La storia c’insegna come possiamo salvare l’Italia
Lo storico ci invita a guardare ai problemi di oggi e al ruolo del nostro paese nel mondo moderno non solo attraverso i nostri occhi ma anche con quelli degli uomini e delle donne che lo hanno fatto
Nel gennaio 2009 sono diventato cittadino italiano. Faccio parte di un flusso
costante di stranieri, circa 40.000, che ogni anno assumono la cittadinanza
italiana. Non basta per fare dell’Italia un paese multiculturale, ma certo è
un inizio. Alla cerimonia di conferimento della cittadinanza l’allora
presidente del Consiglio comunale fiorentino,
Eros Cruccolini, mi invitò a leggere ad alta voce due articoli della
Costituzione e mi consegnò una bandiera italiana, la bandiera arcobaleno della
pace e una copia della Costituzione italiana.
I miei amici in gran parte rimasero stupiti all’annuncio della mia
naturalizzazione. «Ma chi te lo ha fatto fare, mi dicevano, e proprio ora,
poi». Uno o due si affrettarono a sincerarsi che avessi avuto il buon senso di
mantenere anche la cittadinanza britannica. Il commento più caustico è stato:
«Beh Paul, almeno potrai dire assieme a tutti noi altri: «Mi vergogno di essere
italiano»».
Mentirei se dicessi che queste reazioni mi hanno sorpreso. Vivo in Italia da
quasi diciotto anni ormai, e da quaranta circa ne studio la storia, abbastanza
per saper cogliere lo stato d’animo della sua gente. Ma la coralità dei
commenti provenienti da persone spesso socialmente impegnate senza dubbio mi ha
fatto riflettere. In quale altro paese al mondo i cittadini reagirebbero con
altrettanto spregio di sé? Certo non i greci o i francesi, né gli americani o
i britannici. Quali consuetudini culturali profondamente radicate stanno alla
base di questa reazione? Carlo Cattaneo, con la sua tipica lucidità e
sottigliezza, propose una risposta a questo interrogativo scrivendo, nel 1839,
di «quel vizio tutto italiano di dir male del suo paese quasi per una
escandescenza di amor patrio». Ma è difficile accettare che sia il troppo
amore per la patria il motivo della reazione all’unisono dei miei amici. A me
pare piuttosto di leggervi una gran tristezza sulla condizione attuale del
paese, accompagnata da una profonda rassegnazione. (...)
Complessivamente, (in Italia) esiste oggi un senso di insoddisfazione profondo
quanto quello di duecento anni fa e forse più insidioso, poiché
apparentemente induce passività più che protesta.
Partiamo dalle famiglie. (...) La vita famigliare contemporanea equivale a una
vera e propria educazione a diventare «liberi cittadini», per dirla con
Foscolo? Non credo. Sotto un certo profilo oggi i membri delle famiglie sono
più liberi e godono di maggiori diritti rispetto al passato di fare scelte
riguardanti la propria vita, di viaggiare, di votare alle elezioni. Sotto un
profilo diverso sono intrappolati dai modelli di consumo e di egoismo imperanti
che rischiano di essere più perniciosi di quelli del primo Ottocento. Le
famiglie italiane hanno molte virtù, la vicinanza emotiva, le forti
solidarietà tra generazioni, la capacità profondamente radicata di godersi la
vita -, tutte caratteristiche che chi viene dal Nord individualista e più
freddo invidia. Ma hanno poche virtù civiche e il modello su cui oggi si basa
la vita famigliare, quello del mercato globale, non contribuisce a rendere le
famiglie italiane più consapevoli delle loro responsabilità complessive.
In tutto questo i meccanismi di trasmissione della cultura moderna hanno un
ruolo cruciale. (...) La televisione, come è noto, è lo strumento culturale
predominante in circa l’80 per cento delle case italiane. Non è un mezzo,
bensì un soggetto, il più potente protagonista culturale della scena
contemporanea. La televisione non è un male assoluto, come tentò di
teorizzare Karl Popper negli ultimi anni della sua vita. Nella storia italiana
essa ha avuto un ruolo essenziale nella diffusione di un’unica lingua nazionale
e un senso di comunità nazionale. Ma quando il controllo della televisione è
concentrato in pochissime mani e nel caso italiano quasi esclusivamente in due
sole mani ben curate, allora è uno strumento profondamente insidioso. Scodella
un pasto infinito di soap opera, calcio, varietà e reality show
inesorabilmente condito da quantità industriali di spot pubblicitari, tutti
orientati a rafforzare il modello «lavora e spendi» della vita quotidiana nel
capitalismo consumista. La televisione nella sua forma attuale ci seduce e
anestetizza tutti. (...)
IDEE PER CAMBIARE
Non c’è soluzione semplice a questo problema. Una volta ripudiata la violenza,
che alternativa resta? Per rispondere a questo interrogativo devo ricorrere ad
altre virtù sociali, benché esiterei a classificarle come deboli o forti. Una
è la costanza, la capacità di non abbandonare una lotta che ha tempi lunghi.
L’altra è la creatività, così che nonostante la limitatezza della gamma di
azioni possibili, la loro forma possa essere reinventata continuamente.
Aggiungerei anche l’idea delle «riforme mobili», in sostituzione delle
barricate mobili usate dai milanesi nelle strade della loro città contro le
truppe del maresciallo Radetzky. Non si tratterebbe di «riforme» come quelle di
cui oggi si sente parlare la riforma pensionistica (ossia i tagli alle
pensioni), la riforma dell’equilibrio dei poteri (ossia distruggerlo), la
riforma della Costituzione (no comment). Sarebbero invece riforme che
coinvolgono i cittadini stessi in una dinamica di decision making che parte dal
basso verso l’alto, come Cattaneo ha sempre auspicato. Idealmente, le «riforme
mobili» sono quelle che, strada facendo, portano la gente a interessarsi alla
politica, ad autorganizzarsi, a prendere parte continuativa nel processo
riformatore. In questo schema gli individui non sono solo i destinatari passivi
delle politiche che discendono dall’alto, ma diventano rapidamente cittadini
attivi, critici e dissenzienti. Un’idea simile porterebbe al capovolgimento
della politica come la conosciamo ora, perché imporrerebbe ai politici di
diffondere il potere, invece di concentrarlo. Il concetto delle «riforme
mobili» può essere applicato a molte sfere diverse all’ambiente con la
raccolta differenziata, il risparmio energetico e altre misure che partono
dalle famiglie stesse, alle politiche partecipative con la creazione di veri
forum dei cittadini (non quelli fasulli della «consultazione»). In questa
dinamica, assimilabile forse a una palla di neve che, in movimento, guadagna
sempre più volume, il fine non giustifica i mezzi. Piuttosto i mezzi diventano
essi stessi parte del fine.
l’Unità 22.10.10

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