Le miopie di casa nostra
La Tachipirina Monti potrà far passare la febbre del differenziale di sfiducia degli investitori stranieri verso l’Italia ma resterà il grave problema di una BCE da riformare
Abbiamo ricordato più volte che questa è una crisi che si svolge su tre
piani. Al terzo piano le regole della finanza internazionale, al secondo
l’Unione Europea, al primo l’Italia. I commenti della stampa nostrana
continuano a concentrarsi soltanto sul primo piano come se risolvendo i suoi
problemi bastasse a superare la crisi. La reazione di fronte all’oracolo
quotidiano dei mercati è scomposta. Siamo tornati alle civiltà precolombiane
quando gli eventi atmosferici avversi venivano interpretati come effetto di una
cattiva disposizione della divinità verso gli umani e si tentava di placare
tale disposizione con sacrifici sempre più importanti.
La realtà, che ci siamo ormai stancati di ripetere, è che quello che pensiamo
si debba fare a livello nazionale è solo un piccolo pezzo del problema. La
situazione delle finanze pubbliche italiane non è affatto peggiore di quella di
alcuni mesi fa quando lo spread era sotto i 300. Finita l’anomalia Berlusconi
convergeremo rapidamente allo spread sul Bund della Spagna ma nel frattempo gli
spread di Spagna e Francia stanno salendo in maniera preoccupante.
La Tachipirina Monti potrà far passare la febbre del differenziale di sfiducia
degli investitori stranieri verso l’Italia ma resterà il grave problema di una
Banca Centrale Europea che si ostina a non voler fare il prestatore di ultima
istanza per tutti i titoli emessi dai paesi membri dell’unione. Anche i paesi
più duri hanno capito che bisogna andare in quella direzione ma non c’è la
volontà politica per fare un passo del genere. L’unica speranza è che la BCE nei fatti si comporti
sempre di più in questo modo anche senza la modifica dei trattati. L’esempio
della Fed dimostra che portare i tassi a zero e stampare moneta in enormi
quantità non genera alcuna inflazione quando si parte da una gravissima crisi
finanziaria che ha distrutto base monetaria. Il denaro stampato dalla Fed serve
infatti per ricapitalizzare le banche la cui offerta di moneta ad alto
potenziale si è drammaticamente contratta con la crisi. La Bce dovrebbe seguire tale
esempio e forse le prime mosse di Draghi fanno ben sperare.
La realtà dei fatti è che l’UE è rimasta l’unica istituzione “purista” che
crede ancora al divorzio tra banca centrale e debito pubblico in una situazione
drammatica come questa e che le economie dei paesi ad alto reddito esitano a
modificare le regole della finanza internazionale per piegarla alle esigenze
dell’economia. Tutti i paesi vittime delle precedenti crisi finanziarie
(Russia, paesi del sud-est asiatico) ed emergenti (Brasile, Cina, India) hanno
forme di controllo dei movimenti di capitali a breve. La finanza non è un fine
ma uno strumento al servizio dell’economia reale. E’ come se in cucina ci si
fosse rotto un elettrodomestico, invece di ripararlo decidiamo che il principio
più importante da salvaguardare è la sua indipendenza.
Se continuiamo così lo scenario più negativo diventa possibile. Deflagrazione
dell’euro, ritorno alla lira con svalutazione del 60 percento, aumento dei
costi dei beni importati ma rilancio dell’export, ripudio del debito pubblico
italiano detenuto dagli investitori esteri con l’effetto di una gravissima
crisi finanziaria internazionale perché l’Italia non è l’Islanda. E’ bene
cominciare ad agitare questa minaccia per convincere i nostri partner con
bilanci pubblici poco migliori dei nostri a non fare più i primi della classe
ma a capire che siamo tutti sulla stessa barca.
http://felicita-sostenibile.blogautore.repubblica.it 15nov2011

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