La resistenza di omero nell’isola del poeta dove l’Europa si sacrificò per la Grecia
Un viaggio al tempo del default nelle terre in cui adesso vanno in vacanza i turchi
Non voglio immaginare un’Europa senza la Grecia. Eppure l’ipotesi è stata presa seriamente in considerazione, se ne sono valutati rischi e conseguenze, concludendo che se ne potrebbe fare a meno. Un’operazione chirurgica – come tagliare un organo aggredito dalle metastasi a un corpo sano. Anacronistiche e romantiche sono sembrate le nobili voci di protesta, che hanno ricordato il debito dell’Europa nei confronti della nazione additata invece solo come debitrice. Per quel che vale, aggiungeteci la mia. Ricordate la domanda trabocchetto: pesa più un quintale di paglia o un quintale di piombo? Sulla bilancia della storia pesano di più i nomi dei filosofi, degli scrittori e dei matematici che hanno inventato il nostro modo di pensare il mondo-Socrate e Aristotele, Democrito e Pitagora – oppure milioni di obbligazioni e titoli di Stato?
Un imprenditore italiano che alcuni anni fa ha delocalizzato
in Turchia (e non in Grecia, paese a suo dire ideale solo per le vacanze), ha
cercato di disingannarmi. È un ragionamento errato. Dici Grecia e pensi a
Pericle. Ma la Grecia
è un paese balcanico. Non aveva i requisiti per entrare in Europa. È la Turchia la scommessa del
futuro. Ha un tasso di crescita annuo quasi cinese. Dovresti andare lì per
capire come è cambiato il mondo. La
Grecia non ce la può fare. Non ha economia, non produce, deve
importare quasi tutto quello che consuma. E la ricchezza – che pure possiede –
è sommersa. L’industria nazionale, il turismo, non paga tasse. Non potrà
mantenere il suo esercito di impiegati, medici, poliziotti e professori.
Ormai sento dire solo «finire come la
Grecia». Espressione usata come un esorcismo, per non cadere
nello stesso abisso e distinguerci dalla nostra sventurata gemella – «stessa
razza, stessa faccia» è ancora il proverbio che ti viene rivolto per iniziare
una conversazione o un’amicizia. Ma la Grecia non “finirà”. Colpita al cuore e forse
ferita a morte, barcolla, resiste e si prepara. A tutto. Nessuna delle persone
che ho incontrato in questi anni nutriva qualche fiducia nel futuro. Nessuno,
però, era rassegnato. Chi con incoscienza, chi con rabbia, chi con orgoglio,
difendeva i suoi diritti e la sua libertà. Di decidere il proprio destino.
Perché di questo, in fondo, si tratta.
Da quando la Grecia
è diventata il malato infetto, il paziente zero designato a contagiare
l’Europa, la frequento con un’assiduità che vuole significare non tanto
rispetto per il suo passato quanto per il suo presente. Ero lì il 6 maggio, la
domenica di primavera in cui i Greci hanno finalmente votato per eleggere il
nuovo governo. In Grecia la televisione è ancora uno spettacolo pubblico. Gli
avventori commentano e discutono, sbirciando i megaschermi accesi sopra i
tavoli dei caffè. I numeri lampeggiavano alle spalle della conduttrice. Il
risultato era sorprendente: Bandiera Rossa al 26,89%. A Iraklion, nettamente il
primo partito. Creta è sempre stata rossa, mi ha spiegato il proprietario del
ristorante. I burocrati di Bruxelles non possono toglierci l’anima. Gli ho
chiesto se era preoccupato di un’eventuale uscita dall’euro. Ora no, ha
risposto, sono contento. Bisognava dare una lezione ai partiti che ci hanno
trascinato nel baratro. Poi si vedrà.
E si è visto. Mentre i Greci, minacciosamente avvisati della possibilità di
essere espulsi dall’Eurozona se non avessero votato per i partiti moderati ed
europeisti, per la seconda volta in poco più di un mese tornavano alle urne,
ero a Chios, nell’Egeo nord-orientale. Un’isola strategica, nella storia della
Grecia. Che dovrebbe essere sacra alla memoria europea. E per varie ragioni.
