L'altro....
Storie di vita vissuta. Napoli 2001
Ho partecipato di recente alla presentazione del libro di Anna Sabatini Scalmati dal titolo Bearing Witness in cui narra le sue esperienze di psicoterapeuta con rifugiati politici e vittime di tortura.
E’ stata una lezione magistrale emozionante, e pur non essendo del mestiere, mi ha colpito una sua considerazione:
“La mancata identificazione con l’altro, ci esclude la possibilità di provare empatia per i rifugiati e emigrati che arrivano sulle nostre coste: Noi siamo, noi, loro sono…l’altro.”.
Il bottegaio sotto casa, la signora che abita nel nostro palazzo, appartiene al nostro mondo, possiamo identificarci in lei in qualche modo, possiamo immaginare la sua vita, i suoi affetti perciò, se è colpita da una disgrazia la nostra empatia, la nostra pietà è autentica, è sentita.
Mentre evitiamo a chiedere che cavolo di vita faccia il ragazzo che pulisce i vetri al semaforo oppure da quale condizione umana scappano dei profughi che mettono a repentaglio la propria vita – e magari anche dei loro bambini – pur di approdare in Europa. Loro sono altro…
E’ un formidabile meccanismo di difesa questa “Loro sono altro…”, ci risparmia la sofferenza vera, al massimo dobbiamo rendere conto alla nostra coscienza con un atteggiamento politically correct”, senza scomodare le emozioni.
Ma non sempre è possibile lasciar fuori le emozioni, talvolta succede che si affaccia l’identificazione. E allora il gioco si fa duro.
A me è capitato.
Moltissimi anni fa sul tram vidi un ragazzo nero. Era lacero, visibilmente sporco e emanava uno sgradevole odore stantio. Nei suoi tratti c’era, però qualcosa di familiare, qualcosa che mi inquietava. Anche lui mi guardava con una certa insistenza e accostandosi mormorò, come se parlasse con se stesso, una frase polacca.
- Szepraszam pani…(chiedo scusa signora).
Allora lo riconobbi.
Era stato uno dei miei compagni di studi. Un ragazzo proveniente da Congo che chissà come, chissà perché finì a Napoli.
Gli risposi:
- Dio mio, sei tu?
Non mi ricordavo il suo nome, però lo riconobbi. E scattò immediatamente l’identificazione: eravamo stati studenti assieme, avevamo condiviso un pezzetto di vita….e mentre io facevo la signora, lui era un derelitto escluso dalla società.
Scendemmo assieme dal tram, gli offrìi un cappuccino, incassando lo sguardo di disapprovazione del barista con un mix di rabbia e di imbarazzo.
E poi non sapevo cosa fare…
Semplicemente non sapevo cosa fare.
Se non ci fosse stata l’identificazione, gli avrei dato un euro come succede con altri mendicanti….e lo avrei potuto dimenticare subito. Ma in quel contesto perfino l’offrire dei soldi risultava un gesto mortificante.
Lo so, avrei dovuto portarlo a casa, rifocillarlo, fargli fare un bagno, dargli dei vestiti e cercare una soluzione, che ne so…un lavoro. Era un ingegnere, magari avrei potuto fare qualcosa….invece non feci niente.
L’obolo quella volta è stato semplicemente più generoso, gli diedi quasi tutti i soldi che avevo con me….ma non gli diedi il mi numero di telefono che sarebbe stato un gesto sicuramente più significativo.
Dopo 20 anni mi vergogno ancora di quell’ episodio.
E solo ora il libro di Anna Sabatini ha spiegato le origini di questa vergogna.
Lo ha spiegato, ma non assolto.

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