La terza rivoluzione industriale? È già iniziata
La crisi finirà solo quando cambieremo l’economia
Bisogna cambiare, ora. Anche se non volessimo, la «Terza rivoluzione industriale» è già cominciata, e la crisi economica in corso dovrebbe solo convincerci ad affrettare il passo verso un nuovo paradigma per la nostra società. Un modello che richiede di abbandonare la dipendenza energetica dal petrolio, ma anche di mutare radicalmente i rapporti economici, la politica, l’ambiente, l’istruzione. Così scrive Jeremy Rifkin nel suo ultimo libro, intitolato appunto «The Third Industrial Revolution: How Lateral Power Is Transforming Energy, the Economy, and the World».
Durante un’intervista fatta ad agosto, ci aveva anticipato i contenuti con queste parole: «Verso la fine degli Anni Settanta è terminata la Prima rivoluzione industriale, nel senso che abbiamo smesso di vivere grazie alla ricchezza che producevamo. Siamo entrati nella Seconda rivoluzione industriale, in cui poco alla volta abbiamo bruciato i nostri risparmi e cominciato a vivere di debito». Questo ci ha esposto a crisi ricorrenti: «Ogni volta che c’è una recessione, facciamo sempre la stessa cosa: pompiamo soldi nel mercato e diciamo che vogliamo tagliare le spese. Ma la ripresa si alimenta spendendo, le nostre spese fanno crescere la domanda, i Paesi emergenti ne approfittano aumentando la produzione per moltiplicare l’offerta, e questo fa salire i costi delle materie prime come il petrolio. Di conseguenza tutti i prezzi aumentano, compresi quelli del cibo, e quindi ci ritroviamo in breve in una nuova situazione insostenibile, tornando a fare affidamento sul debito per soddisfare le nostre esigenze. Così non ne verremo mai fuori».
Quindi aveva concluso: «La crisi finirà solo quando cambieremo il nostro paradigma economico. Dobbiamo passare dalla Seconda rivoluzione industriale alla Terza, per smettere di consumare le ricchezze del passato e tornare a produrre liberando la nostra creatività». Ora il libro è in uscita, le anticipazioni circolano in rete, e si può leggere cosa intende.
Energia nuova
«La gestione dell’energia – scrive Rifkin – forma la natura della civiltà. Come
è organizzata, come i frutti del commercio sono distribuiti, come viene
esercitato il potere politico e le relazioni sociali. Il controllo di
produzione e distribuzione dell’energia si sta spostando dalle gigantesche
compagnie centralizzate basate sui combustibili fossili, a milioni di piccoli
produttori che generano le loro energie rinnovabili e commerciano i surplus».
«La nuova era porterà una riorganizzazione dei rapporti di potere a tutti i
livelli. Mentre la Prima
e la Seconda
rivoluzione favorivano centralizzazione e verticalizzazione, con strutture
organizzative che operavano nei mercati dall’alto in basso, la Terza si muove per vie
laterali, preferendo i modelli di business collaborativi che funzionano meglio
nei network. La “democratizzazione dell’energia” ha profonde implicazioni su
come orchestriamo l’intera vita umana. Stiamo entrando nell’era del
“capitalismo distribuito”. Il rapporto da avversari tra venditore e compratore
è sostituito dalla relazione collaborativa fra fornitore e utilizzatore».
Nuovi modelli
«Il capitalismo distribuito introduce modelli nuovi, inclusa la stampa
tridimensionale nel settore manifatturiero, e le imprese che condividono i
risparmi di scala nel campo dei servizi, capaci di ridurre enormemente i
capitali, l’energia e i costi del lavoro, incrementando la produttività».
La politica
«La Terza
rivoluzione cambia il business, ma anche la politica. C’è un nuovo
atteggiamento mentale nelle generazioni di leader socializzati via Internet. La
loro politica non riguarda più lo scontro fra destra e sinistra, ma tra il
modello autoritario e centralizzato e quello distribuito e collaborativo».
«Mentre Prima e Seconda rivoluzione erano accompagnate dalle economie nazionali
e dalla governance della nazione-stato, la Terza, essendo distributiva e collaborativa per
natura, progredisce lateralmente e favorisce le economie e le unioni
governative continentali».
Geopolitica e biosfera
«L’era intercontinentale trasformerà le relazioni internazionali dalla
geopolitica alla politica della biosfera. Nella Prima e Seconda rivoluzione, la Terra era concepita in
maniera meccanica e utilitaristica. Era vista come contenitore di risorse
utili, pronte per essere appropriate a fini economici, e gli stati nazione
erano formati per competere e assicurarsi il loro controllo. Il passaggio verso
le energie rinnovabili ridefinirà la nozione delle relazioni internazionali
lungo le linee del pensiero ecologico… La biosfera ci porta da una visione
coloniale della natura, come nemico da saccheggiare e schiavizzare, a una nuova
visione della natura come comunità condivisa da proteggere. Il valore
utilitaristico della natura sta facendo spazio al suo valore intrinseco. Questo
è il significato profondo dello sviluppo sostenibile».
Addio Adam Smith
«Sui mercati, i vuoti scambi di proprietà sono stati parzialmente rovesciati
dall’accesso condiviso ai servizi commerciali nei network open-source. Gran
parte dell’economia, come viene insegnata oggi, è sempre più irrilevante per
spiegare il passato, capire il presente e prevedere il futuro».
L’istruzione
«Preparare la forza lavoro e la cittadinanza per la nuova società richiederà di
ripensare i modelli tradizionali di istruzione, con la loro enfasi sul rigido
insegnamento e la memorizzazione dei fatti. Nella nuova era globalmente
connessa la missione primaria dell’istruzione sarà preparare gli studenti a
pensare e agire come parte di una biosfera condivisa. L’approccio dominante
dell’insegnamento dall’alto al basso, che ha l’obiettivo di creare un essere
competitivo e autonomo, sta dando spazio ad una istruzione “distribuita e
collaborativa”. L’intelligenza non è qualcosa che si eredita o una risorsa da
accumulare, ma piuttosto un’esperienza comune distribuita tra le persone».
La nuova qualità della vita
«La Terza
rivoluzione cambia il nostro senso della relazione e la responsabilità verso
gli altri esseri umani. Condividere le energie rinnovabili della Terra crea una
nuova identità della specie. Questa coscienza di interconnettività sta facendo
nascere un nuovo sogno di “qualità della vita”, soprattutto tra i giovani. Il
sogno americano si colloca nella tradizione illuministica, con la sua enfasi
nella ricerca del proprio interesse materiale. Qualità della vita, però, parla
di una nuova visione del futuro, basata su interesse collaborativo,
connettività e interdipendenza. La vera libertà non sta nell’essere slegato
dagli altri, ma in profonda partecipazione con essi. Se la libertà è
l’ottimizzazione di una vita, essa si misura con la ricchezza e la diversità
delle esperienze di ciascuno, e la forza dei suoi legami sociali. Una vita
vissuta meno di così è un’esistenza impoverita».
Paolo Mastrolilli
La Stampa 3 ottobre 2011

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