Le amnesie dei cattolici in politica
Se i cattolici hanno l'ambizione di ridiventare diretti protagonisti della politica, dovrebbero riflettere più seriamente sul loro ruolo.
I cattolici torneranno a condizionare direttamente la
politica? Ma hanno forse mai smesso di contare nel berlusconismo in tutte le
sue fasi: dal trionfo di ieri sino alla sua virtuale decomposizione? Dentro,
fuori, contro. Grazie al berlusconismo hanno creato un consistente «pacchetto cattolico»,
con scritto sopra la perentoria frase «valori non negoziabili». Nel contempo
hanno mantenuto aperti spazi giornalistici di franco dissenso.
Che cosa ci si aspetta ora da Pier Ferdinando Casini, che ha preso parte
diretta e indiretta a tutte le fasi del berlusconismo? Anche quando se n’è
tenuto lontano, è riuscito ad essere lo spauracchio della Lega e dei
post-fascisti incorreggibili. Ma soprattutto a farsi rimpiangere dal Cavaliere.
E' ovvio che ora, nella fase attuale di latente disarticolazione e
disgregazione del berlusconismo, Casini riacquisti profilo. Si badi bene: non
sto parlando affatto della fine del berlusconismo, tanto meno dell'esaurirsi
dello stile politico-mediatico che ha prepotentemente segnato la vita politica
italiana e ha deformato il modo di guardare e di giudicare la politica. Questo
costume andrà avanti, sotto altre spoglie. Ma assistiamo alla disarticolazione
dei pezzi della classe politica che il Cavaliere ha tenuto insieme sino ad
ieri. Ma questa classe politica non sparirà affatto. Anche se sentimentalmente
legata ancora a Berlusconi, è fermamente determinata a non finire con lui.
In questo contesto, Casini si presenta come l'uomo politico in grado di
ricompattare l'intero segmento dei cattolici in politica, cominciando con il
mettere al sicuro «il pacchetto cattolico» da un’ipotetica ripresa laica. E'
questo ciò che sta a cuore alla gerarchia ecclesiastica.
Se questa operazione riesce, i cattolici continueranno a costituire una «lobby
dei valori» (come se quegli degli altri fossero disvalori) senza riuscire ad
essere una vera classe politica dirigente. Forse non se ne rendono neppure
conto. Comincio a pensare che le ragioni di questa debolezza siano da ricercare
anche nell’elaborazione religiosa di cui si sentono tanto sicuri. Cerco di
spiegarmi - a costo di dire cose sgradevoli.
Non c'è bisogno di evocare «il ritorno della religione nell'età post-secolare»
per constatare nel nostro Paese la forte presenza pubblica della
religione-di-chiesa (cioè dell'espressione religiosa mediata esclusivamente
dalle strutture della Chiesa cattolica). Ma la rilevanza pubblica della
religione, forte sui temi «eticamente sensibili» (come si dice), è accompagnata
da un sostanziale impaccio comunicativo nei contenuti teologici che tali temi
dovrebbe fondare. O meglio, i contenuti teologici vengono citati solo se sono
funzionali alle raccomandazioni morali. Siamo davanti ad una religione
de-teologizzata, che cerca una compensazione in una nuova enfasi sulla
«spiritualità». Ma questa si presenta con una fenomenologia molto fragile, che
va dall’elaborazione tutta soggettiva di motivi religiosi tradizionali sino a
terapie di benessere psichico. I contenuti di «verità» religiosa teologicamente
forti e qualificanti - i concetti di rivelazione, salvezza, redenzione, peccato
originale (per tacere di altri dogmi più complessi ) -, che nella loro
formulazione dogmatica hanno condizionato intimamente lo sviluppo spirituale e
intellettuale dell'Occidente cristiano, sono rimossi dal discorso pubblico. Per
i credenti rimangono uno sfondo e un supporto «narrativo» e illustrativo, non
già fondante della pratica rituale. La Natività che abbiamo appena celebrato è fondata
sul dogma teologico di Cristo «vero Dio e vero uomo». Si tratta di una «verità»
che ha profondamente inciso e formato generazioni di credenti per secoli. Oggi
è ripetuta - sommersa in un clima di superficiale sentimentalismo - senza più
la comprensione del senso di una verità che non è più mediabile nei modi del
discorso pubblico.
Ricordo il commento di un illustre prelato davanti alla capanna di Betlemme: lì
dentro - disse - c'era «la vera famiglia», sottintendendo che tali non erano le
coppie di fatto e peggio omosessuali. Si tratta naturalmente di un
convincimento che un pastore d'anime ha il diritto di sostenere, ma che in
quella circostanza suonava come una banalizzazione dell'evento
dell’incarnazione, che avrebbe meritato ben altro commento. Ma viene il dubbio
che ciò che soprattutto preme oggi agli uomini di Chiesa nel loro discorso pubblico
sia esclusivamente la difesa di quelli essi che chiamano «i valori» tout court,
coincidenti con la tematica della «vita», della «famiglia naturale» e i
problemi bioetici, quali sono intesi dalla dottrina ufficiale della Chiesa. Non
altro. La crescita delle ineguaglianze sociali e della povertà, la fine della
solidarietà in una società diventata brutale e cinica (nel momento in cui
proclama enfaticamente le proprie «radici cristiane»), sollevano sempre meno
scandalo e soprattutto non creano impegno militante paragonabile alla
mobilitazione per i «valori non negoziabili».
Un altro esempio è dato dalla vigorosa battaglia pubblica condotta a favore del
crocifisso nelle aule scolastiche e nei luoghi pubblici. Una battaglia fatta in
nome del valore universale di un simbolo dell'Uomo giusto vittima
dell’ingiustizia degli uomini. O icona della sofferenza umana. Di fatto però, a
livello politico domestico il crocifisso è promosso soprattutto come segno
dell'identità storico-culturale degli italiani. E presso molti leghisti diventa
una minacciosa arma simbolica anti-islamica. In ogni caso, l'autentico
significato teologico - traumatico e salvifico del Figlio di Dio crocifisso,
oggetto di una fede che non è condivisa da altre visioni religiose, tanto meno
in uno spazio pubblico - è passato sotto silenzio. I professionisti della
religione non riescono più a comunicarlo. E i nostri politici sono
semplicemente ignoranti.
Se i cattolici hanno l'ambizione di ridiventare diretti protagonisti della
politica, dovrebbero riflettere più seriamente sul loro ruolo. Il discorso
politico, soprattutto quando porta alla deliberazione legislativa, rimane e
deve rimanere rigorosamente laico, nel senso che non può trasmettere contenuti
religiosi. Ma nello «spazio pubblico», che è molto più ampio e può ospitare
discorsi di ogni tipo, si deve misurare la maturità di un movimento di
ispirazione religiosa che sa essere davvero universalistico nell'interpretare e
nel gestire l'etica pubblica. Non semplicemente una lobby in difesa di quelli che
in esclusiva proclama i propri valori.
http://www.lastampa.it 28/12/2010

Precedente: Se il Paese del buon cibo umilia i contadini