Tucidide sostiene che Omero abbia vissuto qui. L’isola rivendica l’illustre
poeta, e gli ha dedicato l’aeroporto. Sulla costa, pochi chilometri a nord
della capitale, si può vedere il sedile di marmo sul quale si sarebbe
accomodato per insegnare ai suoi discepoli. Alcuni studiosi dicono che Omero
non sia neppure esistito. Che l’Iliade e l’Odissea sono opere collettive –
peraltro create in epoche diverse. A me però piace credere che davvero Omero
sia vissuto in quest’isola di fronte alla costa turca, da cui la separa un
braccio di mare largo appena otto chilometri. Perché
la storia del rapporto fra Oriente e Occidente che ci raccontano i suoi poemi è
la storia del nostro continente, ed è una storia aperta – di guerre, invasioni,
commerci, e rovesciamenti. Il pendolo della fortuna e della ricchezza ha
oscillato sempre – e ora sembra di nuovo tirare dall’altra parte. I nostri
antenati chiamavano Chios “Scio”. Per un europeo del XIX secolo, quel nome era
una bandiera della libertà. Il pittore Delacroix dipinse un quadro, Il massacro
di Scio, che suscitò dolore e rimorso, e spinse i giovani idealisti ad
arruolarsi. Ma cosa era accaduto, nell’isola di Omero? È il 1822. L’Europa
della Restaurazione è agitata da fermenti rivoluzionari. I patrioti insorgono
in nome della libertà, della democrazia e dell’indipendenza in Italia, in
Spagna, in Portogallo, in Grecia (nazioni, forse non per caso, oggi accomunate
dallo stesso pericolante destino). Scio si ribella all’Impero Ottomano. La
punizione è atroce. Il comandante Kara Ali sbarca coi soldati, e non fa
prigionieri. 47.000 abitanti della fiorente isola vengono deportati come
schiavi; 48.000 fuggono; 23.000 vengono sterminati – risparmiati solo gli
addetti alla produzione del mastice, nel sud. I crani delle vittime si
accalcano in una vetrinetta, nel Museo di Néa Monì, il principale monastero di
Chio, dove 3500 donne e bambini si erano rifugiati in cerca di scampo. Altri,
piuttosto che essere venduti come schiavi ai mercati del Cairo e di Smirne, si
fecero esplodere con la polveriera a Psarà, o saltarono nel burrone dalla rupe
di Anavatos: oggi un’impressionante città-fantasma, la cui architettura
orientaleggiante, quasi yemenita, rivela quanto sia stata profonda l’influenza
culturale dell’Impero Ottomano. Gli Europei dell’800 vollero vendicare Scio. Si
doveva morire per la libertà della Grecia – perché era sentita come propria. E
per essa morirono Byron a Missolungi e Santorre di Santa Rosa a Sfacteria. Oggi
la libertà della Grecia interessa solo ai Greci. Si sentono traditi
dall’Europa. Puniti per colpe di politici lasciati governare allegramente per
decenni dalle stesse istituzioni finanziarie che ora castigano la nazione per
averli – spensieratamente – votati. Una singolare lezione di democrazia. Alle
elezioni di giugno nella prospera Chio il primo partito è risultato Nea
Demokratia (i conservatori). Voto pragmatico, ultima chance. Nessuno festeggia.
L’indomani, già tutti pensano alla stagione estiva, che non decolla. C’è chi
dice che il calo del turismo è del 40%. E guarda i traghetti in arrivo da Çesme
– la cittadina turca sull’altra sponda dell’Egeo. Di notte, un firmamento di
luci. La memoria del passato non è una condanna. Talvolta anzi insegna il
futuro. All’inimicizia secolare è seguita la riconciliazione. L’ostilità ha
ceduto a rapporti amichevoli, anzi necessari. I turchi sono ora ospiti
benvoluti: turisti. Trentenni della nuova borghesia urbana di Ankara e Smirne
sbarcano dai traghetti nel week-end, riempiendo gli alberghi, le spiagge e i
negozi, soprattutto quelli che vendono i prodotti del mastice, da secoli fonte
della ricchezza di Chio. Non sono chiusi, come quelli di Atene e delle città di
provincia, sulle cui vetrine s’impolvera il malinconico cartello ENOIKIAZEITAI,
si affitta: ma a chi?
Dalla costa turca arrivano tuttavia anche ospiti meno graditi. Ma non si
vedono. Sono afghani, somali, iracheni, scaricati di notte sulle coste dai
trafficanti. Non possono essere espulsi, mi ha spiegato un marinaio – uno dei
tanti che temono di perdere il lavoro: il suo traghetto collega la capitale
alle isole minori, e fuori stagione parte vuoto, un servizio pubblico che non
si sa fino a quando potrà essere garantito. Lo Stato greco non ha soldi, dice,
ma manteniamo i rifugiati per mesi nei centri di detenzione temporanea. Ne sono
arrivati a migliaia. Su un’isola di cinquantamila abitanti. Gli chiedo se abbia
votato Alba Dorata, il partito nazi-nazionalista che lanciando slogan contro
gli immigrati alle elezioni di maggio radunò il 6,97% delle preferenze. Hanno
preso pochi voti, qui – protesta, sdegnato. 1593, sull’isola che – con Lesbo e
Samo – da anni si trova in prima linea a gestire il problema dei clandestini. A
me sembra una buona notizia: il cantore delle peripezie mediterranee di Ulisse
approverebbe il ripudio del razzismo dei suoi discendenti.
La risposta giusta alla domanda trabocchetto è: un quintale di paglia pesa come
un quintale di piombo. Ma io ci cascavo sempre.
La parola ELEFTHERIA (Libertà) – scritta a caratteri rossi sulla bandiera che sventola ancora durante le cerimonie commemorative dei fatti del 1822 – per me peserà sempre più della parola default.
07 Agosto 2012

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