Le parole che vanno riabilitate
Parole desuete che esprimono concetti da tutti considerati desueti, anzi morti e sepolti: capitale, imperialismo, alienazione, socialismo, comunismo, rivolta, rivoluzione…
Mi capita sempre più spesso, quando parlo in qualche
incontro pubblico, di assistere alle reazioni sbalordite di molti ascoltatori
di fronte al mio uso - su cui proprio negli ultimi tempi mi capita di insistere
provocatoriamente, e che è certamente spregiudicato e rozzo - di parole desuete
che esprimono concetti da tutti considerati desueti, anzi morti e sepolti:
capitale, imperialismo, alienazione, socialismo, comunismo, rivolta,
rivoluzione…
Ce ne sono altre che, in vario modo, perlopiù confuso e superficiale, anche se
“al positivo”, continuano ad aver corso nelle comuni retoriche del ceto medio
acculturato e “di sinistra”, e non solo di quello: nonviolenza, solidarietà,
individuo, pensiero, umanità, libertà, creatività, minoranza, soggettività,
perfino disobbedienza. Ma se nel primo caso si assiste a una rimozione, a un
oblio coltivato dagli intellettuali e dai media e accettato da tutti, frutto
lontano del fallimento storico di utopie, lotte e prospettive degli anni
settanta (e precedenti), nel secondo si assiste a una sorta di distorsione del
significato, reso innocuo, castrato dalla genericità, dalla non-pregnanza,
dalla - diciamo così - "mielosità" del loro uso. Queste parole non
rimandano a niente di preciso e concreto, a concetti nati e definiti
dall’esistente, e risultano svuotate di ogni sostanza e progetto, e di ogni
significato concreto, fruttifero, "attivo". Sono giaculatorie,
formule rituali invece che non rispondono a pratiche precise, costruttive,
"lucide".
Ma torniamo alle prime parole, quelle che suscitano sorpresa, sbalordimento. Il
fallimento della storia del comunismo - che ha origine nell'incapacità del
genere umano di praticare il giusto e ridurre il peso del “particulare” a
vantaggio del comunitario e del collettivo, ma anche nel tradimento che una
classe dirigente insediata al potere o cooptata nel potere dalla vittoria della
rivoluzione (da rivoluzionari che disprezzavano quasi tutti la coerenza tra i
fini e i mezzi) ha fatto delle aspirazioni iniziali alla liberazione degli
oppressi e alla costruzione di un ordine sociale più equo, più solidale.
Dico una banalità: il fatto che la chiesa cattolica sia più cattolica che
cristiana (ma c’è una consistente minoranza cristiana anche all’interno del
mondo cattolico!), non toglie affatto valore al cristianesimo e al suo progetto
di redenzione del genere umano. Allo stesso modo, credo, il "bisogno di
rivoluzione”, anche se è più urgente in certe epoche che in altre, non è
facilmente cancellabile dalla storia e "neanche dal nostro presente".
In altri termini: se le parole cambiano di senso, è bene tornare alla loro
origine, a ciò che hanno significato storicamente, alla loro necessità. Li si
chiami come si vuole, il Capitale esiste ci domina e l’Economia continua a
essere alla base di ogni ordine sociale esistente (la sete di potere e la sete
di denaro inseparabili, anche quando prevale la prima o la seconda),
l’Imperialismo esiste e ci domina, in certe parti in modo più scoperto e
crudele che in altre, dell’Alienazione sfido chiunque a dire di non essere
prigioniero, nell’epoca che costruisce il suo potere sul consumismo e sulla
manipolazione del consenso detta “comunicazione”, del Socialismo non si è mai
avuto tanto bisogno come oggi nel quadro di situazioni di disparità allucinanti
e dalle conseguenze obbligatoriamente criminali (anche la parola Comunismo ha
avuto una dignità enorme, che esisteva ben prima del “comunismo” della Terza
Internazionale, ma che è stata svuotata e svilita dai comunisti reali compresi
i nostri si ricordi la battuta di Berardinelli: se uno ti dice “sono un comunista”,
rispondigli “me lo dimostri”). Eccetera…
Infine le parole Rivolta e Rivoluzione, intese nella loro essenza come
necessità del cambiamento (anche drastico e radicale) a vantaggio della
"uguaglianza", della "libertà", della
"fraternità" (magnifiche parole se liberate dal loro uso
"mieloso", certamente da ridefinire contro ogni loro mistificazione
operata dalla storia), segnano una differenza essenziale tra chi
"accetta" l’ordine delle cose oggi esistente e se ne fa complice
anche quando se ne pensa critico e distante (è il caso di tante minoranze
narcise, autoreferenziali, soddisfatte), e chi "non accetta" l’ordine
di cose oggi esistente, e opera per la difesa della natura e del futuro: per la
liberazione di tutti, secondo la parola d’ordine camusiana del «mi rivolto,
dunque siamo». La difficoltà maggiore per ogni mutamento nasce dalla complicità
a questo ordine di cose, dalla paura del cambiamento nel mentre che il
Capitale, proprio lui, pratica cambiamenti infiniti e radicali a danno nostro e
della natura e a vantaggio delle minoranze miliardarie e micidiali, di una
classe dirigente avida e irresponsabile. Nasce dalla difficoltà che abbiamo
“noi benestanti” a viverci come oppressi quali anche noi siamo, nonostante le
finzioni di cui ci nutrono le “pubblicità” di chi comanda.
http://www.unita.it 30 maggio 2010

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