La preghiera laica dei poeti
«Nel cortile dei gentili». Forum di confronto fra credenti e non credenti – 9 Affinati/Mastrocola
Affinati: «Una fede maggiorenne, non la farmacia dei
paurosi»
Eraldo Affinati è insegnante e scrittore, come testimoniano i suoi
Secoli di gioventù e Un teologo contro Hitler (Mondadori) sulla
figura di Bonhoeffer. E nel mondo giovanile vede insospettati segnali di
inquietudine religiosa.
Il Papa nota che vi sono atei che vorrebbero avvicinare Dio. Questa
figura antropologica è diffusa tra i giovani?
«Penso che oggi, più di ieri, la sensibilità religiosa sia presente in
molti giovani sotto mentite spoglie: anche quelli che non professano un credo,
spesso sono capaci di gratuità a fondo perduto. Viceversa, coloro che sembrano
essere più in linea con modelli tradizionali, talvolta stentano a trovare una
strada che li soddisfi. Numerosi ragazzi si sentono lacerati da pulsioni
contrastanti: vorrebbero affermare posizioni radicali, ma non riescono a
sottrarsi ai codici di comportamento che vanno per la maggiore. Del resto, come
potrebbero diventare maestri dei loro genitori? I miti del successo, della
sanità e della bellezza annichiliscono ogni ricerca interiore».
Il «cortile dei gentili» è immagine della sete di fede. Questo
desiderio pare dal consumismo dilagante. L’insoddisfazione può assumere
colorazioni religiose?
«Il trionfo del mercato lascia dietro di sé una scia di aridità, ma anche una benefica
insoddisfazione. Io il cortile dei gentili credo di viverlo ogni giorno alla
Città dei ragazzi, la comunità fondata a Roma da monsignor Carroll Abbing, dove
vengono accolti adolescenti di tutto il mondo, che si gestiscono in
autogoverno. Un giorno tre miei scolari mi dissero di essere andati a rendere
omaggio alle spoglie di Giovanni Paolo II. Uno era afghano, musulmano, uno
moldavo, ortodosso, un altro italiano, indifferente. Chiesi perché lo avessero
fatto. Rispose il musulmano: per rispetto. Pensai che quei tre sedicenni
avevano realizzato da soli quello che i grandi capi di Stato non riescono a
fare: si erano messi d’accordo, ognuno era rimasto se stesso, ma avevano
compiuto un gesto nel quale tutti si riconoscevano».
Cosa dovrebbe causare nel mondo cattolico questo scambio tra credenti e
non credenti?
«In un mondo in cui ancora troppi pensano unicamente al colore della
casacca che indossano e alla realtà multiculturale contrappongono solo la
filosofia del condominio, questo dialogo potrebbe diventare l’avanguardia di un
nuova relazione umana. Se ognuno riuscisse a guardare l’altro com’è avremmo
realizzato l’unica vera rivoluzione fra tutte quelle fallite nel sangue del
Novecento. Purtroppo siamo molto distanti da questo auspicio a causa dei pregiudizi.
Io credo che la Chiesa,
accanto alla necessaria struttura istituzionale, avrebbe bisogno di
"agenti segreti", nel senso in cui intendeva Dietrich Bonhoeffer:
persone che nella vita quotidiano mostrano Cristo nei fatti, senza proclami.
Questi individui secondo me sono i migliori. Ho riletto di recente Introduzione
al cristianesimo di Joseph Ratzinger, scritto nel 1968. E vi ho trovato
riferimenti a Bonhoeffer. In quel libro si comprendeva l’intuizione di un
cristianesimo adulto, di un Dio che non sia un tappabuchi e di una Chiesa che
non diventi farmacia di senso, bensì la necessità di una religione che sia
maggiorenne. Sento in maniera lancinante questa esigenza, che non vedo
pienamente realizzata».
È ancora valida la «pretesa» della religione di parlare di Dio in
chiave culturale?
«A volte parla di Dio più chi lo nega di chi lo afferma. Noi italiani abbiamo
esempi clamorosi: Ugo Foscolo e Giacomo Leopardi. Entrambi atei materialisti,
forzarono romanticamente quello stesso limite razionale che sentivano
invalicabile, il primo nel sentimento del sepolcro, il secondo nella concezione
evangelica dell’amicizia. Oggi possono insegnarci a superare gli steccati».
