La sottile linea scura tra noi e il corpo dell’anima
Storia dell´ombra da Platone alla modernità
Dal mito della caverna di Platone fino agli abbagli della Modernità, che
conquistando la luce elettrica si era illusa di aver vinto per sempre il mondo
degli spettri e degli incubi. In una mostra che si aprirà a Modena, ecco
rappresentata in oggetti, disegni e forme, la storia della compagna più antica
che l´essere umano abbia mai avuto Fonte d´ogni paura, ma anche di arte, gioco
e spettacolo
Tra i tanti significati che l´ombra riveste ce n´è uno che li sovrasta tutti:
la metamorfosi dal visibile all´invisibile. Oliver Sacks ne L´isola dei senza colore ci racconta gli
effetti di una malattia misteriosa che affligge una popolazione della
Micronesia, ne ottenebra l´intelligenza, rendendo progressivamente ciechi o
monocromi i suoi abitanti. Possiamo immaginare quest´isola come una terra di
mezzo, sovrastata da ombre, alla stregua della Terra di Mordor nel Signore
degli anelli in cui le tenebre hanno la meglio sulla luce; o Gotham City dove
la vita si svolge all´insegna dell´oscurità. Lo sappiamo, le ombre appartengono
alla nostra esperienza e alla nostra mente, alla nostra storia e alle nostre
paure.
Ci sono secoli più bui di altri; capolavori - come il Don Giovanni - che
dell´ombra si nutrono; ci sono quadri di Caravaggio, di Turner, di De Chirico
che dell´ombra hanno fatto la sostanza più intima. L´ombra misura il tempo
della meridiana. Ma può darci la misura ben più allarmante del nostro declino.
Per le sue caratteristiche sfuggenti è più prossima alla notte che al giorno,
alla morte che alla vita, alla vecchiaia che alla giovinezza, alla malinconia
che alla gioia. Ma essa, al tempo stesso, può diventare fonte di ristoro. Nel
suo elogio, Borges la paragona alla propria cieca vecchiaia: è un´ombra mite
che non fa male e somiglia all´eterno, egli dice. Duemilacinquecento anni
prima, Platone - il primo e convinto ombrofobo - coglie negli effetti
dell´ombra l´illusione che essa possa conformarsi al vero. Da cosa gli deriva
tanta acredine? Platone ragiona in termini sottrattivi: l´ombra, per le sue
caratteristiche, pregiudica il più eletto tra gli organi: la vista. È un
allontanamento o una mancanza di luce. O meglio, della luce ne dà una fioca
rappresentazione. Però quelle statue - di cui i prigionieri della caverna
colgono le sagome, come proiettate da un sole esterno - richiamano per
singolare analogia quanto la tecnica realizzerà col cinema alla fine
dell´Ottocento.
Il cinema è figlio della lanterna magica e della fotografia: della meraviglia e
della realtà; dell´ombra e del vero. È come se Platone lasciasse il posto a una
nuova forma di conoscenza (e di divertimento) nata da un diverso modo di
percepire l´immagine. Nel cinema trionfano l´ombra della sala e le dissolvenze
dello schermo. È la prima grande industria dell´immateriale. Non a caso Joseph
Roth, ne L´Anticristo, definisce Hollywood «il paese delle ombre». L´ombra
cinematografica sviluppa significati puntualmente inquietanti. Quella
minacciosa del mostro di Dusseldorf o adunca e ingobbita di Nosferatu, ci
avvertono di un disagio prossimo al terrore: nulla di buono si annuncia. Torna
- sotto una forma diversa - la condanna dell´ombra: le si attribuisce il
presagio di una morte prossima. Nel regno delle ombre sono in agguato i
vampiri, lontanissimi antenati di figure che l´antichità aveva confinato
nell´Ade. Dal regno dei morti - racconta il mito di Euridice - Orfeo tenta di
strappare l´ombra dell´amata. Ma girando lo sguardo verso lei, la condanna
all´invisibile.
Col tempo l´ombra diventerà una presenza familiare, una convivenza necessaria
con il corpo e gli oggetti. L´illuminazione elettrica - segno eloquente di un
progresso scientifico - placherà quel senso di turbamento che le ombre
(soprattutto notturne) avevano scatenato. Non si può fare a meno della propria
ombra. Come non si può fare a meno del denaro. Ne sa qualcosa Peter Schlemihl -
protagonista del racconto di von Chamisso - che la vende al diavolo in cambio
di una borsa piena d´oro. Se l´ombra è barattabile vuol dire che possiede le
stesse caratteristiche della merce: ha un valore di scambio. E d´altro canto,
la stessa merce - con i suoi geroglifici - custodisce un´ombra enigmatica che
la allontana dal valore d´uso per esaltarne il segreto che custodisce. Le ombre
circolano indisturbate. Si tratta di dar loro una patente di innocua
rispettabilità. Per un verso le leggi dell´ottica ne spiegano il fenomeno: le
osservazioni attorno alle eclissi attenuano lo sgomento che gli antichi
provavano davanti all´oscuramento del sole.
Dall´altro, è la pubblicità a suggerire in che modo l´ombra allude al vero
senza esserlo. Appartenendo alla categoria del somigliante, l´ombra può essere
e non essere. Equivoca come un´immagine pubblicitaria, si concretizza nelle
figurine e nei manifesti che reclamizzano - grazie alla tecnica delle ombre
cinesi - cioccolata e formaggi. Un mondo di bambini - nelle fogge di adulti in
miniatura - dispiegano con le loro manine ricomposte ombre di animali. Per
invogliare al consumo, la merce - è quanto già accade negli expo universali -
deve suscitare meraviglia e sogno. È distante la tersa e drammatica
consapevolezza che Joseph Conrad esprime con La linea d´ombra. Nel romanzo si
scorge il passaggio dall´età giovane all´adulta. E si tratta pur sempre di una
linea invisibile e inafferrabile come un´ombra che inghiotte i nostri sogni, le
nostre illusioni, nella bonaccia di un mare immobile.
La stessa evoluzione che conduce alla conquista della luce elettrica, la stessa
idea di progresso che spinge la ragione a cercare regole e chiarezza, la stessa
convinzione che le passioni debbano essere messe a tacere per quel tanto di
ombroso e di torbido che esse rivelano, mostrano a quale smania di pulizia si
lascia andare il Moderno. Ma la battaglia per distogliere il mondo dagli
spettri, dagli incubi, dalle follie non è affatto vinta.
Occorrono pensatori forti e sospettosi per richiamare l´ombra alle sue
complicazioni notturne, alle sue profondità ancestrali. La psicoanalisi
riflette sugli incantesimi interiori, su ciò che l´inconscio continua a
smarrire della propria identità. Prima Freud - con il lavoro sul perturbante -
e poi Jung con l´archetipo dell´ombra scompaginano il quadro rassicurante di un
individuo felice e conciliato. L´ombra estende nuovamente il proprio potere
destabilizzante. Assume forme e toni che non ci aspettavamo. Torna sotto forma
di simulacro (televisivo) e di segreto (politico). Quel tratto machiavellico
dell´agire nell´ombra - perché il potere ama il nascondimento - sembra
scontrarsi con le nostre coscienze. E se da noi oggi vigesse l´ombra di un
governo, vorremmo che tutto tornasse alla luce del sole, senza ambiguità né
resistenze, con la giusta trasparenza che si richiede a chi pretende di guidare
il paese fuori dalle ombre.
Repubblica 27.2.11

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