La mia orchestra è una democrazia
La mia Divan repubblica autonoma più che un´orchestra
Daniel Barenboim torna in Italia con la sua West-Eastern Divan Orchestra, tutta
composta da musicisti arabi e israeliani. E´ un´orchestra-mito, uno Stato
binazionale in nuce «che può far comprendere la potenza sovversiva della
musica», sostiene Barenboim, musicista tra i più geniali e celebrati del nostro
tempo, anche per ampiezza di interessi e curiosità intellettuale. Ebreo di
origini russe nato in Argentina e cresciuto in Israele, oggi investito dalla
doppia cittadinanza israeliana e palestinese, Barenboim ha appena diretto la Divan a Gaza e la porterà
alla Scala il 17 maggio e il 18
a Roma, al Parco della Musica per Santa Cecilia (in
programma l´Adagio della Decima Sinfonia di Mahler e l´Eroica di Beethoven),
con ricavato devoluto a favore di Children in Crisis a Milano e di progetti
educativi della Divan a Roma. Altre tappe prestigiose, subito dopo questi due
concerti italiani, attendono l´orchestra creata nel 1999 da Barenboim assieme
al grande uomo di cultura palestinese Edward Said: il Musikverein di Vienna, la Salle Pleyel di
Parigi e la Philharmonie
di Berlino.
In estate, oltre a un tour in Asia, ci saranno Lucerna e Salisburgo: il meglio
del meglio, musicalmente parlando. Merito della qualità raggiunta, in poco più
di un decennio, da questa creatura musicale senza confronti, «che vanta ormai
un´identità compatta ed eccezionale», afferma giustamente fiero Barenboim.
Negli anni Novanta, quando concepì il progetto con Said, non credeva che si
sarebbe arrivati a tanto: «Volevamo solo riunire arabi e israeliani in un
piccolo forum di musica da camera che stimolasse il dialogo e il reciproco
ascolto. Ma quando giunsero duecento richieste dal mondo arabo fu chiaro che
avremmo fondato un´orchestra».
Israele è piena di musicisti eccelsi.
Come amalgamarli a quelli dei paesi arabi?
«In principio c´era una situazione molto diseguale. La preparazione di alcuni
arabi era buona, ma molti, pur avendo talento, mancavano di conoscenza
musicale. L´ottanta per cento non aveva mai suonato in un´orchestra e il
quaranta non aveva mai ascoltato un´orchestra dal vivo. Eppure, già nel 2007, la Divan poteva eseguire un
pezzo come le "Variazioni" di Schoenberg a Salisburgo, e l´estate
scorsa a Buenos Aires abbiamo fatto tutte le sinfonie di Beethoven. Oggi è un
complesso di omogeneità ineguagliabile».
A cosa si deve tale risultato?
«A un lavoro compiuto di anno in anno, studiando e provando con l´aiuto del
governo regionale andaluso e la preziosa collaborazione dei musicisti della
Staatskapelle di Berlino che insegnano ai giovani dell´orchestra, dove l´età
media è 25-30 anni; ma ci sono anche adolescenti, e per esempio quest´anno c´è
un palestinese di Nazareth di soli tredici anni. Prima ci si ritrovava soltanto
in estate; poi, dal 2002, abbiamo cominciato a dare borse di studio affinché i
musicisti continuassero a farsi seguire dai medesimi docenti durante gli altri
mesi. Oggi molti di loro, quando non suonano con la Divan, lavorano nelle
migliori orchestre del mondo. Il livello è talmente elevato che quando facciamo
audizioni per accogliere nuovi membri non ne troviamo di abbastanza bravi. Per
questo ho voluto creare una seconda orchestra, la Divan B, i cui migliori
elementi, una volta cresciuti musicalmente, entreranno nella Divan principale».
Come sono suddivise le nazionalità?
«Il quaranta per cento dei musicisti viene da Israele, un altro quaranta da
vari paesi arabi e un venti per cento sono spagnoli, essendo il nostro supporto
l´Andalusia, luogo di memoria da usare per costruire il futuro, dato che un
tempo, in quella terra, arabi ed ebrei convivevano in piena armonia».
Perché è proprio la musica a consentire
l´organizzazione e la vitalità di un ensemble arabo-israeliano?
«Perché è un´espressione che entra nei corpi nel modo più diretto e
primordiale. L´orecchio è sempre aperto, la musica è fisicità: è questo a
imprimerle la sua forza tremenda. Inoltre l´orchestra è una scuola d´ascolto
dove nessuno può prevaricare. Il senso della musica è diventare uno».
Vuol dire che non ci sono scontri di
opinioni politiche all´interno della Divan?
«Certo che ci sono, e anche terribili! Divan è una repubblica autonoma e
sovrana dove chiunque può esprimersi. Spesso le discussioni politiche sono
tesissime. Ma se si suona per sei o sette ore insieme, davanti alla stessa
partitura, e cercando di ottenere lo stesso vibrato e la stessa dinamica, si
stabilisce inevitabilmente una relazione diversa. A volte, affrontando temi roventi,
le chiusure sono tali che sembra di stare in mezzo ai sordi. A volte invece
avvengono incontri umani profondi e rivelatori. Su una cosa, comunque, tutti
sono d´accordo, ed è che non esiste alcuna soluzione militare per il conflitto
israeliano-palestinese».
Come giudica l´ondata di sollevazioni nei
paesi arabi, a partire dall´Egitto?
«Quella egiziana è una rivoluzione storica senza precedenti: un ribellarsi al
regime senza violenza né un programma di opposizione politica, ma per chiedere
condizioni di vita migliori. E´ la reazione fresca, giusta e spontanea di un
popolo. La situazione è fluida e incandescente. Ma il moto iniziale è stato
positivo e salutare».
Repubblica 4.5.11

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