Le cinque autoillusioni della politica nell’era globale
Riflessioni spesso illuminanti, talvolta oscure, sull’ideologia dominante nei diversi versanti della politica d’oggi.
Una prima autoillusione – la si potrebbe chiamare
l’autoillusione del mondo globalizzato – viene espressa dall’affermazione
secondo cui «nessuno può fare politica contro i mercati». Questa sentenza
dell’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer illustra perfettamente
l’autocomprensione della classe politica degli scorsi due decenni. I politici
si consideravano come pedine di un gioco di potere dominato dal capitale che
agisce a livello globale. Qui si tratta – in un doppio senso – di una favola
dell’innocenza impolitica.
Da un lato si assume che la classe politica con il suo stesso agire abbia
causato la sua presunta incapacità di agire: essa, cioè, avrebbe imposto a
livello nazionale, come «politica riformista», le regole dei mercati
globalizzati. In questo modo essa avrebbe prodotto il «destino della
globalizzazione» che, apparentemente, non può più essere influenzato. Si
noti: il capitale globale conseguirebbe il suo potere «inattaccabile» solo
allorché la politica persegua attivamente la propria autoeliminazione.
Dall’altro, l’impotenza che la politica deve addebitare a sé stessa serve da
pretesto per respingere la pressione ad agire che aumenta con i rischi
globali ai quali è sempre più esposta la vita quotidiana delle persone e per
non utilizzare le opportunità dischiuse dalla politica interna mondiale.
L’argomento è imbastito in questo modo: dal momento che non ci sono e non ci
possono essere risposte politiche globali alle conseguenze della globalizzazione,
non c’è niente da fare!
C’è però anche l’opzione strategica consistente nel volgere in senso
contrario l’argomento appena abbozzato: in questo caso, i politici suscitano
aspettative la cui irrealizzabilità è palese. Ad esempio, prima di un vertice
del G20 si chiede a gran voce un qualche tipo di tassa globale sui mercati
finanziari, ben sapendo che essa non ha alcuna possibilità di essere
applicata. Il motto: «Tutto funziona a livello globale - perciò non funziona
nulla!» consente dunque di pervenire a un’intenzionale separazione tra il
parlare e l’agire. Quanto più irraggiungibile è il traguardo annunciato,
tanto più a cuor leggero si possono avanzare richieste, presentandosi come i
paladini di ciò che è buono, bello e necessario a livello globale - senza
timore di doversi sporcare le mani. Perciò non è affatto insensato che il
governo federale tedesco innalzi il vessillo della rivendicazione di una
tassa sulle transazioni finanziarie, una sorta di imposta sulle entrate
applicata agli affari finanziari, senza credere neppure lontanamente alla sua
introduzione.
Tuttavia, il preteso «non poter fare» viene smentito dalla «grande politica»
(Nietzsche) della salvezza delle banche «rilevanti per il sistema» e della
creazione di fondi di soccorso per gli Stati minacciati dalla bancarotta. La
crescita costante di cifre sempre più fantastiche, la scomparsa nel nulla di
somme gigantesche che in precedenza non erano mai disponibili, portano a una
svalutazione della politica per eccesso di rialzo delle sue quotazioni. Anche
se i «pacchetti di soccorso» non sono stati il risultato della coordinazione
politica, ma la conseguenza di accordi informali e degli egoismi dei singoli
Stati, qui si è manifestato perlomeno per un istante mondiale il plusvalore
politico, che può accelerare a razzo l’agire politico nelle arene
nazional-statali altrimenti così refrattarie, resistenti, scosse dalla crisi.
Il problema non è l’obiettivo - l’autoinvestitura della politica in forza
dell’esperienza della collaborazione al di là delle frontiere nazionali; il
problema è la via che porta ad esso: il superamento dell’ontologia nazionale.
