La storia di un viaggiatore nella caverna di psiche
Il lascito della modernità è rimasto incompiuto perché ha aperto una strada che porta a una terra incognita
La caverna degli istinti: è così che penso di chiamare la regione dell´inconscio
dove gli istinti si agitano senza che il nostro io, cioè la nostra coscienza,
sia consapevole del come e del perché: una caverna, un luogo oscuro dove
affondano le radici della nostra natura.
La coscienza non ignora l´esistenza degli istinti e del resto tutte le lingue,
non solo le moderne ma le antiche e le antichissime di tutto il pianeta
conoscono e pronunciano quella parola e la mente ne pensa il concetto. Lo
pensa, sa quanto gli istinti determinano la volontà, intuisce la loro
sotterranea e continua tessitura dalla quale emerge la figura che chiamiamo
Psiche.
Anche la Mente
è una figura pensata e immaginata. Psiche regna nella caverna oscura
dell´inconscio, la mente nel mondo luminoso della razionalità. Ma le radici
della mente scendono fino alla caverna degli istinti e questi a loro volta
pervadono ogni cellula del nostro organismo corporale, viaggiano sui fasci
nervosi, arrivano con la velocità della luce alle mappe neuronali del tessuto
cerebrale. La dialettica tra la natura dionisiaca e quella apollinea è stata
elaborata dalla cultura dei Greci ed è ancor oggi un modo appropriato per
descrivere la duplicità della nostra specie.
Questo è il rapporto tra psiche e mente, dal quale scoccano i pensieri, quel
tanto in più che ci mette su un gradino diverso da quelli delle altre specie
viventi. E questo è il tema del libro che qui comincia.
Non è certo un tema nuovo, anzi è antichissimo, l´hanno trattato le mitologie,
le religioni, le filosofie, le scienze terapeutiche e taumaturgiche. Pensatori,
sacerdoti, sciamani si sono affaticati e sbizzarriti attorno agli istinti; la
musica, la poesia, la letteratura sono state dominate da quel tema; perché
dunque un altro libro, l´ennesimo, scritto dal bordo del secolo e del millennio
che sono appena cominciati?
Risponderò tra poco a questa domanda, ma prima debbo anticipare una questione
che mi sta molto a cuore: le mitologie, le religioni, le culture che hanno
affrontato il tema degli istinti hanno tutte avuto come motivazione profonda la
ricerca dell´Assoluto. L´idea dell´Assoluto era l´elemento dominante dei loro
pensieri e fu con quello spirito che anche il tema degli istinti è stato
affrontato.
L´Assoluto pervadeva tutto. La verità era assoluta, l´oggetto era assoluto, il
tempo e lo spazio erano assoluti. Il principio dell´assolutezza portava
inevitabilmente alla creazione della Divinità, alla quale gli uomini
conferirono tutti i loro attributi moltiplicandone la potenza.
Questa architettura mentale sembrava molto resistente e compatta e resiste
tuttora nonostante il logorio delle epoche, ma presentava tuttavia un´ampia
fessura: quella del soggetto. L´oggetto era assoluto, ma il soggetto era
molteplice, quindi necessariamente relativo.
Col passare dei secoli quella fessura diventò una voragine. Al punto che l´assolutezza
dell´oggetto si rinchiuse su se stessa dando origine alla figura mentale della
«cosa in sé», inconoscibile per definizione.
Allo stesso modo con cui l´oggetto era diventato un´impenetrabile monade, anche
il soggetto subì una trasformazione radicale: per gli altri soggetti era
infatti un oggetto inconoscibile. Si apriva l´epoca dell´incomunicabilità.
Per sfuggire all´incubo dell´isolamento gran parte degli uomini si aggrapparono
ancor più tenacemente alla fede nel Divino che riscattava le monadi dalla loro
incomunicabile individualità: comunicavano con il Divino che le trascendeva e
che tutte le aveva create infondendo in ciascuna di esse gli stessi istinti,
dotandole cioè d´una stessa natura.
Se la mente fosse stata in grado, cimentandosi con un viaggio nel proprio
inconscio, di decifrare gli istinti e la loro potenza, avrebbe potuto penetrare
uno dei misteri che implicano la nostra vita e determinano la nostra umana
condizione.
Ma che cosa sarebbe accaduto se l´idea dell´Assoluto fosse stata messa in crisi
dal relativismo della soggettività e l´incomunicabilità fosse stata superata
non più dal ricorso ad un Divino sempre più traballante, ma da un´inedita
intimità tra la mente e la psiche?
Quell´intimità tra mente e psiche è stata appunto una delle conquiste della
modernità e il suo lascito più prezioso alle epoche che verranno. Ma come tutte
le conquiste, tutti i viaggi, tutte le avventure, anche questa conteneva un
rischio: il viaggiatore vede modificarsi la propria natura durante il viaggio e
a causa del viaggio. Quando torna «a riveder le stelle» non è lo stesso che
partì alla scoperta degli Inferi, l´oscura caverna nella quale è riuscito a
penetrare lo ha iniziato ad altri misteri, lo ha reso familiare con «i vizi e
le virtù», lo ha allenato ad addomesticare i mostri, a raccontare le
metamorfosi, a sfidare le trasgressioni.
Perciò il lascito della modernità è ancora incompiuto, ha aperto una strada che
porta ad una terra ancora incognita e che deve essere ancora percorsa.
Questo libro è una tappa del viaggio, se le intenzioni dell´autore avranno
raggiunto qualche risultato.
(...) Ho avuto molta fortuna nelle strade della mia vita, il caso mi è stato
propizio, gli incontri che hanno costellato il percorso mi hanno dato piú di
quanto sperassi.
Tra questi ne feci uno sui banchi del liceo: conobbi un giovane che si chiamava
Italo Calvino, io avevo quattordici anni, lui quindici. Il liceo si chiamava
Cassini, la città era Sanremo, l´anno il 1938.
Il mio viaggio e anche il suo cominciarono allora. Con Calvino ho convissuto
per i cinque anni della stagione in cui si forma la mente. La mente riflessiva
di ciascun individuo della nostra specie, purché lo sappia e lo voglia. La
stagione in cui la mente incontra Atena, come più volte ci dicemmo in quegli
anni, lui con l´autoironia che gli era propria ed io con un pizzico di albagia.
Calvino era ligure, sia pure di adozione; io avevo il sangue delle terre del
Sud, dove ci si sente simili agli dèi come ci si sentiva il principe di Salina;
l´albagia ci sta come retaggio, lo si voglia o no ogni tanto fa capolino.
Comunque ci esprimessimo al riguardo, Atena, la dea dell´intelligenza, la
incontrammo insieme nei libri che leggevamo, nei pensieri e nelle immagini che
popolavano la nostra fantasia, nelle lettere che per cinque anni ci siamo
scambiate quando eravamo lontani l´uno dall´altro.
(...)Dedico a lui queste pagine che da quelle sue Lezioni prendono le mosse e
l´ispirazione.
Repubblica 6.5.11

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