realizzarla): un concetto perennemente smentito
dalla diversità delle attitudini, dei bisogni e dei sentimenti individuali. Gli
Stati, dunque, sono i grandi protagonisti della storia universale, e gli
individui hanno una sola missione, quella di identificarsi col destino dello
Stato al quale essi appartengono.
Era, questa di Croce, una concezione di origine hegeliana. Ritornava infatti in
essa l'idea della vita dei popoli e degli Stati come lotta continua e
insopprimibile per il primato e per l'egemonia, lotta che aveva nella guerra il
suo momento supremo. Perciò Croce avvertiva che bisognava tenersi «sempre
pronti a considerare qualsiasi popolo, anche quello che più parla al nostro
cuore o alla nostra fantasia, come avversario, se un giorno i reggitori dello
Stato ce l'additeranno come tale», in quanto le faccende politiche non possono
essere plasmate «dal nostro tenero cuore, ma appartengono a quei Leviatani che
si chiamano gli Stati, a quei colossali esseri viventi dalle viscere di bronzo,
ai quali noi abbiamo il dovere di servire ed obbedire, ed essi da parte loro
hanno buone e profonde ragioni di guardarsi in cagnesco, di addentarsi, di
sbranarsi, di divorarsi, visto e considerato che solo così si è mossa finora, e
così sostanzialmente si muoverà sempre, la storia del mondo».
Questa concezione crociana della politica, professata nei primi due decenni del
Novecento, fu abbandonata dal filosofo con l'avvento della dittatura fascista,
in opposizione alla quale egli svolse un importante magistero intellettuale.
Contro Gentile e i gentiliani, contro la loro esaltazione dello Stato come
massima espressione dell'eticità, Croce venne ora fissando che lo Stato è solo
una «forma elementare e angusta della vita pratica, dalla quale la vita morale
esce fuori da ogni banda e trabocca, spargendosi in rivoli copiosi e fecondi;
così fecondi da disfare e rifare in perpetuo la vita politica stessa e gli
Stati, ossia costringerli a rinnovarsi conforme alle esigenze che essa pone». È
evidente il profondo mutamento d'accento di queste parole rispetto alle
dottrine sostenute da Croce agli inizi del Novecento. Ora egli non guarda più
con ammirazione allo Stato-potenza, bensì allo «Stato di cultura» (così lo
definisce), cioè allo Stato che si ispira agli ideali morali, che promuove la
libertà, e che rimuove tutti gli ostacoli che intralciano o mortificano la
libertà medesima.
Croce è ormai pervenuto a posizioni liberali. Nel 1925 (l'anno in cui
incomincia la svolta dittatoriale del fascismo) egli scrive che nel liberalismo
si esprime il bisogno, anzi la necessità, «di lasciare, quanto più è possibile,
libero giuoco alle forze spontanee e inventive degli individui e dei gruppi
sociali, perché solo da queste forze si può aspettare il progresso mentale,
morale ed economico, e solo nel libero giuoco si disegna il cammino che la
storia deve percorrere».
In quale rapporto si trovava il liberalismo crociano con quelli che l'avevano
preceduto? A questo proposito il filosofo sottolineava con forza un punto: e
cioè che la sua idea dello Stato liberale non aveva come presupposto le
filosofie empiristico-sensistiche inglesi e scozzesi, incapaci di dimostrare
l'ideale liberale se non con argomenti utilitaristici (come avveniva, a suo
parere, nel trattato sulla libertà di John Stuart Mill), bensì aveva come
presupposto la filosofia idealistica, concepita come assoluto immanentismo
dello spirito. E poiché lo spirito è dialettica di distinzioni e opposizioni, e
perpetuo crescere su se stesso e perpetuo progresso, tale spiritualismo doveva
essere uno storicismo assoluto.
Era, dunque, una concezione metapolitica (in quanto non si fondava su una
particolare teoria politica) quella che Croce aveva del liberalismo,
completamente diversa dalla tradizione inglese. Ciò emergeva bene in due
proposizioni crociane. La prima era che l'idea di libertà non si può definire
per mezzo di distinzioni giuridiche, le quali hanno carattere pratico, e si
riferiscono a istituti particolari e transeunti, i quali, essendo fatti
storici, non hanno un legame necessario con la libertà, e possono essere
sostituiti da altri istituti. La seconda proposizione era che il liberalismo
non ha legami organici col sistema economico della libera concorrenza, e può ben
ammettere svariati modi di ordinamento della proprietà e di distribuzione della
ricchezza (comunismo compreso). Una proposizione, questa, che attirò a Croce
una serrata critica di Luigi Einaudi.
Corriere della Sera 30.11.11

Precedente: Se Occupy Wall Street spaventa l’Economist








