Le tre dimensioni della crisi e l’”oggettività” dei mercati
Siamo arrivati al punto più basso del rapporto tra politica e mercati finanziari.
La crisi finanziaria globale si gioca su tre dimensioni.
Quello che dovremmo fare noi, quello che deve fare l’Europa e ciò che
bisognerebbe fare a livello globale per cambiare le regole della finanza.
Partendo dalla situazione italiana non tutti i mali vengono per nuocere e la
pressione internazionale è l’occasione di un miglioramento delle nostre finanze
pubbliche e delle nostre opportunità di crescita. Un primo fronte fondamentale
su cui lavorare è quello della riforma fiscale. Il prelievo è sbilanciato su
reddito e lavoro e questo penalizza occupazione ed opportunità di sviluppo.
Dobbiamo assolutamente ridurre l’onere su queste due voci andando a tassare di
più chi crea esternalità negative per il resto del sistema. Ad esempio tassando
di più le emissioni di CO2 e la finanza, anche se su questo punto oltre che
agire sul nostro paese dobbiamo unirci a chi, Germania, Francia e parlamento
UE, pensa di agire a livello continentale.
Su quest’ultimo punto quasi tutti gli analisti mettono la testa nella sabbia e
fanno finta di dimenticare la storia della crisi. Una crisi che nasce dagli
errori di valutazione delle grandi banche d’affari, pesantemente sbilanciate
tra passività a breve ed attivi a lunga, con un rapporto tra debiti e capitale
proprio insostenibile e vittime di un grave errore di valutazione sul valore e
sull’affidabilità dei derivati del credito. Gli stati e le banche centrali
intervengono per salvare le grandi banche garantendo i loro attivi ormai privi
di valore o fornendo garanzie. Nel farlo le loro finanze pubbliche peggiorano
in proporzione al rapporto tra volumi degli investimenti in “titoli spazzatura”
rispetto al PIL nazionale. Sempre per salvare la finanza immettono liquidità
sul mercato, ma questa stessa liquidità è utilizzata dagli intermediari
finanziari salvati per attaccare gli stati. E’ come se un generoso donatore
abbia fatto una grossa trasfusione di sangue per salvare un paziente in
condizioni molto gravi e quest’ultimo abbia dimostrato così tanta ingratitudine
da approfittare della sua debolezza per pugnalarlo.
Continuare a difendere l’assunto per cui la finanza internazionale debba rimanere
un santuario inaccessibile a fini fiscali è cosa assolutamente assurda e
contraria ad ogni principio di giustizia dato lo svolgimento degli eventi. Per
che mai i cittadini irlandesi devono pagare in termini di minori servizi
sociali, di maggiore precarietà del lavoro o di perdita di occupazione, i
comportamenti delle proprie banche e il fatto che lo stato per salvarle abbia
dovuto registrare un rapporto deficit/PIL vicino al 30 percento facendo salire
un debito dal 20 ad oltre il 100 percento ?
Molti commentatori si sforzano di adeguarsi al dettato dei mercati finanziari e
ai loro movimenti di breve dicendoci che non c’è alternativa all’accettazione
degli imperativi che scaturiscono dalle loro fibrillazioni giornaliere. Ma in
questi movimenti di breve non c’è nessuna infallibilità morale o razionalità
superiore nè i mercati finanziari sono espressione di qualche principio di
giustizia particolare per il quale è fuori di discussione che i loro umori
devono debbano la legge assoluta che stabilisce ciò che è bene e ciò che è
male.
Cosa c’è di oggettivo nelle valutazioni di rating nei confronti degli Stati
Uniti (che vantano una situazione debitoria e rapporti ricchezza/reddito e
debito/reddito delle famiglie molto peggiori dei nostri) cui l’oligopolio delle
tre agenzie principali assegna la tripla A mentre la nuova agenzia di rating
cinese dà A+ ? Tre sono le possibilità. O sbagliano le tre agenzie tradizionali
o quella cinese. La terza possibilità è che la verità stia nel mezzo. Se
vogliamo escludere dietrologie o il sospetto di comportamenti strategici
dobbiamo perlomeno ammettere che le regole si fanno lontano da casa nostra da
investitori che hanno se non altro per questo motivo una visione del tutto
particolare del nostro paese e che, per ricordare il caso del 92, non
nascondevano di non credere alla possibilità dell’Italia di entrare nell’Euro.
Se applicassimo a persone sane un meccanismo che misura pulsazioni e pressione
ed effettua elettrocardiogramma in tempo continuo probabilmente anche persone
sane, osservando alcune irregolarità a breve del loro andamento cardiaco,
diventerebbero malati di cuore. Il sistema economico funziona proprio così e
non è un caso che mentre nel secondo dopoguerra gli Stati Uniti hanno avuto
tutto il tempo di ridurre un debito pubblico arrivato al 120 percento del PIL a
livelli di molto inferiori oggi qualunque piccola irregolarità genera
fibrillazioni che si autoperpetuano. Ogni tanto si fanno ragionamenti sulla
storia delle finanze pubbliche del passato per spiegare che livelli di
debito/PIL molto alti si sono determinati in molti episodi della storia dei
paesi europei e che i problemi sono stati risolti con successo. La differenza
però è che allora i mercati finanziari erano molto meno sviluppati.
Se vogliamo evitare questa moderna forma di schiavitù dobbiamo completare il
prima possibile le riforme dei mercati finanziari che molti esperti ed
istituzioni auspicano: regolamentazione degli OTC, divieto di trading
proprietario delle banche commerciali, requisiti di capitalizzazione che
penalizzino molto di più il trading rispetto alla concessione di crediti
tradizionali riconoscendo la diversa rischiosità sistemica delle due attività.
E aggiungiamo regole per le quali, se tutti insistono a dire che i derivati
hanno funzione assicurativa, essi possono essere acquistati soltanto da chi ha
anche la sottostante attività da assicurare. Non deve essere possibile per
alcuni giganti del mercato vendere quantità ingenti di un titolo e
simultaneamente comprarne il credit default swap in modo da lucrare sulla
crescita del rischio di solvibilità che fa aumentare il prezzo
dell’assicurazione.
La questione più generale dunque è che tipo di economia vogliamo. Nessun
dottore ci ha ordinato che debba per forza funzionare così. Siamo arrivati al
punto più basso del rapporto tra politica e mercati finanziari. Si insiste sul
fatto che i mercati mettono in evidenza le contraddizioni della politica (ed è
questa una parte della verità) ma si omette di considerare che i mercati
impediscono alla politica di adottare obiettivi diversi dalla massimizzazione
degli utili a breve, un criterio che non coincide molto spesso con il bene
comune.

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