L’autoillusione nazionale
L’autoillusione nazionale si basa sull’assunto secondo cui nella realtà
concreta della politica interna mondiale potrebbe avvenire un ritorno
all’idillio dello Stato nazionale. Così risuona ovunque la lamentazione che
l’Europa è una burocrazia senza volto, l’Europa distrugge la democrazia,
l’Europa seppellisce la pluralità delle nazioni. Anche se in questa critica
può esserci molto di giusto, essa è sbagliata se muove dalla premessa: «Senza
nazione, niente democrazia». In base a questa logica nazional-statale
un’Europa post-nazionale non può che essere un’Europa post-democratica. E
questo a sua volta significa che quanto più c’è l’Unione europea, tanto meno
c’è democrazia.
Questa argomentazione è sbagliata per tutta una serie di motivi. In primo
luogo ai suoi sostenitori sfugge il fatto che la via per un’Europa
democratica non può essere identica alla via percorsa dalle democrazie
nazionali. Anche il concetto di democrazia, come criterio dell’Ue, deve
essere diverso. L’Ue è composta da Stati democratici, ma non è uno Stato nel
senso tradizionale del termine. Perciò si pone il problema se i modelli di
democrazia sviluppati per lo Stato moderno possano essere trasposti all’Ue
oppure se per la legittimazione democratica della politica europea non
debbano essere concepiti altri approcci, di tipo post-nazionale.
Entrambe le cose hanno la loro motivazione nell’autoillusione nostalgica, che
assolutizza la dimensione nazionale. Di ciò fa parte anche il fervore con il
quale viene esaltato il modello dell’«economia sociale di mercato» come
risposta alle sfide della globalizzazione: una concezione politica in tutto e
per tutto legata alla politica nazionale del Welfare di keynesiana memoria.
La situazione della politica interna mondiale necessita di un «Keynes II» che
superi «Keynes I». Questo nuovo caposcuola dovrebbe sviluppare una teoria
dell’economia mista sensibile all’ecologia e altamente innovativa, capace di
porre al centro della sua riflessione l’orizzonte del mercato globale.
L’autoillusione neoliberista
Strettamente collegata all’autoillusione nazionale è quella neoliberista.
Dopo la Guerra
fredda la globalizzazione neoliberista è diventata la forza normativa e
politica decisiva della politica interna mondiale. Alla fine il
neoliberalismo aspira ad essere il migliore socialismo, poiché con l’aiuto
del regime del mercato mondiale mira ad eliminare non solo a livello
nazionale, ma sul piano globale, la povertà e a creare un mondo più giusto.
Tuttavia, i rischi globali mandano a monte l’ordine prodotto dalla coalizione
neoliberista tra il capitale e lo Stato: i rischi globali potenziano gli
Stati e i movimenti della società civile, poiché mettono in luce nuove fonti
di legittimazione e nuove opzioni d’azione; d’altra parte, essi indeboliscono
il capitale globalizzato, dal momento che ora le decisioni di investimento
creano enormi rischi globali.
Come e quanto l’utopia neoliberista della trasformazione del mondo si sia
dimostrata un’autoillusione diventa chiaro, non ultimo, in base
all’«effetto-convertiti»: anche i partiti politici e i capi di governo che
prima della crisi finanziaria caldeggiavano come «obiettivi delle riforme» le
norme della «buona gestione del bilancio» si fanno ora banditori di ciò che
aveva fruttato critiche graffianti a Oskar Lafontaine, l’ex ministro
socialdemocratico delle Finanze del governo Schröder, ossia la necessità di
imporre al capitale finanziario che agisce su scala globale il corsetto di un
sistema di regole.
L’autoillusione neomarxista
Paradossalmente, l’autoillusione neomarxista è la gemella nera come la pece
dell’autoillusione neoliberista. Proprio i critici più duri del capitalismo
globale diventano gli apologeti dello Stato neoliberista del mercato
mondiale. Anche loro vedono un’autotrasformazione dello Stato
(assistenziale), ma esclusivamente nel senso dell’autoadeguamento della
politica statale al predominio del mercato mondiale, ciò che in ultima
analisi conduce all’autoliquidazione della politica. Tuttavia i neomarxisti e
i neoliberisti valutano in termini opposti la situazione mondiale che viene
così a configurarsi.
