Le regole della ripresa
I mercati, soprattutto quelli finanziari, non sono in grado di autoregolarsi.
Domanda. La crisi è giunta a un punto di svolta, come
ritiene il direttore dell´Fmi Strauss Kahn che annuncia una
ripresa, sia pure con le lacrime agli occhi per via dei disoccupati? O è a
forma di W – brevi riprese seguite da ricadute – come temono gli economisti Stiglitz e Roubini?
Per i lavoratori licenziati, sapere di che forma è la V non sembra il più grave
assillo. La domanda cruciale, per tutti, è: come si sta affrontando la sfida
della ripresa? Dovrebbe essere chiaro che la via maestra non è certo quella
della riduzione dei costi (del lavoro): ovviamente la prima che viene in mente
agli imprenditori investiti dalle perdite.
I governi dei paesi capitalisti colpiti dalla crisi sono ricorsi allo Stato,
con immediatezza, senza ritardi. Non però per promuovere investimenti pubblici,
ma per finanziare le banche, largamente responsabili della crisi: sulle spalle
dei lavoratori licenziati, come ha detto Stiglitz, e sulle tasche dei
contribuenti.
Prescindendo da ogni scrupolo etico, l´intento era duplice: parare subito il
rischio imminente di una catastrofe mondiale; mettere in condizione il sistema
di riprendere la via della crescita. Il primo obiettivo è stato raggiunto. Il
secondo è più problematico. Anzitutto c´è un problema di tempi. Per crescita
deve intendersi un recupero del livello di occupazione in un periodo
relativamente breve.
Ma c´è molto di più: quale tipo di crescita? Se è quello che ha preceduto la
crisi, si rischia di prepararne a breve termine un´altra. Sta di fatto che il
flusso dei sussidi erogati direttamente o indirettamente dallo Stato ha
riattivato, in questi ultimi dodici mesi, quelle pratiche finanziarie che hanno
dirottato il risparmio verso l´economia di carta – la definizione è del super
finanziere Bill Gross – e cioè verso impieghi improduttivi e altamente
rischiosi.
Negli Stati Uniti il volume complessivo del sostegno pubblico ha toccato –
secondo le valutazioni del più grande fondo obbligazionario mondiale, il Pimco,
fondato proprio da Gross – 5 trilioni di dollari, imprimendo una spinta
formidabile alla sopravvalutazione dei titoli, calcolata in 15 trilioni di
dollari, la stessa cifra del Pil.
L´Economist ha gettato l´allarme. La copertina del numero uscito il 9 gennaio
presenta un´immagine di grattacieli sovrastati da "bolle", con la
scritta: bubble warning why assests are overvalued (minaccia di bolle: perché i
titoli sono sopravalutati). Il perché è dovuto, secondo il giornale, a più di una
causa. La principale e più diretta è la contrazione drastica del saggio
d´interesse (meno dell´l%) che ha permesso la riapertura del flusso del credito
privato, e si somma al sussidio pubblico.
Credo però che la causa di fondo stia nella tendenza emersa negli anni ottanta
del secolo scorso a dirottare il risparmio dagli investimenti produttivi ad
impieghi improduttivi, dalle "cose" alle "carte". Negli
Stati Uniti negli ultimi trent´anni questi ultimi hanno segnato un aumento
medio annuo superiore dell´1,3% a quello del prodotto nazionale lordo.
Come impedire la formazione di nuove bolle? L´Economist osserva che per fortuna
non c´è più in giro un clima euforico come quello che aveva gonfiato le bolle
dell´ultimo decennio del secolo. Ma avverte che la disponibilità di denaro a
bassissimo costo e la permissività fiscale, insieme ad altri concomitanti
fattori, possono reinnescare le follie cumulative. I governi dovrebbero quindi
prepararsi a rialzare i tassi d´interesse, affrontando il rischio di indebolire
una ripresa già problematica, e soprattutto a ridurre i disavanzi di bilancio
provocati dagli interventi di sostegno con tagli di spesa (una buona notizia
per i poveracci colpiti già dalla disoccupazione).
Diversamente la pensa chi, come Gross o, in modo non molto diverso, Stiglitz e
Krugman, ritiene che i guai, più remoti e complessi, sono stati generati da
un´eccessiva deregolazione, connessa a sua volta con una globalizzazione
selvaggia. E che il ritorno a una finanza "normale" esige un più alto
grado di controllo politico dei mercati finanziari.
Una cosa è certa: i mercati, soprattutto quelli finanziari, non sono in grado
di autoregolarsi. Se lo fossero, non ci sarebbero sopravvalutazioni e bolle, e
necessità di finanziare le banche con i soldi dei contribuenti.
http://www.repubblica.it 02 - 02 - 2010

Precedente: Perché io ateo difendo la religione







