L'eredità di Lula: la politica economica
Domenica 3 ottobre il Brasile elegge il nuovo presidente. Luci ed ombre nell'eredità di Lula.
Sul piano della gestione macroeconomica, l’attuale maggioranza contesta ai governi di Fernando Henrique Cardoso (1995-2002) di aver lasciato una “eredità maledetta”, fatta d’inflazione elevata e di finanze pubbliche fuori controllo, e si attribuisce integralmente il merito dei progressi raggiunti negli ultimi anni. La realtà dei fatti è che il processo di stabilizzazione dell’economia brasiliana ha radici che affondano nelle riforme avviate negli anni Novanta, sulle cui basi il governo Lula ha saputo sapientemente costruire il proprio successo.
LA LOTTA ALL'INFLAZIONE
Nella seconda metà degli anni Ottanta l’economia brasiliana si caratterizzava per l’elevata inflazione (figura 1), che numerosi piani di stabilizzazione non erano riusciti a sconfiggere in maniera definitiva. Le premesse per il conseguimento della stabilità furono poste nel 1994 con l’approvazione del cosiddetto Plano Real, a partire dal quale il governo: a) introduceva una nuova valuta, b) attenuava i meccanismi di indicizzazione dei salari all’inflazione, c) dava impulso alle riforme strutturali tra cui le privatizzazioni di alcuni inefficienti monopoli statali (telecomunicazioni, energia, finanza eccetera) e la riforma della previdenza sociale, d) apriva ulteriormente l’economia verso l’estero, e) avviava la ristrutturazione del sistema bancario. Un ulteriore passo verso la stabilità venne compiuto dopo la crisi valutaria del gennaio del 1999, adottando un regime di inflation targeting per la gestione della politica monetaria, rendendo fluttuante il regime di cambio e approvando la “legge di responsabilità fiscale” per garantire maggior rigore nei conti pubblici a livello federale e statale.
Figura 1: Prezzi al consumo (variazioni % sui 12 mesi)

Fonte: IBGE e Banco Central do Brasil.
Durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2002
Luiz Lula da Silva, nella famosa “carta ao povo brasileiro”
(lettera al popolo brasiliano), riaffermò l’importanza della lotta all’inflazione
e del mantenimento di conti pubblici in ordine per la crescita
sostenibile dell’economia, la creazione di nuovi posti di lavoro e la
più equa distribuzione del reddito. Tutti i candidati alla presidenza
sottoscrissero l’accordo “precauzionale” di 30 miliardi di dollari col Fondo
monetario internazionale, garantendo una transizione ordinata verso un
eventuale governo Lula e ribadendo i capisaldi della gestione macroeconomica
responsabile introdotta durante l’era Cardoso.
Da allora sono stati compiuti ulteriori progressi, anche con l’aiuto di un
quadro esterno estremamente favorevole. Grazie alla credibilità della
banca centrale e del regime di inflation targeting,
l’inflazione è rimasta entro gli obiettivi prefissati (4,5 per cento ± 2 per
cento). Il raggiungimento di elevati surplus primari ha
consentito di ridurre il debito pubblico su valori contenuti (40 per cento del
Pil circa) nel confronto storico e rispetto a quello delle economie avanzate.
Il paese ha infine accumulato un consistente cuscino di riserve
internazionali - passate da poco più di 50 miliardi di dollari a
inizio 2006 a
oltre 200 nel settembre del 2008. Tanto che prima della crisi il settore
pubblico aveva raggiunto una posizione creditoria netta sull’estero. La
riduzione del rischio inflazionistico, fiscale ed esterno ha spinto le
principali agenzie di rating internazionali a concedere al paese il giudizio di
“grado d’investimento” già nella primavera del 2008.
UN PAESE MATURO
La conduzione di politiche macroeconomiche responsabili, unita
alla solidità del settore bancario – caratterizzato da elevati
livelli di capitale, bassa rilevanza della provvista in valuta e attenta
supervisione da parte degli organi di vigilanza – hanno permesso al Brasile di
affrontare la crisi finanziaria dell’autunno del 2008 da una posizione di
relativa tranquillità. (1)
Le autorità hanno potuto attuare, a differenza di quanto avveniva nelle crisi
del passato, le necessarie politiche economiche anticicliche.
La banca centrale ha fornito agli intermediari ampia liquidità in dollari e in
valuta locale e ridotto in maniera massiccia i tassi ufficiali. Il governo ha
concesso agevolazioni fiscali per l’acquisto di beni di consumo durevole,
sostenuto attivamente alcuni settori dell’economia (edilizia, agricoltura),
promosso l’espansione del credito del sistema bancario pubblico (Banco do
Brasil, Caixa Econômica, Bndes) e perseguito un’attiva politica dei redditi
continuando ad aumentare il salario minimo. I risultati non hanno tardato a
farsi vedere; dopo una leggera contrazione del prodotto nel 2009 (-0,2 per
cento), l’economia dovrebbe crescere a ritmi superiori al 7 per cento nel 2010
per poi tornare su livelli prossimi al potenziale l’anno prossimo (intorno al
4,5 per cento).
L’accorta gestione macroeconomica e la risolutezza con cui è stata affrontata
la crisi finanziaria del 2008, hanno proiettato il Brasile al centro della
ribalta mondiale, accrescendone l’importanza nei principali consessi
internazionali. Il successo è il frutto di un lungo processo che affonda le sue
radici nelle riforme avviate negli anni Novanta. Il governo Lula, con una
particolare attenzione agli aspetti sociali e maggior fiducia
nel ruolo dello Stato nell’economia, ha capitalizzato gli
sforzi compiuti in passato e su di essi ha basato il successo della propria
amministrazione. La maturità raggiunta dal paese si coglie anche osservando
l’attuale campagna elettorale in cui nessun candidato mette in discussione il
quadro di regole e strumenti che hanno caratterizzato la gestione
macroeconomica degli ultimi anni. Ciò si riflette, a differenza di quanto
avveniva in passate campagne elettorali, nella tranquillità attraversata dai mercati
finanziari in questi mesi e nei continui afflussi di capitale
dall’estero. (2) Il dibattito interno può finalmente
abbandonare gli aspetti “macro” e concentrarsi su quelle riforme “micro” che
potrebbero consentire al Brasile di migliorare la competitività delle proprie
imprese e accrescere ulteriormente il potenziale di crescita. (3)
(1) Il rapporto tra capitale e attività ponderate per il
rischio era pari a 16,7 per cento nel settembre del 2008, ben al di sopra delle
soglie stabilite anche nei recenti accordi di Basilea III.
(2) Per scoraggiare il capitale speculativo, nel novembre del
2009 è stata introdotta un’imposta del 2 per cento sugli afflussi di
portafoglio. Sono oggi allo studio altre misure per limitare l’apprezzamento
del real, tra cui l’utilizzo delle risorse del fondo sovrano costituito nel
dicembre del 2008.
(3) Si pensi, ad esempio, alla riforma del sistema tributario,
all’ammodernamento delle infrastrutture, al miglioramento dell’istruzione, alla
riforma politica. Per approfondire il dibattito sulle riforme si consiglia il
libro “Brasil pós-crise: agenda para a próxima década”, a cura di Fabio
Giambiagi e Octavio de Barros, Elsevier - Campus, ottobre 2009.
http://www.lavoce.info 28.09.2010

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