La vendemmia italiana uccisa dalla burocrazia
Una assurda pletora di adempimenti formali strangolano i vignaioli
Il mondo del vino è giunto al limite della sopportazione. Al
calo dei consumi, alla crescita della concorrenza mondiale, agli effetti della
crisi economica sulla classe media, i viticoltori italiani devono aggiungere
una pressione burocratica che pesa oggi come mai in passato. Paradossalmente,
per loro è la burocrazia a ubriacare. Quello del vino è un settore su cui si
concentrano controlli e soprattutto adempimenti di varia natura in misura
superiore a ogni altro comparto del settore agroalimentare. E questo stato di
cose non può più continuare per due ordini di ragioni: primo, perché pretendere
dall´industria e dal vigneron gli stessi adempimenti può diventare la peggiore
ingiustizia e, secondo, perché la ragione di molte scartoffie è venuta meno, ma
sono rimasti chili di moduli, da compilare, spesso, attraverso consulenti,
associazioni di categoria e "professionisti" variamente interessati.
Per arrivare a tappare la sua bottiglia di vino doc, un viticoltore deve fare
richiesta per poter piantare, subire la verifica di ciò che ha piantato e
quindi iscrivere la vigna all´albo. Dopo la fatica e l´investimento, dopo tre
anni di coltivazione (e sperando che la grandine, la peronospora e la
flavescenza stiano sempre lontane), finalmente arriva la prima vendemmia. E con
essa, la prima denuncia di produzione all´organismo di controllo, la prima
compilazione del registro di vinificazione (su cui si scrive almeno mezza
dozzina di volte ogni anno, per ogni vino, con colonne, conti e riporti). Poi
c´è il registro di carico e scarico; quindi il registro di imbottigliamento e,
naturalmente, bisogna acquistare le fascette, chiedere il parere di
imbottigliamento, mandare il vino in degustazione e attenderne il responso. Una
pletora di attività richieste, fra le quali non è più facile distinguere le
molte cose inutili dalle poche utili.
Immagino l´obiezione: i controlli sono la garanzia del consumatore. Allentarli
può far tornare i tempi bui del metanolo.
Non sono d´accordo. Quello che sembra buon senso, in realtà, manifesta una
certa ignoranza e soprattutto non vede che tutta questa burocrazia pesa in modo
assai diverso per le aziende dei vignaioli, producteurs et récoltants si
direbbe in Francia, rispetto alle grandi aziende che basano la propria attività
sul commercio di vini.
Intanto, lo scandalo del metanolo fu scatenato da chi non aveva mai fatto una
vendemmia e tuttavia produceva ogni anno un vino sempre uguale, nel grado e
nella mediocrità. In secondo luogo, registri e bolle c´erano già tutti al tempo
dello scandalo e non lo evitarono né salvarono vite.
Chi desidera impiantare un´impresa che guadagni sul vino, magari senza avere
nulla a che fare con l´uva, non si spaventa certo della burocrazia, anzi, è
spesso formalmente più "in regola" di qualunque viticoltore che, tra
lavori di campagna e di cantina, ha poche risorse sue da dedicare alle
scartoffie e manca dei margini per pagare del personale che si occupi di esse.
Il fatto che la legge della burocrazia sia uguale per tutti si traduce così in
una regolarità formale per aziende che operano con logiche industriali, che
spalmano i costi della segretaria dedicata su milioni di bottiglie o li
recuperano commercializzando prodotti mediocri, mentre diventa la spada di
Damocle della costante irregolarità formale, sulla testa dei vignaioli
veri.
Dunque tutte quelle pratiche (quanta ironia in questo nome) non assicurano la
regolarità sostanziale di quelle aziende. E cosa ci dicono della sostenibilità
umana e ambientale del loro modo di lavorare? Cosa della qualità di quei vini?
Se da vent´anni la critica enologica tributa i giusti allori alle produzioni di
taglia artigianale, fino ad arrivare ai quasi paradossali vins de garage, siamo
dinanzi a un fatto: le bottiglie più premiate e lo stesso prestigio enologico di
un Paese vengono da chi ha le maggiori difficoltà a sostenere il peso della
burocrazia.
È giunto il tempo, allora, di chiederci cosa è giusto, non solo cosa è legale.
E in un contesto globale, con sistemi economici che mettono in competizione il
mondo intero, è doveroso riflettere: con quale faccia imponiamo ai nostri
viticoltori di competere con chi ha a che fare con meno della metà dei
controlli e dei controllori (come in Francia) e con chi non ha nemmeno un
decimo dei suoi adempimenti (come nel Nuovo Mondo, in Australia o in
Cina).
Serve davvero segnare ogni travaso in cantina su un registro che, aperto, non
sta nemmeno tutto sul tavolo? Davvero è ancora necessario tracciare ogni chilo
di feccia che resta sul fondo di una vasca, per evitare che qualcuno lo
distilli clandestinamente?
Bisogna distinguere per non commettere le peggiori ingiustizie: se i grandi
produttori industriali possono continuare come oggi, ai piccoli, ai vignaioli
che trasformano le proprie uve o poco più, non deve restare, degli adempimenti
attuali, che il dovere di una dichiarazione delle uve vendemmiate e del vino
prodotto, corredato dell´indicazione dei trattamenti enologici che i
regolamenti europei prevedono siano registrati.
Il potere politico ha l´opportunità di fare questa liberalizzazione e, a mio
avviso, ha il dovere di concentrare tutte le funzioni di controllo in un unico
organo cui fare riferimento. Sì perché, oggi, gli interlocutori della cantina
sono Comune, Provincia, Regione, Asl, Icq (ex repressione frodi), Camera di
Commercio, Valoritalia, senza contare le forze di polizia (che sono comunque
quattro, a loro volta). E alcune di queste istituzioni interagiscono con le
cantine attraverso uffici diversi, che spesso comunicano assai poco fra loro.
Si camminano più i corridoi che le vigne, prendendo a prestito un´espressione
di Veronelli.
Tutto questo stato di cose si traduce in una difficoltà iniqua, per chi voglia
condurre un´attività a misura d´uomo e di ambiente, perché aggiunge pensieri e
costi alla fatica, agli incerti atmosferici, al mercato sempre più affollato. E
se penso che tanti ostacoli diventano un deterrente ulteriore, per un giovane
che voglia iniziare l´attività agricola, sostengo con ancor maggior forza che
il mondo del vino non solo non può più permettersi questo stato di cose, ma,
quel che è peggio, rischia di non sopravvivergli.
| 09 Gennaio 2012

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