La scomparsa del ceto medio
Analisi a tutto campo dell’evoluzione dei ceti medi.
Che cos’è oggi il ceto medio italiano? Tre elementi ci
colpiscono subito. In primo luogo l’incessante crescita numerica. In base ai
dati forniti da Paolo Sylos Labini, i ceti medi urbani italiani, in cui
l’autore raggruppa le principali categorie dei piccoli imprenditori, degli
impiegati pubblici e privati, degli artigiani e dei commercianti rappresentavano
nel 1881 il 23,4% della popolazione, mentre nel 1993 toccavano il 52%. Oggi
secondo le stime si attestano attorno al 60%...
Accanto a questo primo, grande fatto strutturale ve n’è un secondo: il
livello sempre più alto di istruzione che li caratterizza. Nel 2001... gli
italiani in possesso di un titolo di studio medio, superiore o universitario
erano diventati il 63,4% per cento della popolazione. Questa rivoluzione
scolastica non colma il divario esistente rispetto a Germania, Francia e Gran
Bretagna, ma è innegabile che il paese può vantare un ceto medio sempre più
esteso e istruito. Il terzo elemento strutturale riguarda la composizione
interna dei ceti medi. L’Italia ha una quota di occupazione indipendente (o
lavoro autonomo) molto alta (il 26,4% dell’occupazione totale nel 2006) più
elevata di qualsiasi altro paese europeo. Ma attenzione: in questi anni i
media e la destra politica hanno tentato con martellante insistenza di
presentare il mondo del lavoro autonomo in generale e quello del piccolo
imprenditore in particolare come predominante nel paese... In realtà, il
lavoro autonomo è in lento declino dal 2003, costituisce solo un quarto del
lavoro complessivo in Italia e meno della metà dell’occupazione dei ceti medi
presi nel loro insieme. Esso cela in sé un gran numero di figure diverse –
non solo quella del piccolo imprenditore dinamico ma anche il vasto e
perdurante mondo dei commercianti e degli artigiani, nonché moltissimi
‘autonomi precari’, specialmente giovani, che hanno la partita Iva ma non un’
occupazione stabile...
Negli ultimi quindici anni il ceto medio si è diviso in due mondi, piuttosto
diversi uno dall’altro... Chiamerei l’uno il ceto medio riflessivo, capace di
bridging (cioè capacità di costruire ponti verso altri) e, in termini
occupazionali, caratterizzato dal lavoro dipendente; l’altro il ceto medio
concorrenziale, tendente al bonding (cioè tendenza a rafforzare i
legami interni a uno specifico gruppo) e prevalentemente dedito al lavoro
autonomo.
Partiamo con la prima componente, il ceto medio riflessivo. In tutta l’Europa
si è sviluppato un ceto medio attivo nelle professioni socialmente utili, nel
terzo settore e tra gli assistenti sociali, ma anche tra gli insegnanti e gli
studenti, gli impiegati direttivi e di concetto del settore pubblico, i nuovi
operatori nel mondo dell’informazione e della cultura... Ad ingrossarne le
file è stato un numero sempre crescente di donne molto istruite, alla ricerca
di un impiego adeguato alla loro professionalità, ma in forte difficoltà nel
trovarlo, soprattutto al Sud... Questa componente dei ceti medi contemporanei
in apparenza è dotata di notevole potenziale civico. Se guardiamo il caso
italiano vediamo come l’opposizione al regime di Berlusconi provenga in parte
considerevole da questi settori dei ceti medi. A partire dalle grandi
manifestazioni della primavera e dell’autunno 2002, fino alle dimostrazioni
organizzate attraverso internet dal ‘Popolo Viola’ del dicembre 2009 e di
ottobre 2010, numerosi appartenenti a questi strati sociali si sono
mobilitati contro il regime... Non bisogna in nessun modo esagerare le
capacità civiche di questa parte dei ceti medi, né la loro consapevolezza di
sé come gruppo sociale... Essi hanno sempre possibilità di scelta e, di
fronte alla ripetitività delle proteste e soprattutto allo scarso
incoraggiamento proveniente dal ceto politico di sinistra, perdono slancio e
speranza...
Vengo ora alla seconda agglomerazione – i ceti medi – prevalentemente dediti
al lavoro autonomo e fortemente orientati al mercato... Storicamente una
componente di spicco di questo mondo sono sempre stati i distretti
industriali italiani, apprezzati da numerosi studi internazionali e
considerati anche portatori di un specifico modello di coesione sociale...
Viene da chiedersi, però, quanto questo quadro sia ancora valido nel Nord
Italia, di fronte alla crescita della Lega... Nella Lombardia e nel Veneto,
se non nella Toscana e nell’Emilia-Romagna, si è sviluppato un modello
diverso, fortemente basato sul bonding territoriale e
sull’appartenenza etnica, sullo sfruttamento di una sottoclasse di immigrati,
sulla scarsa presenza di equità sociale e su una forma di democrazia
fortemente personalizzata e di partito. Davanti a quest’onda gli studiosi
devono dirci cosa resta dell’ethos dei vecchi gloriosi distretti
industriali...
Qual è l’apporto del ‘Berlusconismo’ a questo quadro generale?... La
singolarità del ‘Berlusconismo’ risiede nell’uso particolare che egli ha
fatto delle opportunità che il degrado democratico degli anni ‘80 gli ha
offerto. In modo precoce (1984) ha potuto stabilire un controllo mediatico
sulla televisione commerciale unico in Europa, senza la sorveglianza di un
qualsiasi garante pubblico, e ha potuto utilizzare questa libertà per
reiterare incessantemente determinati valori e stili di vita, e per
trascurarne o denigrarne altri... Questo sfrenato potere mediatico è il primo
elemento del Berlusconismo. Un secondo è il comportamento di Berlusconi nei
confronti dello Stato e della sfera pubblica. Qui riscontriamo una forte
diversità rispetto alla signora Thatcher. Quest’ultima, per quanto radicale,
non mise mai in dubbio le istituzioni e le pratiche della democrazia
britannica. Berlusconi, al contrario, come dimostra anche la sua famosa
videocassetta del 26 gennaio 1994, quella della ‘discesa in campo’, ha sempre
considerato la sfera pubblica una zona di conquista, di occupazione, di
trasformazione... L’ultimo apporto del Berlusconismo... è l’esplicito
appoggio a un elemento dei ceti medi – quello del lavoro autonomo e
concorrenziale – a spese dell’altro, quello più riflessivo e basato sul
lavoro dipendente. Berlusconi blandisce il primo con tutta una serie di
carezze - agevolazioni fiscali, condoni edilizi, la depenalizzazione
sostanziale del falso in bilancio... All’altro elemento dei ceti medi, il
‘Berlusconismo’ riserva solo schiaffi – lo smantellamento progressivo della
scuola pubblica, il degrado senza fine delle grandi istituzioni culturali,
gli stipendi in calo verticale in termini di potere d’acquisto. Così - e
questo forse è la sua eredità più dannosa - Berlusconi contribuisce in modo
drammatico a spaccare il ceto medio, e ad incrementare il livello di
incomunicabilità tra le sue due componenti principali. Ogni tanto mi sembra
che i moniti ottocenteschi di Disraeli circa il rischio di creare due Nazioni
siano di scottante attualità per l’Italia contemporanea...
Questo testo è tratto dal discorso che terrà oggi a Firenze, al convegno
"Società e Stato nell’era del berlusconismo".
La Repubblica, 16 ottobre 2010

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