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PISCINA

La piscina.

Storie di vita vissuta : Ungheria 1960

 

 

Sono cresciuta in un paesino di 1800 anime di cui circa la metà erano contadini impiegati nella cooperativa agricola e l’altra metà erano operai che lavoravano nell’industria petrolifera.

Il paese aveva due quartieri ben distinti, il villaggio vero e proprio che si sviluppava lungo la statale e un bosco con casette bifamiliari unite tra loro da un sentiero ciclabile dove abitavano gli operai e gli impiegati dell’azienda.

Il punto di incontro delle due comunità era l’unica piazza del paese dove si trovava la scuola, la casa della cultura, l’ambulatorio medico e dentistico, la farmacia e due negozi, lo spaccio alimentare e un negozio di abbigliamento talmente misero che dubito fortemente vendesse altro che uniformi e tute, ambedue obbligatorie, per gli scolari.

Per qualsiasi altra necessità si doveva andare in città, distante una cinquantina di chilometri.

Nella casa della cultura si trovava una libreria, la biblioteca e il cinema che, all’occorrenza, si trasformava in teatro. 

Tutti si conoscevano e noi bambini crescevamo nella più assoluta libertà, protetti dall’intera comunità.

Le nostre giornate erano scandite da abitudini d’altri tempi: gite, passeggiate, giochi, letture e cinema (quest’ultimo solo la domenica mattina).

A noi scolari non era permesso di andare al cinema la sera, nemmeno in compagnia dei genitori. Se qualche genitore ci teneva a mostrarci un film, doveva rivolgersi al preside che, insieme agli insegnanti, decideva di inserire o no il film in questione per la proiezione domenicale.

Non c’era ancora la tv, solo nella casa della cultura c’era un televisore che si accendeva per le partite.
Per noi bambini, dunque, quando il consiglio comunale decise di costruire una piscina, fu un’emozione immensa. Il comune mise a disposizione il terreno, il progetto e tutto l’occorrente per la realizzazione, ma il lavoro vero e proprio doveva essere svolto dai cittadini, ciascuno secondo la propria competenza e capacità.

Cosi, per alcuni fine settimana, i nostri genitori si trasformavano in manovali. Credo che si divertissero: gli uomini lavoravano tra battute e scherzi, gli operai prendevano in giro gli ingegneri  e anche papà che, essendo medico, aveva poca dimestichezza con la vanga, si dava da fare, le donne, invece, preparavano dei cibi da mangiare tutti insieme, come fosse un grande picnic collettivo; noi bambini giocavamo.

Dopo la piscina “olimpionica”, costruirono anche un’altra vaschetta, poco profonda, per i bimbi.

A lavori ultimati sistemarono il terreno circostante con erba e alberelli che oggi sono grandi e rigogliosi. Misero, infine, anche qualche altalena e due spogliatoi di legno. Decisero di non recintare il terreno intorno, tanto apparteneva a tutti noi, e di non far pagare nessun biglietto d’ingresso.
Da allora le nostre giornate estive diventarono una vacanza senza fine. Dalla mattina fino alla sera stavamo nello stabilimento.

Non c’era nessun guardiano, solo adulti che intervenivano solo se qualche litigio tra ragazzi stava diventando rissa oppure quando qualche bambino finiva nell’acqua profonda. Non c’è mai stato nessun incidente. 

Il frequentatore più assiduo della piscina era il signor Egeto, un uomo di Budapest, che, nonostante fosse un campione di pallanuoto, dopo la rivolta del ’56 fu espulso dalla capitale per motivi politici. Il signor Egeto aveva 6 figli piuttosto vivaci e, per tenerli buoni, iniziò a ideare una specie di allenamento per loro. Non si sa come né perché ma, nel giro di alcune settimane, tutti noi bambini iniziammo a fare “l’allenamento” con loro.

I grandi, che bene o male sapevano nuotare, venivano divisi secondo l’età in squadre e, dopo qualche vasca, i vincitori, a loro volta, potevano partecipare alla gara finale.

Per i figli più piccoli (uno di loro era il mio compagno di classe) che non sapevano nuotare, il signor Egeto organizzò un corso di nuoto al quale ovviamente tutti noi potevamo partecipare. Stare insieme e giocare ci fece passare eventuali paure o fobie. Appena riuscivamo a galleggiare ci inseriva nei gruppi di gara. Non si soffermava eccessivamente sullo stile, l’aspetto più tecnico della faccenda lo affidava ai ragazzi più grandi e più bravi che, con molta serietà, ci istruivano in un angolo della piscina. 

Il signor Egeto era sempre gentile con noi, non ricordo una sola parola pronunciata ad alta voce: bastava che alzasse le sopraciglia per farci tacere e, ricordo ancora, la gioia immensa che provai per un suo sorriso d’approvazione.

Nel giro di un’estate insegnò a nuotare a tutti i ragazzi del paese.

L’estate successiva, l’azienda petrolifera, dove il signor Egeto lavorava come operaio, decise di finanziare gli allenamenti;  oltre ad un onorario più simbolico che reale, il signor Egeto ricevette un fischietto e i più bravi nuotatori un cerchietto di stoffa, ricamato con i simboli dell’azienda – Lovaszi Banyasz – da applicare sul costume. Iniziammo a partecipare alle gare regionali con risultati sorprendenti. 

Rispetto alle altre squadre, che avevano il costume elastico nero o blu dei veri nuotatori noi sembravamo dei pezzenti nei nostri costumi improbabili fatti di colori e stoffa diversa, dove solo il cerchietto applicato mostrava l’appartenenza ad un gruppo, però vincevamo. Vincevamo sempre più spesso, tanto che perfino i giornali iniziarono a parlare del “miracolo sportivo” di questo piccolo paesino.
Non c’era nessun miracolo, c’era solo una persona che prese cura di noi ragazzini, e che riuscì a contagiarci con il suo entusiasmo. 

Alcuni di noi, finirono in serie A.

Molti ragazzi, oggi allenatori, avevano giocato nella squadra nazionale di pallanuoto e anche io partecipai un paio di volte – con scarsi risultati per la verità – alle gare nazionali. Per l’occasione ricevetti il mio primo costume vero da nuotatrice, elasticizzato e con il cerchietto applicato.

Nel 1990, la “nostra “ piscina è stata privatizzata e recintata. Il costo del biglietto d’ingresso non è alto, ma comunque non è raggiungibile per tutti i ragazzini che vivono in un paesino dove, dopo la chiusura della fabbrica e lo scioglimento della cooperativa agricola, la disoccupazione ha raggiunto livelli sopportabili solo con l’alcoolismo dilagante.

 

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