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Rothko9

Le idee al di sopra degli interessi

Gli economisti ed altri leader del pensiero sono in grado di esercitare una grande influenza nel mondo, sia nel bene che nel male.

 

 

 

La teoria politica maggiormente condivisa è anche la più semplice: i potenti ottengono quello che vogliono. La regolamentazione finanziaria è infatti guidata dagli interessi bancari, la politica sanitaria dalle compagnie assicurative  e la politica delle tasse dagli interessi dei ricchi. Coloro che influenzano per la maggior parte i governi –che sia attraverso il controllo delle risorse, dell’informazione, dell’accesso o tramite evidenti minacce di violenza-, riescono alla fine ad avere la meglio.

Ciò avviene a livello globale. Si dice, infatti, che la politica estera sia determinata innanzitutto dagli interessi nazionali e non dalle affinità con altri stati o dalle preoccupazioni per la comunità globale. Sarebbe impossibile stabilire degli accordi internazionali se questi non fossero in linea con gli interessi degli Stati Uniti e, sempre più, con quelli delle prinicipali potenze in crescita. Nei regimi autoritari le politiche sono l’espressione diretta degli interessi di chi regna e del suo entourage.

Si tratta di un’argomentazione inconfutabile in grado di spiegare come la politica spesso generi risultati perversi. Sia nelle democrazie che nelle dittature, così come nello scenario internazionale, questi risultati rispecchiano la capacità da parte degli interessi particolari e limitati di portare a risultati che danneggiano la maggior parte della comunità.

Questa spiegazione non è tuttavia del tutto esaustiva ed è anzi spesso fuorviante. Gli interessi non sono infatti nè fissi nè predeterminati. Si creano sulla base di idee specifiche e attraverso la convinzione legata a chi siamo, a cosa stiamo cercando di ottenere e a come funziona il mondo. Le percezioni dei nostri interessi personali vengono sempre filtrate attraverso le idee.

Prendiamo ad esempio in considerazione un’azienda in difficoltà che tenta di migliorare la sua posizione competitiva. Una possibile linea strategica comporterebbe il licenziamento di alcuni dipendenti e l’appalto della produzione in località asiatiche meno costose. In alternativa, l’azienda potrebbe invece investire in corsi di formazione professionale e creare una forza lavoro più competitiva, fortemente leale, con costi di turnover più bassi. In sintesi, si può creare competizione o sul prezzo o sulla qualità.

Il semplice fatto che i proprietari dell’azienda abbiano interessi personali in gioco non ci dice molto su quale scelta strategica verrà fatta. Quello che determina, in ultimo, la scelta dell’azienda dipende da tutta una serie di valutazioni soggettive sui diversi scenari possibili, insieme ad un’analisi costo-benefici.

Immaginate similarmente di essere un dittatore dispotico in un paese povero. Quale sarebbe in questo contesto il modo migliore per conservare il potere e contrastare le minacce interne ed esterne? Sarebbe meglio creare un’economia forte orientata verso le esportazioni, oppure focalizzarsi sugli aspetti interni e ricompensare gli amici militari ed altri alleati del circolo a discapito di quasi tutti gli altri individui? I governatori autoritari dell’Asia orientale hanno optato per la prima strategia, mentre le loro controparti in Medio Oriente per la seconda, dimostrando così di avere due concezioni diverse dei propri interessi.

Consideriamo ora invece il ruolo della Cina nell’economia globale. Con la trasformazione della Repubblica Popolare Cinese in una delle principali potenze, i suoi leader dovranno decidere quale sistema internazionale adottare. Forse decideranno di portare avanti e rafforzare il regime multilaterale in vigore che in passato si è dimostrato funzionale a loro vantaggio. Ma potrebbero invece preferire delle relazioni bilaterali ad hoc che gli permettano di trarre profitto dalle transazioni con ogni paese a livello individuale. Non è possibile prevedere il trend dell’economia mondiale semplicemente osservando l’incombente crescita di importanza della Cina e dei suoi interessi.

Potremmo fare esempi simili all’infinito. Il modo migliore per sostenere i successi politici interni del Cancelliere tedesco Angela Merkel è quello di imporre alla Grecia una politica di austerità a costo di una nuova imminente ristrutturazione del debito, oppure di alleviare le sue condizioni dando al paese la possibilità di togliersi il peso del debito? E gli interessi statunitensi legati alla Banca Mondiale sono effettivamente agevolati dalla nomina di un americano alla presidenza, oppure dalla collaborazione con altri paesi al fine di selezionare il candidato più adatto, che sia o no americano?

Il fatto che si discutano con fervore questi aspetti suggerisce che abbiamo tutti concezioni diverse rispetto a quello che sono gli interessi personali. I nostri interessi sono infatti prigionieri delle nostre idee.

Ma da dove vengono, dunque, queste idee? I policymaker, come tutti noi, sono schiavi della moda. Le loro prospettive su ciò che è plausibile e desiderabile si modellano sulla base del zeitgeist, ovvero su “concetti astratti”. Ciò significa che gli economisti ed altri leader del pensiero sono in grado di esercitare una grande influenza, sia nel bene che nel male.

John Maynard Keynes ha notoriamente affermato una volta che “anche l’uomo d’affari più pratico è alla mercè delle idee di qualche economista morto da tempo.” Probabilmente non ha usato un’espressione sufficientemente forte. Le idee che hanno prodotto, ad esempio, la liberalizzazione sfrenata e l’eccesso finanziario degli ultimi decenni derivano da economisti che sono (per la maggior parte) ancora vivi.

Nel periodo successivo alla crisi finanziaria, è diventato di moda tra gli economisti screditare il potere delle grandi banche. A loro avviso, il fatto che gli interessi finanziari tenessero in pugno i politici ha permesso che le norme del settore garantissero enormi profitti su questi stessi interessi a danno dei fattori sociali. Ma quest’argomentazione tralascia opportunamente il fatto che siano stati gli stessi economisti a legittimare questi comportamenti. Sono stati, infatti, proprio loro e le loro idee a legittimare la convinzione dei policymaker e dei regolatori secondo cui le pratiche che funzionavano per Wall Street funzionavano anche per Main Street.

Gli economisti amano le teorie che pongono gli interessi particolari alla radice di tutti i mali politici. Nel mondo reale, non possono però sfuggire così facilmente alla responsabilità di aver spesso generato delle pessime idee. L’influenza deve necessariamente accompagnarsi alla responsabilità.

Traduzione di Marzia Pecorari

 

http://www.project-syndicate.org  Apr. 26, 2012

 

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