L'elefante indiano galoppa oltre la crisi
Sfiancato dal peso delle sue pretese, il Regno Unito dovrebbe affrettarsi a offrire alla sua ex colonia il suo seggio al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La condizione sarebbe che la Francia facesse lo stesso in favore della Ue.
Crisi? Quale crisi? Le autorità indiane non sono così
supponenti da farsi questa domanda, ma è vero che l'India ha avuto una
"buona crisi". Ora quello che deve fare è revocare progressivamente
le misure eccezionali introdotte per sostenere l'economia e portare avanti le
riforme necessarie per favorire una crescita rapida e diffusa.
Quando Pranab Mukherjee, il ministro dell'Economia, ha presentato la
finanziaria la scorsa settimana ha sottolineato che un anno fa l'India aveva di
fronte una doppia sfida: la crisi globale e un monsone che aveva portato poca
pioggia. Ora può «dire con sicurezza che abbiamo superato bene queste due
crisi». Secondo il rapporto sullo stato dell'economia del governo di New Delhi:
«Nella seconda metà del 2008-2009, nella finanziaria straordinaria del
2009-2010 e di nuovo tre mesi dopo, nella finanziaria ordinaria del 2009-2010,
sono state applicate numerose misure di stimolo. Nel secondo trimestre
l'economia ha mostrato segnali di un'inversione di rotta e ora che ci
avviciniamo alla fine dell'anno l'India sembra avviata a tornare rapidamente
agli anni di espansione precedenti al 2008». Nell'anno finanziario 2008-2009,
il prodotto interno lordo dell'India è cresciuto del 6,7%. Quest'anno la
crescita, secondo le previsioni, dovrebbe attestarsi sul 7,2%. Se l'economia
indiana è riuscita a sopravvivere quasi incolume a questa prova, perfino gli
analisti più prudenti hanno ragione di guardare al futuro con più ottimismo.
Lo stimolo ha i suoi costi. Il deficit di bilancio del governo centrale è
cresciuto dal 2,6% del Pil nel 2007-2008 alla cifra provvisoria del 5,9% nel
2008-2009, e quest'anno si stima che arriverà al 6,5%. Se si includono nel
conteggio i singoli stati della federazione, il disavanzo è balzato dal 4% del
Pil nel 2007-2008 all'8,5% nel 2008-2009, con una previsione del 9,7% per
quest'anno. Il Pil nominale indiano è cresciuto a un ritmo medio del 14% fra il
2004-2005 e il 2009-2010. Con questa crescita, disavanzi del 10% del Pil sono
abbastanza sostenibili. Magari fosse così, ad esempio, anche per il Regno
Unito.
In ogni caso, portarsi dietro disavanzi del genere non è consigliabile.
Innanzitutto c'è da dire che gran parte della spesa (in particolare quella
relativa ai sussidi per i fertilizzanti, per i prodotti alimentari e per il
petrolio) è male indirizzata. In secondo luogo, i risparmi del settore pubblico
sono precipitati dal 5% del Pil nel 2007-2008 all'1,4% nel 2008-2009. È una
tendenza che bisogna invertire.
Prima della crisi il tasso di risparmio lordo nazionale aveva raggiunto il 36%
del Pil. Considerando la capacità dell'India di attirare capitali esteri a
lungo termine, questa cifra consentirebbe un tasso d'investimenti vicino al 40%
del Pil. Un tasso d'investimenti tanto alto potrebbe produrre una crescita del
10%, e anche di più: considerando che la produzione pro capite dell'India (a
parità di potere d'acquisto) è circa 1/15 di quella degli Stati Uniti, le
potenzialità per una crescita rapida sono enormi.
Ho visto con i miei occhi la portata di questo ottimismo il mese scorso, quando
ho trascorso una settimana in India. Fra i momenti più significativi c'è stata
la conferenza su una raccolta di saggi in onore di Montek Singh Ahluwalia,
vicepresidente della commissione programmazione economica e mio caro amico da
39 anni, il personaggio più influente dell'economia indiana negli ultimi
vent'anni dopo il primo ministro Manmohan Singh.