L’economia mondiale fa saltare i detentori del potere nelle economie nazionali,
impone l’apertura delle frontiere e conquista lo spazio di potere della
politica interna mondiale. Ma al campo visivo neomarxista sfugge che questo
shock dischiude anche nuovi ambiti, risorse, opportunità d’azione per tutti
gli attori, al di qua e al di là della dimensione nazionale.
In questo modo vengono perdute di vista anche le tensioni e le fratture
manifestatesi nel capitalismo globale. Non mi riferisco tanto al capitalismo
riformatore verde, quanto, piuttosto, alla ascesa di un nuovo capitalismo con
varianti e coloriture asiatico-pacifiche, latino-americane. Esso è diventato
sempre più l’alternativa sistemica alla tirannia occidentale, ormai infranta.
Se considerata dalla prospettiva dei Paesi in via di sviluppo, la situazione
mondiale è caratterizzata da:
- uno spostamento del potere a favore dei Paesi in via di sviluppo (che si
riflette, ad esempio, anche nella loro partecipazione al nuovo vertice del
G20);
- uno spostamento del baricentro della geografia del potere economico
mondiale dall’Atlantico al Pacifico;
- la strisciante de-monopolizzazione del dollaro americano come valuta-guida
globale, a favore di un’alleanza tra diverse valute e di accordi valutari
bilaterali;
- la crescente importanza della cooperazione Sud-Sud ed Est-Sud per la soluzione
dei problemi economici; e, non ultimo,
- la perdita di autorità ed esemplarità morale del vecchio centro
euro-americano.
L’autoillusione tecnocratica
Mentre le posizioni fin qui esposte muovono da una minimizzazione delle
opzioni politiche, la posizione tecnocratica cerca la massimizzazione dello
spazio d’azione politico sotto la pressione dei pericoli per l’umanità. Non
c’è dubbio che gli studiosi del clima siano dei grandi realisti, ma spesso
sono anche degli idealisti e di conseguenza non riescono a capire perché i
loro apocalittici modelli matematici non provochino contromisure urgenti.
Veniamo così all’autoillusione tecnocratica. Infatti, nel mondo dell’homo
oecologicus il primato della democrazia passa in secondo piano e le
disuguaglianze prodotte dal mutamento climatico e dalla politica ambientale
retrocedono a fatto marginale. Qui incombe il cortocircuito tra le immagini
belle e terribili delle calotte di ghiaccio che si sciolgono e la necessità
di una sorta di espertocrazia dello stato di emergenza, che nell’interesse
della sopravvivenza imponga il bene comune mondiale contro gli egoismi
nazionali e le riserve democratiche.
Le tre componenti - anticipazione della catastrofe, il corsetto temporale e
la tangibile incapacità delle democrazie di agire con decisione - fanno sì
che quasi tacitamente la visione di Wolfgang Harich di uno «Stato forte e
interventista, fautore di ascetiche redistribuzioni e ripartizioni», cioè il
modello ecodittatoriale, si aggiri per le menti proprio dei più impegnati. Si
pone perciò la questione-chiave: Com’è possibile la democrazia nei tempi del
mutamento climatico? O, per formulare la domanda in termini ancora più
incisivi: Perché lo sviluppo ulteriore della democrazia è la conditio sine
qua non di una cosmo-politica del mutamento climatico?
L’autoillusione tecnocratica presuppone lo Stato nazionale che interviene in
modo ecodittatoriale. Ma come può uno Stato nazionale imporre agli altri
Stati nazionali il consenso ecologico? Con la guerra? Con un’ecodittatura
mondiale? Diventa chiaro che l’autoillusione tecnocratica non solo nega i
valori della democrazia e della libertà, ma alla fine è inefficace, anzi,
controproducente.
La conseguenza di tutto ciò è che la politica dell’impolitico non funziona
più in modo impolitico. E non c’è più via di scampo dalla convinzione che la
politica nazionale nell’era globale riuscirà a svolgere la sua funzione
plasmatrice e (forse) a recuperare credibilità solo nelle forme della
cooperazione transnazionale (Ue!).
(Traduzione di Carlo Sandrelli)
La Repubblica, 26 ottobre 2010

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