La propaganda dell’emergenza
La mitologia del FARE è l’anticamera della fine della democrazia. Il dopo-terremoto di Bertolaso insegna.
I poteri assoluti hanno sempre prodotto effetti contrari a quelli promessi o
desiderati. Sono falliti e falliscono per una ragione endogena, connaturata
cioè alla loro stessa natura: la centralizzazione delle decisioni e delle
responsabilità in una persona si traduce invariabilmente nell’impossibilità di
prendere buone decisioni e, soprattutto, decisioni oneste.
Perché il piú onesto ed efficiente dei capi non può sopperire a un limite
umano: l’impossibilità di sapere, prevedere e comprendere tutto e quindi
prendere decisioni su uomini e cose che siano sagge. Questo nel migliore dei
casi; nel caso appunto che le cattive decisioni siano l’esito di un errore non
intenzionale da parte di chi tiene in mano la catena del comando e non può
umanamente controllare che tutti gli anelli siano integri. Non è necessario che
ci sia intenzione malevola. Questo dimostra il vulnus insito nell’idea che la
celerità di decisione richieda centralizzazione e potere discrezionale
assoluto, o al di sopra della legge.
Il liberalismo e il costituzionalismo sono nati non a caso nella fucina della
critica dei poteri assoluti che incrostavano la società e lo stato dell’antico
regime. E il perno della loro critica, vincente è stato proprio questo: le
decisioni su questioni complesse come quelle pubbliche hanno la possibilità di
essere migliori quando sono prese da un gruppo più o meno ampio, un collettivo,
secondo regole che tutti conoscono e che, soprattutto, demandano ad altri il controllo
e il monitoraggio. I controllori non possono essere anche autori. La risposta
più radicale alle forme monocratiche di decisione è stata appunto la divisione
dei poteri e delle funzioni. Se la gerarchia delle responsabilità serve a
creare un team che opera celermente e bene è tuttavia su un sistema di
controllo autonomo che riposa la possibilità di contare su buone decisioni.
Questa vecchia regola è sempre nuova, e vale anche per la governance della
Protezione civile o per qualunque organismo decisionale che si avvale di
competenze diverse e soprattutto usa risorse pubbliche. Su questa base, assai
semplice e intuitiva, si regge la possibilità di portare a termine decisioni
che siano dettate da efficienza, competenza e trasparenza. La velocizzazione e
l’efficienza delle decisioni non ha proprio nulla a che fare con le
scorciatoie; mentre la trasparenza è una componente dell’efficienza e della
competenza.
In questi anni di propaganda dell’emergenza si è fatto credere (chi ci governa
ci ha fatto credere) che la politica sia la causa delle lentezze e della
corruzione. Ma la politica dell’anti-politica ha generato una sottocultura
dell’efficienza fittizia, quella fasulla celerità che pare venire naturalmente
quando le regole e la giustizia sono aggirate. La politica dell’anti-politica
si è tradotta nel mettere in moto un sistema arbitrario di decisori assoluti,
un collage di zone d’ombra dove i radar della legge sono ciechi. Così sono nate
agenzie cesaristiche e opere faraoniche. Così si è radicato l’aziendalismo
nelle politiche pubbliche, un «fare» che fa capo non alla legge e alle regole
ma a un uomo politico-imprenditore e ai suoi uomini di fiducia.
Questa è la logica cesaristica del «fare», la propaganda dell’emergenza
finalizzata a creare zone franche dove a decidere del lecito e dell’illecito è
la discrezione del facitore. Ma è più di questo, poiché per mantenere zone
franche è necessario che si interrompa l’informazione e la partecipazione, che
si blocchi la democrazia. Nel libro Potere assoluto. La protezione civile al
tempo di Bertolaso, Manuele Bonaccorsi descrive così la vita nei campi
post-terremoto all’Aquila: «I campi sono diventati subito campi militari, dove
era impedito ai cittadini di riunirsi e discutere,» e questo per consentire di
tenere tutto rigorosamente segreto, fuori dell’occhio del pubblico. La logica
dell’emergenza non può che essere antidemocratica perché antipolitica: l’esito,
come vediamo in questi giorni, non è efficienza ma spreco e malaffare.
http://www.repubblica.it 17 febbraio 2010

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