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La speranza e la tragedia dell’Africa

Il recupero dell’Africa procede tra insidie ed opportunità

 

 

 

Un’energia invisibile spinge avanti il mondo globalmente integrato mettendo in moto processi di riequilibrio fondati su spostamenti di capitali e persone che hanno talvolta conseguenze drammatiche (come nella tragedia del barcone rovesciato e delle 250 vittime nel canale di Sicilia). I confronti attraverso la rete si fanno più continui e pressanti generando infelicità. Niente può arginare il desiderio di chi nasce nella parte del mondo con meno opportunità (e con divari di aspettativa di vita media alla nascita attorno ai vent’anni) e vuole migliorare le proprie condizioni di vita e conquistarsi quei vent’anni in più.

 

Le speranze ci sono ma sono ancora troppo tenui. La convergenza condizionata procede e l’Africa (se eccettuiamo l’anno della crisi finanziaria) cresce ad un tasso più elevato della media mondiale. Il recupero è però troppo lento perchè ciò che interessa a chi si mette in moto per cercare fortuna e quello che può accadere adesso, nel giro di pochi anni o di una generazione. I migranti sono parte stessa di questo processo di riequilibrio. Ci sono paesi come Filippine e Perù nei quali il circuito delle rimesse, i risparmi mandati in patria,supera il 10 percento del PIL del paese.

 

Il recupero dell’Africa procede tra insidie ed opportunità. Le opportunità sono in un cambiamento di concezione del ruolo degli aiuti e della solidarietà che sembra attecchire, nell’intervento cinese e nelle possibilità offerte dalle tecnologie informatiche e di rete che, per via dei loro costi fissi contenuti, consentono di saltare alla frontiera del progresso senza lunghi processi di aggiustamento.

 

Gli africani per primi sembrano aver compreso i limiti del circuito perverso dei grandi flussi di aiuto (spesso legato) tra paesi spesso sprecati e finiti ad alimentare circuiti di dipendenza ed “accattonaggio”. Proliferano magari in modo disordinato ma vivace le iniziative dal basso tra le quali, le più promettenti, sono quelle dei veicoli di microfinanza attraverso i quali i risparmiatori occidentali capitalizzano (applicando implicitamente i criteri di Basilea…) le istituzioni finanziarie informali (microfinanza, mutue, ROSCA) che pullulano in questi paesi e garantiscono accesso al credito a quel 90 percento che non ha accesso al sistema bancario ufficiale. L’idea di fondo è che solo responsabilizzazione, richiesta di una controprestazione producono dignità e non dipendenza e che persino la lotta al lavoro minorile e l’investimento in istruzione dipendano più che da aiuti diretti dall’investimento nella capacità dei genitori di creare reddito in modo stabile attraverso un’attività produttiva.

 

L’intervento cinese, con tutti i suoi limiti, ha rotto il monopolio sterile degli aiuti dei paesi occidentali proponendo un alternativa nuova. In cambio delle materie prime non solo denaro (che spesso finiva per alimentare classi dirigenti corrotte) ma costruzione di infrastrutture, fondamentale per lo sviluppo di un continente dove l’arretratezza della rete di trasporto e la distanza dai mercati di sbocco è uno degli ostacoli fondamentali allo sviluppo. I paesi occidentali che hanno perso quote consistenti di scambio con l’Africa oltre a formulare critiche generiche, se sono in grado, battano un colpo e offrano qualcosa di meglio.

 

La tecnologia informatica offre oggi al continente opportunità incredibili in parte sfruttate. L’utilizzo dei telefonini riduce i problemi di asimmetria informativa e di accesso al mercato aumentando la produttività di piccoli produttori. Attraverso i cellulari si sviluppano sistemi di pagamento con carte prepagate (il modello mpesa in Kenya) che sono all’avanguardia a livello mondiale ed anticipano quanto succederà anche da noi quando il circolante sparirà e le carte prepagate diventeranno lo strumento per pagare le transazioni quotidiane di piccola entità.

 

Le insidie di questo meccanismo di recupero messosi in moto sono le stesse di sempre. La maledizione delle materie prime che attira domanda ed offerta di corruzione. La scarsa qualità della classe politica, i conflitti etnici che rischiano ogni momento di ricacciare indietro nel tempo interi paesi annullando i fragili progressi.

 

E’ qui che si gioca la sfida. Se l’Africa saprà superare la propria debolezza istituzionale assicurando stabilità e garanzie i flussi di capitale e di lavoro abbondanti a livello mondiale promuoveranno più rapidamente di oggi il recupero del continente mettendo in moto processi di miglioramento del tenore di vita anche nelle classi più povere. Già oggi nelle regioni più dinamiche del Sud Est asiatico attraverso dinamiche di crescita salariale vediamo il progressivo superamento di quell’esercito di riserva  che genera eccesso di offerta di lavoro a basso costo impedendo il progresso delle condizioni occupazionali. In Africa con decine di milioni di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno siamo ancora molto lontani da quel traguardo. La speranza è che la concorrenza degli scambi Sud-Sud a quelli tradizionali Nord-Sud, la vivacità della cooperazione della società civile e i processi di crescita interna in conteso di  stabilità istituzionale riducano progressivamente quei gap di benessere.

 

Uno scoglio non può arginare il mare. E’ questa l’unica vera forza in grado di bloccare i processi migratori e non i fragili accordi tra paesi.

 

http://felicita-sostenibile.blogautore.repubblica.it  7apr2011

 

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