Le radici dell’anima secondo Pauli e Jung
Fin dall'inizio la scienza occidentale ha proceduto espellendo il soggetto dall'universo delle cose da studiare e da comprendere
«Dal momento che la concezione determinista è stata abbandonata in fisica, non
ci sono neanche ragioni per mantenere ancora una concezione vitalista, secondo
cui l'anima potrebbe e dovrebbe "violare" le leggi fisiche. Mi sembra
piuttosto che una parte essenziale dell'"armonia universale" consista
nel far sì che le leggi fisiche lascino proprio un margine per un altro modo di
osservare e di considerare le cose (la biologia e la psicologia) in modo che
l'anima possa raggiungere tutti i suoi "obiettivi" senza violare le
leggi fisiche».
Questa dichiarazione di Wolfgang Pauli è posta come una sorta di conclusione
delle conclusioni alla fine del libro Pauli e Jung di Silvano Tagliagambe e
Angelo Malinconico (Raffaello Cortina Editore, pagine 320, 27). Il fisico
teorico Pauli e il fondatore della Psicologia Analitica, Carl Gustav Jung,
discussero a lungo su come si potesse giungere a questo «altro modo» di pensare
al mondo, nell'ipotesi, ovviamente, che un altro modo esista, che esista in
definitiva un «mondo intermedio» fra materia e psiche che possa fondere le due
istanze, cercando inoltre di evitare tanto le secche del determinismo e della
causalità quanto quelle della casualità.
Fin dall'inizio la scienza occidentale ha proceduto espellendo il soggetto
dall'universo delle cose da studiare e da comprendere. Qualcuno si accontenta,
ma molti soffrono di tale esclusione e perseguono il disegno di una
conciliazione fra lo studio rigoroso della realtà materiale e la comprensione
del mondo della psiche individuale e di ciò che si definisce comunemente
spiritualità.
Fra quelli che non si sono accontentati figurano certamente Pauli, fortemente
critico nei confronti dell'orientamento che aveva preso la fisica atomica dei
suoi tempi, e lo psicologo zurighese Jung, infaticabile esploratore della
psiche profonda e del suo rapporto con la nostra percezione della realtà.
Questi due personaggi molto diversi ne discussero a lungo, fino a produrre
insieme anche un libro sull'argomento. Il confronto fra i loro percorsi
intellettuali rappresenta un capitolo affascinante della tormentata problematica
del Novecento e adesso i nostri autori hanno dedicato un libro non piccolo e
molto informato alla disamina degli aspetti più riposti di tale confronto.
Tagliagambe da parte sua va avanti con questo suo libro sul progetto di
esplorare una originalissima «epistemologia del confine».
Che cosa nacque dal fortunato incontro di queste due fertili menti?
Jung si confermò nella sua visione dell'inconscio come «luogo psichico che
custodisce in forma primaria e autonoma i contenuti e le immagini individuali e
universali, potremmo dire le verità sul singolo individuo, sui gruppi sociali
di appartenenza, sull'intera umanità che contiene l'individuo stesso».
Fondamentale nella sua concezione è il ruolo degli archetipi, quali «forme
senza contenuto, atte a rappresentare solo la possibilità di un certo tipo di
percezione e azione. Quando si presenta una situazione che corrisponde a un
dato archetipo, allora l'archetipo viene attivato».
Pauli, per parte sua, andava riflettendo su una possibile conciliazione fra
cause e significati. Dalla loro relazione scaturì, a quello che ne sappiamo,
soprattutto l'idea di sincronicità come nuova forma di significatività e di
senso degli eventi della vita. «Il principio di sincronicità afferma che un
certo evento psichico trova un parallelo in qualche evento esterno, non
psichico e che tra i due non esiste alcun nesso causale. È un parallelismo di
significato».
Abbiamo aperto con Pauli; chiudiamo con Jung: «Passerà ancora molto tempo prima
che la fisiologia e la patologia del cervello da un lato e la psicologia
dell'inconscio dall'altro possano darsi la mano. Anche se alla nostra
conoscenza attuale non è concesso di trovare quei ponti che uniscono le due
sponde ... esiste tuttavia la sicura certezza della loro presenza. Questa
certezza dovrà trattenere i ricercatori dal trascurare precipitosamente e
impazientemente l'una in favore dell'altra o, peggio ancora, dal voler
sostituire l'una con l'altra. La natura non esisterebbe senza sostanza, ma non
esisterebbe neppure se non fosse riflessa nella psiche».
La discussione continua.
Corriere della Sera 24.10.11

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