LHC, parte il viaggio verso le origini dell’universo
GINEVRA 10 sett 08 - L'acceleratore è stato attivato e tutto è andato come previsto: nessuna apocalisse all'orizzonte. L'esperimento preliminare del Lhc (Large Hadron Collider) del Cern di Ginevra è partito come da programma poco dopo le 9 e 30, con l'obiettivo di verificare il funzionamento del più grande acceleratore di particelle del mondo, costato oltre 6 miliardi di euro. Per "vedere" i primi protoni scontrarsi tra loro e ricreare così le condizioni del Big Bang, bisognerà aspettare fino ad ottobre, mentre la piena efficenza del Lhc sarà raggiunta solo nel 2009.
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LHC è un progetto del Cern. Il suo nome per esteso è Large Hadron Collider.
Large perché è grande, così grande che i fisici sono convinti che una macchina
così grande non verrà costruita mai più. Hadron perché accelera protoni e ioni,
particelle della materia che rientrano nella categoria degli adroni. Collider
perché queste particelle vengono fatte collidere, ovvero scontrare tra loro.
Com’è fatto
A 100 metri
sotto il livello del suolo, LHC corre a cavallo tra la Svizzera e la Francia in un tunnel
circolare lungo 27
chilometri. Il tunnel era stato costruito per il vecchio
acceleratore del Cern, il Lep, che è stato smantellato nel 2000. LHC però è 100
volte più potente del Lep. Al suo interno 2 fasci di particelle circoleranno in
direzioni opposte in un vuoto paragonabile a quello dello spazio intergalattico
e a una velocità pari al 99,9999991 % di quella della luce. Per ottenere questo
risultato LHC utilizza 9000 magneti il cui scopo è mantenere i protoni
concentrati in un fascio di spessore inferiore a quello di un capello e far
curvare questi fasci. I magneti lavorano al freddo, la temperatura all’interno
di LHC è la più bassa che potrete trovare nell’universo: -271 gradi Celsius.
Si calcola che se LHC utilizzasse magneti tradizionali dovrebbe misurare 120 chilometri per
raggiungere la stessa energia. In quattro punti della circonferenza i fasci
vengono fatti scontrare: lì si aprono enormi caverne che ospitano gli
esperimenti, ovvero i rivelatori di particelle: ATLAS, CMS, ALICE e LHCb. Anche
qui le dimensioni sono enormi: ATLAS è una macchina lunga 46 metri e alta 25, come
mezza cattedrale di Notre Dame, mentre il magnete centrale di CMS contiene più
ferro della Torre Eiffel.
Cosa cerca
LHC accelera i protoni e gli ioni per poi farli scontrare ad altissima
velocità. Nello scontro nascono moltissime particelle che vengono registrate
dai rivelatori e analizzate dai fisici. Ma cosa ci possono rivelare queste
particelle? Il fatto è che molte cose dell’universo ci sono ancora poco chiare.
Ad esempio, perché le particelle elementari sono dotate di massa e perché le
loro masse sono diverse le une dalle altre? La fisica teorica ha supposto
l’esistenza di una particella, chiamata il bosone di Higgs, che spieghi questo
fatto: l’interazione delle particelle con questo bosone determinerebbe la loro
massa. Ma purtroppo il bosone di Higgs finora non è mai stato visto. I fisici
sperano che LHC ci permetta di provarne l’esistenza.
Un altro mistero da svelare riguarda l’antimateria. L’antimateria è l’immagine
speculare della materia: se per strada incontraste un’automobile fatta di
antimateria non la distinguereste da quella fatta di materia. Ma se i due
oggetti entrassero in contatto l’uno con l’altro, si annichilerebbero a vicenda
lasciandosi alle spalle solo energia. I fisici ritengono che al momento della
nascita dell’universo materia e antimateria siano state prodotte nella stessa
quantità. Quando materia e antimateria si scontravano si annullavano a vicenda.
Oggi però il nostro universo è fatto tutto di materia. Dove è finita
l’antimateria? E perché la materia ha prevalso? Se potessimo vedere l’antimateria
prodotta dal Big Bang, forse ne sapremmo di più.
Sempre in tema di questioni irrisolte, c’è il problema della materia oscura.
Secondo i calcoli dei fisici, tutta la materia che noi vediamo è solo il 4%
della massa totale dell’universo. Per spiegare alcuni effetti gravitazionali,
si deve supporre l’esistenza di una materia oscura e una energia oscura che non
possiamo vedere. Si pensa che l’universo sia composto per il 30% da materia
oscura. Ma dove sono le sue particelle?
E ancora, alcuni fisici teorici ipotizzano che le nostre quattro dimensioni (le
tre conosciute più il tempo) siano troppo poche per descrivere l’universo. Ce
ne sarebbero altre che però non possiamo vedere. Aumentando l’energia saremo in
grado di individuarle?
Gli esperimenti di LHC cercano risposte a queste domande. Le collisioni tra
protoni, infatti, generano un’energia molto intensa, pari a quella che si
poteva misurare qualche frazione di secondo dopo il Big Bang, l’evento che 14
miliardi di anni fa portò alla genesi dell’universo. Questo permette a
particelle che oggi non ci sono più di tornare in vita. Ma la loro
sopravvivenza dura una piccolissima frazione di secondo, poi si disintegrano
dando vita a particelle conosciute. Ebbene, gli esperimenti di LHC vogliono
vedere queste particelle prima che scompaiano di nuovo.
Chi partecipa
Si dice che sui paesi che collaborano all’esperimento ATLAS non tramonti mai il
sole perché gli scienziati vengono da tutte le aree del mondo, escluso
l’Antartide. Il progetto LHC impegna nel suo complesso oltre 10.000 scienziati
e ingegneri da tutto il mondo. Oltre ai fondi provenienti da moltissime
nazioni. I suoi costi, del resto, sono elevati: nel marzo 2007 si calcolava che
solo la macchina dell’acceleratore sarebbe costata 3 miliardi di euro, ma le
spese sono poi salite. L’Italia ha un peso rilevante, non solo perché in quanto
membro del Cern vi investe soldi, ma anche perché molti scienziati italiani
partecipano all’impresa. L’Istituto nazionale di fisica nucleare coordina i
circa 600 scienziati italiani che lavorano a LHC. Inoltre, l’industria italiana
ha prodotto molte componenti di precisione.
I pericoli
Benché la concentrazione di energia nella collisione delle particelle sia la
più alta prodotta in laboratorio, in termini assoluti l’energia sprigionata è
molto più bassa di quella con cui abbiamo a che fare tutti i giorni. Tuttavia,
LHC riproduce la densità di energia che esisteva pochi istanti dopo il Big
Bang. Per questo ci si riferisce alle collisioni come a dei mini Big Bang.
Secondo alcune teorie, nelle collisioni tra particelle possono prodursi dei
piccoli buchi neri.
Se anche così fosse, dicono i fisici, questi mini buchi neri evaporerebbero
molto presto lasciandosi dietro solo radiazioni. E per avvalorare la loro tesi
fanno notare che anche i raggi cosmici, che hanno molta più energia di quella
sprigionata da LHC, potrebbero produrre buchi neri, ma nessuno ha mai assistito
a questo fenomeno.
Il rilascio di radiazioni invece è inevitabile, ma al Cern assicurano che i
raggi prodotti nelle viscere della terra non raggiungeranno la superficie.
da L'Unità 8 settembre 2008

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