L´economia ai tempi del web
Lo Stato assume il compito di fornire l´infrastruttura della rete Internet che non è più finanziata dalla pubblicità (col beneficio di una diminuzione dell´inquinamento dovuto alla contrazione dei consumi «indotti» da quella); ma dalle tasse, che la collettività decide democraticamente di pagare per massimizzare il bene pubblico dell´informazione. In tal caso non esiste più un problema di free riders. La libera circolazione dell´informazione fornita dalla rete, anziché costituire un danno per i fornitori privati, soddisfa pienamente lo scopo del fornitore pubblico
L´impatto delle tecnologie cosiddette digitali sulle relazioni
sociali e in particolare lo sviluppo prodigioso del fenomeno Internet
sono oggetto ormai da tempo di una intensa attenzione. Non altrettanto
e stranamente, almeno nel grande dibattito pubblico, il loro carattere
specificamente economico, che riguarda in particolare le implicazioni
della «economia digitale» sul mercato, cioè sul sistema economico
largamente dominante nelle economie capitalistiche del nostro tempo.
Si
dà in genere per scontato che il vendere e il comprare su Internet, non
solo sia in accordo con la natura e le regole del mercato, ma ne
rappresenti una esaltazione. Questa è almeno l´opinione espressa dalla
corrente di economisti americani cosiddetta «californiana», secondo cui
la rete costituisce l´istituzione che incarna concretamene l´altrimenti
astratta teoria della concorrenza perfetta che sta alla base del credo
liberista, escludendo lo Stato da ogni possibile interferenza nel suo
funzionamento.
Ora, una analisi non fortemente intrisa da
motivazioni apologetiche dovrebbe portare a conclusioni opposte: che
sono infatti sostenute da altri economisti (per esempio, quelli del
Centro Hypermedia dell´Università di Westminster, che fa capo a Richard
Barbrook). Si fa notare che l´esplosione della rete, nonché esaltare la
logica del mercato, ne mina alcuni presupposti essenziali e per
converso apre nuove prospettive a una economia della reciprocità,
libera dai vincoli sia del mercato che dello Stato.
Nel caso
di Internet si verifica una condizione ben nota agli economisti, di
produzione di beni non esclusivi che possono essere utilizzati
simultaneamente da più utenti: un classico bene pubblico. Inoltre, il
bene prodotto (l´informazione) a differenza di un bene fisico, non si
separa dal produttore (come si dice: se ci scambiamo un dollaro,
restiamo con un dollaro a testa; se ci scambiamo un´idea restiamo con
due idee). In tali condizioni, è assai difficile esigere un prezzo. Il
problema è stato risolto in questi casi con i canoni di abbonamento. Il
produttore fornisce un servizio e riceve un canone standard,
indifferenziato. Ma che succede se l´utente del servizio diventa a sua
volta fornitore «scaricando» l´informazione dalla rete e vendendola o
regalandola in concorrenza col produttore? Nel caso Internet proprio
questo succede.
Ciò provoca danni ingenti ai fornitori del
servizio, contraendo le entrate pubblicitarie. Per evitarli, essi non
possono far altro che ricorrere alla legge: alla polizia e alla
magistratura, il che rende manifesta la dipendenza del mercato dallo
Stato, la falsità della sua pretesa «autoregolazione». Ma poiché è
molto difficile accertare le violazioni da parte dei «free riders» (dei
parassiti di Internet) emerge la proposta di istituire un sistema di
spionaggio permanente detto Panopticon (in memoria della famosa
proposta di Jeremy Bentham) che permetta di controllare permanentemente
tutte le operazioni degli utenti. Ecco un divertente esempio di
regolazione staliniana del mercato autoregolato.
Esiste, fanno
notare gli economisti di Hypermedia, un´alternativa. Lo Stato assume il
compito di fornire l´infrastruttura della rete Internet che non è più
finanziata dalla pubblicità (col beneficio di una diminuzione
dell´inquinamento dovuto alla contrazione dei consumi «indotti» da
quella); ma dalle tasse, che la collettività decide democraticamente di
pagare per massimizzare il bene pubblico dell´informazione. In tal caso
non esiste più un problema di free riders. La libera circolazione
dell´informazione fornita dalla rete, anziché costituire un danno per i
fornitori privati, soddisfa pienamente lo scopo del fornitore pubblico.
Si apre un nuovo spazio dove allo scambio valorizzato (informazione
contro pubblicità) subentrano prestazioni reciproche gratuite.
Economia
del dono? No, non c´è nessun dono. C´è la decisione della comunità di
trasformare il valore di scambio dell´informazione in valore d´uso,
affidandolo alla libera gestione della comunità stessa: né allo Stato,
che si limita a fornire l´infrastruttura, né al mercato.
Il lato più
interessante di questa riforma non sta solo nel rendere possibile la
libera fruizione dell´informazione contenuta nella rete, ma di
promuovere l´aspetto più innovativo di Internet: la partecipazione
attiva dell´utente allo sviluppo dell´informazione.
Contribuendo
alla creazione di nuova informazione, egli non è più un consumatore
passivo, ma un produttore attivo di idee: un prosumatore (prosumer),
come con geniale anticipazione lo definiva Alvin Toffler. Internet sta
producendo una vera e propria rivoluzione nel mondo del lavoro e della
produzione generando una nuova classe di lavoratori-imprenditori che
non esalta il momento dello scambio valorizzato ma quello della libera
creatività. E´ bene che queste idee circolino liberamente senza essere
protette da copyright. Le prestazioni effettuate sulla rete non
sarebbero soggette ad alcun vincolo di proprietà riservata (copyright).
I
soli limiti riguarderebbero la sicurezza e la moralità. Ma in quei casi
si tratta di perseguire casi concreti e manifesti, e non capacità
potenziali e diffuse di violazione delle regole.
Come Richard
Barbrook osserva, non si tratta affatto di sostituire il mercato e lo
Stato con una economia caratterizzata dal principio della reciprocità,
ma di integrare economia di mercato, economia amministrativa ed
economia digitale in un sistema più ampio e articolato. Lo Stato
fornirebbe l´infrastruttura, il mercato promuoverebbe le innovazioni
tecnologiche, per esempio sviluppando la griglia delle fibre ottiche,
la rete promuoverebbe la diffusione e lo sviluppo dell´informazione
attraverso un immenso dialogo sociale.
Dunque, Internet
rappresenta, non, come sostiene l´ideologia californiana, la suprema
esaltazione dell´economia di mercato ma una macroscopica premessa del
suo superamento, nel campo dei beni sociali. Quanto ai beni
autenticamente privati il mercato è insostituibile, come rivelatore
delle preferenze individuali (ricordiamo la lezione di von Hayek). In
tal senso esso costituisce uno strumento prezioso del benessere
sociale. Uno strumento, però, non uno scopo.
Uno strumento che
affianchi l´altrettanto insostituibile presenza dello Stato e quella
delle nuove istituzioni associative e volontarie, delle quali Internet
è un felice esempio.
da La Repubblica 7 agosto 2008

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