Mastrocola: «Sopra la materia, scoprire l'altro piano del vivere»
«I grandi poeti del passato, anche se atei, si sono sempre posti questi
interrogativi: in Leopardi, il più ateo, c’era sempre la domanda sul fine
ultimo e il senso della vita. Ora questi interrogativi stanno cadendo». Da
appassionata educatrice e scrittrice apprezzata (si ricorda La gallina
volante del suo esordio, edito da Guanda), Paola Mastrocola chiede di
tornare alla poesia per accedere al «secondo piano» dell’esistenza.
Il Papa ha parlato di quanti vedono Dio come «sconosciuto» ma che
vorrebbero avvicinarlo come «Sconosciuto». Da insegnante, i giovani che lei
incontra fanno parte della prima o della seconda categoria?
«Faccio un passo indietro. Prima di Dio parlerei di valori meno connotati
religiosamente ma di natura metafisica. Ma oggi, ahimè, tra i giovani manca la
spiritualità, cioè il desiderio di andare oltre il materiale. È assente
"il secondo piano" della vita. Al primo vi sono il lavoro, i consumi…
al secondo l’ordine simbolico e l’idealismo. Ebbene, questo manca. Come ci può
essere Dio in un mondo tutto appiattito sul materiale? Io insegno letteratura
italiana. Secondo me, che forse non sono neppure cattolica, è una cosa molto
religiosa perché parla del "secondo piano" dell’esistenza: insegna
che oltre alla lettera nel testo c’è dell’altro».
Tempo fa ci fu chi – Ferruccio Parazzoli – denunciò che i grandi temi
nei romanzi di oggi sono spariti. Nella letteratura odierna Dio è presente?
«Condivido l’affermazione di Parazzoli: e la letteratura è colpevole perché
ha smarrito la sua strada. La stessa caduta di importanza dell’elemento lirico
è grave: non esiste più la lirica, non si vende la poesia e – se oggi non si
vende – ancora meno si pubblica. Ha mai visto un libro di poesia in vetrina?
Eppure la poesia è la versione laica della preghiera. Questo dovremmo
ricominciare a fare a scuola, leggere poesia: sarebbe un modo laico per portare
i giovani a Dio. C’è bisogno di educare a una religiosità che non sia
immediatamente connotata, che risulti educazione alla metafisica».
Da quali autori potrebbe prendere nuovo slancio il dialogo tra laici e
cattolici?
«Mi piacerebbe che si tornasse a leggere la Bibbia, sparita dalla scuola. Io alla fine della
quinta elementare conoscevo tutte le storie del più grande paradigma
culturalmente dell’Occidente. Leggiamo la Bibbia in classe, oltre a Omero! Poi farei
leggere la prima parte delle Confessioni di Agostino. È un’opera
importantissima per un ragazzo che sta crescendo, scritta da un giovane che ha
incontrato Dio».
Si può insegnare Dio?
«Lo si dovrebbe suggerire senza lanciare nessun messaggio consapevole,
altrimenti diventa debole. Dobbiamo suggerirlo indirettamente nel nostro
lavoro. Già un adulto che legge, che predilige la contemplazione all’azione
immediata, è un’idea forte: ricordo l’episodio che Agostino racconta nelle Confessioni,
quando andava dal vescovo Ambrogio per consultarsi e chiedere consiglio, e
questi non lo riceveva perché stava leggendo. Sentire che Ambrogio stava
leggendo era il miglior incontro con Dio che Agostino potesse fare».
Come accoglie l’idea del «cortile» come luogo di dialogo tra credenti e
non credenti?
«Mi piace molto questa immagine, anche se la vedo ancora un po’ astratta; ma
oggi non vedo una mancanza di dialogo. A me è successo sul piano educativo
quando, anni fa, sono stata invitata da alcuni cattolici, nel caso specifico di
Comunione e liberazione, a parlare dell’educazione: fu un grandissimo
incontro, la pensavamo allo stesso modo. Ma un confronto simile può avvenire
con un’altra idea forte di scuola, quella di don Milani. È un bene, comunque,
che il Papa abbia detto tutto questo».
Lorenzo Fazzini
http://www.avvenire.it 23 Febbraio 2010

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