Sono rimasto colpito dal tono ottimistico del saggio su Performance e politiche
macroeconomiche, 2000-2008, di Shankar Acharia, ex capo dei consulenti
economici per il governo indiano. Acharya è il più prudente fra i principali
analisti indiani. Il saggio dà un'idea chiara della grande fiducia dell'élite
tecnocratica indiana nella performance e nelle prospettive del paese. Una
fiducia dello stesso tipo si avverte fra l'élite imprenditoriale. È un aspetto
che fa dell'India odierna qualcosa di radicalmente diverso da quella che
conoscevo quando ero l'economista capo della divisione India alla Banca
mondiale, a metà degli anni 70.
L'emergere di un consenso fra le élite sulla direzione
assunta dal paese è evidente a chiunque si rechi regolarmente in India.
Entrando nel ministero del Commercio, bastione degli avversari dell'apertura
dei mercati negli anni 70, sono rimasto colpito da un manifesto che descriveva
l'India come «la più grande economia di mercato del mondo».
Un altro aspetto è la convinzione che il pragmatismo delle politiche indiane,
specialmente sulla finanza globale e la bilancia dei pagamenti, si è dimostrato
giusto. Le persone che hanno il compito di dirigere un paese enorme, con un
così alto numero d'individui vulnerabili, sono giustamente reticenti a rendere
la loro economia ostaggio delle tendenze sociopatiche del settore finanziario.
Questo era il tema di un saggio di Rakesh Mohan, ex vicegovernatore della Banca
centrale indiana, la
Reserve Bank of India.
Ma la prudenza non può essere inerzia. L'elenco di riforme di Acharya include
giustamente «infrastrutture, agricoltura, leggi sul lavoro, banche, energia,
istruzione e commercio al dettaglio». Fortunatamente, un paese grande quanto
l'India sarebbe in grado di sostenere una crescita rapida anche se il contesto
esterno continuasse a essere meno favorevole di prima. Ma questo renderebbe
ancora più urgente eliminare gli ostacoli interni.
Anche il contesto esterno conta, da almeno tre punti di vista. Primo, l'India
ha seguito la Cina
aprendosi molto di più agli scambi. Il rapporto fra scambi di merci e servizi e
Pil nel 2008 era ai livelli in cui era in Cina nel 2003. Secondo, l'India
dipende dall'accesso a materie prime di altri paesi, in particolare l'energia.
Infine, l'India ha bisogno di pace.
L'India e la
Cina sono due civiltà antiche. Ma in Cina l'autorità statale
è antica e gode di una forte legittimazione. In India lo stato è giovane. La
politica è un negoziato permanente. La democrazia non è, come qualcuno
sostiene, un ostacolo al progresso del paese, ma una condizione necessaria per
la sua esistenza in quanto stato. Pur con tutte le sue frustrazioni e
fallimenti, il sistema politico funziona.
Come sostiene un capitolo del rapporto sullo stato dell'economia, dedicato alle
«microfondamenta della crescita», perfino «i costi burocratici
imperdonabilmente alti dell'India sono come una risorsa preziosa sepolta
sottoterra». Si potrebbe fare tantissimo se lo stato si levasse di torno. Non
faccio fatica a immaginare un'India capace di sostenere una crescita vicino al
10% l'anno per un periodo di tempo lungo. A voler essere prudenti, l'economia
indiana, a prezzi di mercato, supererà quella britannica nel giro di un
decennio e quella giapponese nel giro di vent'anni. In un capitolo su L'India
nel mondo sostengo che l'India sta diventando, come la Cina, una "superpotenza
prematura", definizione con la quale intendo un paese con un tenore di
vita basso ma un'economia gigantesca.
Sfiancato dal peso delle sue pretese, il Regno Unito dovrebbe affrettarsi a
offrire alla sua ex colonia il suo seggio al Consiglio di sicurezza delle
Nazioni Unite. La condizione sarebbe che la Francia facesse lo stesso in favore della Ue.
Anche se le due potenze europee non dovessero (com'è probabile) dar prova di
tanta lungimiranza, è certo che stiamo entrando nell'era delle superpotenze
continentali, e l'Asia ne avrà non una, ma due.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
www.ilsole24ore.com 3 Marzo 2010

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